Inquinavano e credevano in Dio


ILVA di Taranto

Mentre esce questo articolo tutti hanno potuto conoscere le condanne (fino a 22 anni di reclusione) alla fine del processo ILVA nato dall’inchiesta “Ambiente Svenduto”. Tutti hanno potuto seguire su Radio Radicale i nove giorni di requisitoria dei pm Mariano Buccoliero, Giovanna Cannarile, Remo Epifani e Raffaele Graziano che avevano richiesto condanne fino a 28 anni di reclusione.

E’ crollato definitivamente il sistema di potere che faceva perno sulla famiglia Riva e che trovava un grande ascolto nei decisori politici. Un sistema di potere a cui non hanno certo dato l’assalto i sindacati confederali. E che veniva benedetto e celebrato a Pasqua e Natale in fabbrica, con generose donazioni dai Riva all’arcivescovo monsignor Benigno Papa.

La magistratura fin dall’inizio ha fatto scattare arresti eccellenti.

Emilio Riva è morto di cancro mentre era agli arresti domiciliari. La magistratura ha colpito duramente i dirigenti e i capi area della fabbrica. E soprattutto Girolamo Archinà, responsabile delle relazioni istituzionali dell’Ilva, in passato premiato dalla curia locale per le sue attività di “volontariato”.

Dalle intercettazioni telefoniche è emerso tantissimo. La Corte d’Assise ha scritto la sentenza con le pesanti condanne dopo aver ascoltato le parti civili e gli avvocati della difesa.

Gli imputati erano 47 (44 persone fisiche e 3 società). I Riva sono stati ritenuti i capi di un’associazione a delinquere finalizzate al disastro ambientale, all’avvelenamento di sostanze alimentari, all’omicidio colposo, all’omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro, alla corruzione in atti giudiziari.

L’inchiesta da cui è nato questo processo è partita nel febbraio 2008 quando PeaceLink portò in Procura a Taranto i dati delle analisi di un pezzo di pecorino che risultava contaminato da diossine, furani e PCB (tre volte sopra i limiti di legge).

Il 21 marzo 2008, sulla Gazzetta del Mezzogiorno, Nichi Vendola, allora presidente della Regione Puglia, rassicurava: Non siamo in provincia di Caserta, abbiamo disposto il fermo sanitario solo per un’azienda zootecnica di Statte. La produzione di latte e derivati nelle aziende del Tarantino è assolutamente normale per i dati da inquinamento da diossina”

Il riferimento di Vendola a Caserta era dovuto al fatto che in quei giorni anche là era stata riscontrata la diossina nelle mozzarelle.

Per l’ex Presidente della Regione Puglia era stata richiesta dai pm una condanna di 5 anni di reclusione, ridotta nella sentenza a 3 anni e 6 mesi.

A far discutere è in generale l’atteggiamento “morbido” che la classe politica aveva nei confronti dei Riva. E’ stato condannato anche Gianni Florido, storico esponente della Cisl locale, poi presidente provinciale del PD e poi Presidente della Provincia di Taranto. Ma ci sono anche altri esponenti politici in questo processo. Su Radio Radicale si possono ascoltare sia le deposizioni degli imputati che le intercettazioni telefoniche, ascoltate in aula, che li riguardano.

Fra i testimoni c’è anche l’ex arcivescovo di Taranto, monsignor Benigno Papa, che ha dovuto spiegare come riceveva le donazioni dell’ILVA. Monsignor Benigno Papa non è imputato. Nel maggio 2011 ha assegnato il «Cataldus d’argento» nel salone dei vescovi del Palazzo Arcivescovile di Taranto a Girolamo Archinà. L’ambita statuetta d’argento gli fu consegnata per le attività di “volontariato”. Durante il processo monsignor Benigno Papa ha dovuto spiegare come ricevesse da Archinà le donazioni dall’ILVA, se con assegni o con banconote. L’arcivescovo ha detto che i tagli delle banconote erano generalmente da 500 euro, in una busta, specificando però che lui, come cappuccino, aveva fatto voto di povertà e che quei soldi non andavano a lui.

 

Discutevano di religione anche Nichi Vendola e Emilio Riva, arrestato poi dalla magistratura nell’ambito di “Ambiente Svenduto”. Scriveva infatti Nichi Vendola:  “Chiesi ad Emilio Riva, nel mio primo incontro con lui, se fosse credente, perché al centro della nostra conversazione ci sarebbe stato il diritto alla vita. Credo che dalla durezza di quei primi incontri sia nata la stima reciproca che c’è oggi”. (“Il Ponte, rivista trimestrale locale di Taranto, promossa dall’ILVA, maggio 2011).

E’ impressionante notare come in questa storia vi fossero diverse persone che, al comando della più grande acciaieria d’Europa, inquinavano la città – provocando quello che i giudici hanno definito un “disastro ambientale” – e contemporaneamente credevano in Dio ricevendo una sponda in altrettanti “credenti in Dio”. 

Conforta sapere che padre Dario, missionario comboniano, dalla foresta Amazzonica abbia mandato a PeaceLink un messaggio di felicitazione per la conclusione vittoriosa del processo. Padre Dario ha lottato, anche lui vittoriosamente, con tutte le sue forze per difendere la comunità locale dall’inquinamento della multinazionale mineraria e siderurgica Vale che ha fornito le materie prime all’ILVA. 

E’ arduo pensare che il Dio di padre Dario coincida con il dio delle persone condannate in questo processo.

Credere in Dio e inquinare è una cosa terribile per chi è credente.

Per chi non è è credente, invece, questa storia è la conferma antropologica che ognuno tende a costruirsi la propria visione religiosa in modo soggettivo, a immagine e somiglianza della propria ottima, mediocre o cattiva coscienza.

Ciò che tuttavia rimane di questa storia è un’amara considerazione: inquinavano e credevano in Dio. Una cosa che esula da ogni processo, perché la coscienza non si processa, ma che proprio per questo trova legittimo spazio in una libera riflessione.

Fonte: Peacelink.it – https://www.peacelink.it/ecologia/a/48534.html

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