Questo non è “mercato” ma pura ossessione del profitto

È sempre più necessario distinguere il mercato (inteso come lo strumento attraverso cui procedere a una giusta ed efficace allocazione delle risorse) dal capitalismo, che, qualificato nei termini della pervicace ricerca del profitto, sta producendo, in maniera assai evidente, varie distorsioni del “normale” funzionamento del mercato stesso.

Ne provo ad elencare cinque, molto attuali. La prima riguarda il fatto che negli ultimi decenni, il capitalismo ha scelto un modello di organizzazione basato sul concetto del “Just in time” per eliminare spese “morte”: in altre parole, per massimizzare i profitti. Questo ha significato, semplificando molto la questione, la sostanziale cancellazione delle scorte, oltre ogni ragionevole limite.

Oggi, questa carenza mette in crisi la ripresa economica di molti Paesi a capitalismo maturo, perché durante la pandemia, quando i prezzi delle materie prime erano bassi per la mancanza di domanda, la Cina ha fatto incetta di scorte e ora è pronta a ripartire. Mentre le economie capitaliste, dominate dalla logica del “Just in time”, non hanno comprato nulla e adesso devono pagare prezzi altissimi e innaturali per quelle materie prime ritornate indispensabili. Una corretta logica di mercato, diversa dall’esasperazione della ricerca del profitto, tipica del capitalismo, avrebbe evitato una simile pericolosa anomalia.

La seconda distorsione ha, di nuovo, a che fare con le difficoltà della ripresa. Grazie all’euro forte, che è riuscito a restare tale nonostante le politiche monetarie espansive della Bce, molte banche e molti investitori europei hanno deciso di comprare titoli finanziari in dollari relativi alle materie prime, sfruttando il cambio favorevole con il dollaro debole, ma mettendo così le imprese europee in difficoltà proprio per l’alto prezzo delle materie prime di cui hanno bisogno. Anche in questo caso il capitalismo sega il ramo del mercato su cui avrebbe invece dovuto fondarsi.

La terza distorsione è decisamente subdola. Numerosi investitori “occidentali” comprano a piene mani titoli emessi nei paradisi fiscali da società private cinesi, che hanno la sede operativa nella madrepatria ma hanno aperto holding alle Cayman o in luoghi altrettanto ameni. Per le società private cinesi è l’unico modo per raccogliere investimenti esteri di portafoglio, vietati in Cina, e per gli investitori occidentali è la strada rapida per fare profitti scommettendo su realtà come Alibaba.

Ma se il governo cinese decidesse di bloccare i pagamenti della società madre, cosa accadrebbe a questa enorme mole di risorse finanziarie, stimata fra investitori Usa e europei intorno ai mille miliardi di dollari? È molto probabile che si assisterebbe allo scoppio di una grande bolla che con il mercato non c’entra nulla, ma con la fame di profitto del capitalismo ha molto a che vedere.

La quarta distorsione riguarda la smaterializzazione del lavoro, che finisce per restare ai margini del mercato. Facebook nel 2020 ha realizzato quasi 86 miliardi di dollari di ricavi (+22% rispetto al 2019), di cui 84 miliardi provenienti dalla pubblicità che deriva, in gran parte, dalla possibilità di disporre di una grande quantità di dati sulle preferenze di circa 2,8 miliardi di utenti. La capitalizzazione in Borsa della società sfiora i 1.000 miliardi di dollari, pari al Pil di un Paese di medie dimensioni, gli utili sono stati, sempre nel 2020, pari a 29 miliardi di dollari e il titolo è cresciuto di quasi il 44% nell’anno della pandemia.

A fronte di tutta questa straordinaria capacità di produrre reddito, il numero complessivo dei dipendenti di Facebook a livello planetario non arriva a 60mila unità. Per fare un banale confronto, le tre Asl toscane hanno più o meno gli stessi dipendenti. Per finire, vale la pena ricordare che in Italia i dipendenti Facebook sono circa una sessantina.

La quinta distorsione certifica la definitiva, e inaccettabile, distanza tra mercato e capitalismo. Il patrimonio di Warren Buffet è cresciuto tra il 2014 e il 2018 di 24,3 miliardi di dollari e il magnate ha pagato imposte per 23,7 milioni di dollari: un’aliquota effettiva dello 0,1%. Il patrimonio di Jeff Bezos è cresciuto nello stesso periodo di 99 miliardi di dollari, e mister Amazon ha pagato imposte per 973 milioni di dollari: un’aliquota effettiva dello 0,98%. Due degli uomini più ricchi del Pianeta non arrivano a pagare l’1% di aliquota. È evidente che questo non è mercato, ma una condizione al di fuori della più banale ragionevolezza, dominata da una vera e propria ossessione del profitto. 

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento.

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Fonte: Altreconomia – https://altreconomia.it/questo-non-e-mercato-ma-pura-ossessione-del-profitto/

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