Il deserto e la speranza

Giulia Biazzo, Viviana De Matteo

Appena una settimana per decidere a chi andranno i terreni del boss AielloUna settimana, e non un soldo se l’assegnatario non sarà già ricco di suo…

L’asfalto brucia davanti alla concessionaria Bmw vicino alla provinciale che porta al carcere di Bicocca. Siamo qua nella Piana, a quindici minuti da Catana, ea gente accovacciata sul guardrail in cerca di ombra ascolta l’agronomo che illustra la composizione dei terreni confiscati durante il processo Iblis al boss Vincenzo Aiello. Microfoni, videocamere, altro agronomo con la mascherina di traverso, signore in foulard e contadini con le scarpe consunte. Mocassini alla moda, invece, per l’architetto del Patrimonio di Catania, Giuseppe Catalano, che è arrivato adesso.

La proprietà è suddivisa in quattro lotti, due ad agrumeto (tre e un ettaro) in contrada Jungetto, con magazzini e un po’ di strada poderale, e due a seminativo in contrada Aragona-Caldara (quindici e due ettari); i primi richiedono una specifica competenza “per non depauperare le colture già avviate”, nei secondi c’è “libera sperimentazione”.

Il comune di Catania li ha messi a bando il 3 giugno scorso per assegnarli in concessione in comodato d’uso gratuito per sei anni ad associazioni del Terzo settore. Debbono essere associazioni ricche, e sono ovviamente escluse quelle tipo Ottocento, notoriamente povere e quindi fors’anche un po’ sovversive.

“Fare agricoltura che renda qui è un casino – dice Tano Malannino di Altragricoltura – Una terra confiscata alla mafia deve tornare alla comunità”. E’ sottinteso che bisogna capire se la comunità è un grosso imprenditore con tanti capitali o  un gruppo di contadini padroni solo delle loro zappe.

“I concorrenti possono compiere un sopralluogo presso l’immobile, perchè non entrarci?”.

Così, dopo un po’ di trazzera, imbocchiamo l’entrata dei lotti ad agrumeto, provvisoriamente assegnati alla cooperativa Libera Terra. Gli aranceti sono pochi filari di alberi curati, con qualche frutto sui rami, una gebbia per l’acqua sulla sinistra e un piccolo magazzino nuovo, di cui come al solito non non ci sono le chiavi.

“Il coadiutore non ce le ha e non sapeva dove fosse il terreno” fa imbarazzato l’architetto, come tanti altri funzionari, in tanti altri terreni, prima di lui. Le mascherine, per fortuna, ci nascondono i sorrisi.

Si va ai seminativi: la ferrovia a sinistra, a destra un deserto arido ottimo per un bel film di cow-boy. Gialla, arsa dal sole, sterpaglie, zolle spaccate. Qualche palo di luce è l’unica vegetazione,  con qualche fiore bianco selvatico. Non c’è l’acqua per irrigare. Ora è chiaro perchè il bando lasciava liberi di sperimentare.

“Che si può seminare senz’acqua? Manco il grano. Forse le fave” sogghigna Iabichella di Altragricoltura. “Magari un allevamento di galline, se non prendono fuoco” fa Michele Russo di Galline felici. Ci sono altre proposte, ma sono ironiche tutte. La verità è che qui l’unico impiego possibile – avendo i soldi, e tanti – è la cementificazione. E l’impressione è che il Comune voglia liberarsi di questi terreni e farlo senza spendere un euro: non sono previsti contributi a fondo perduto o agevolazioni. “Il periodo di concessione di sei anni, comunque, è troppo breve per piantare qualcosa che rientri nelle spese” dice Dario Pruiti di Arci Catania; “Il bando ignora i tempi della terra” conclude il nostro Iannitti.

“Non siamo qua “fare impresa” tipo Confindustria e Montante. La sfida nostra è più seria, dimostrare che il deserto mafioso può diventare un campeggio sociale, una coltivazione redditizia, una cosa vera, non per fare i milioni ma per fare una cosa utile e belli”.

Bene, ora c’è una settimana precisa (al 24 giugno) per superare l’esame della Commissione giudicatrice. Naturalmente siamo tutti alla pari e naturalmente – nessuno il tema del concorso l’avrà preparato già prima. Siamo in Italia, no?

Fonte: I Siciliani – http://feedproxy.google.com/~r/isiciliani/~3/GD91xvXsTGI/

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