Perché dovremmo riportare le mestruazioni nella conversazione sociale

Perché dovremmo riportare le mestruazioni nella conversazione sociale

14 min lettura

di Laura Pasotti e Benedetta Aledda

Ciò di cui non si parla, o di cui si parla a mezza voce e con giri di frase, non esiste. Forse è per questo che in Italia, nonostante tre proposte di legge mai discusse e vari emendamenti a decreti fiscali e leggi di bilancio, l’IVA sugli assorbenti rimane saldamente al 22%, come per i prodotti di lusso, perché abbassarla costerebbe 300 milioni di euro. E la riduzione al 5% dell’imposta di consumo su assorbenti lavabili e compostabili e sulle coppette mestruali – effetto dell’ondata green – non può scalfire un’ingiustizia che pesa e ha pesato, economicamente e non solo, almeno sulla metà della popolazione italiana. A nulla, finora, sono servite le oltre 600 mila firme raccolte da alcune petizioni contro quella che ci siamo abituati a chiamare “tampon tax”, in una lotta a staffetta che ci si passa tra generazioni perché gli assorbenti siano tassati per quello che sono, un bene primario.

La speranza è che, nel frattempo, le parole facciano il loro lavoro, scavino in profondità, trasformino il nostro immaginario. E forse stanno già sprigionando un’energia che cambierà lo stato di cose presenti. Parlare di mestruazioni chiamandole con il loro nome è come inserirsi in un flusso che è iniziato da tempo, fatto di pratiche e discorsi che contrastano pregiudizi, stigmi e discriminazioni. E può liberare una potenzialità inespressa.

Di mestruazioni non sappiamo abbastanza

Il 28 maggio è la Giornata dell’igiene mestruale (Menstrual Hygiene Day – MH Day), 28 come i giorni del ciclo, 5 (maggio è il quinto mese del calendario) come i giorni di mestruazione. È dedicata a superare pregiudizi e luoghi comuni che ostacolano la crescita delle ragazze (e anche dei ragazzi, che spesso considerano le mestruazioni qualcosa di disgustoso e sporco, qualcosa che non li riguarda o su cui possono prendere in giro le coetanee) e che sono difficili da affrontare perché arrivano da credenze popolari tramandate per generazioni in famiglia e da disagi sociali con cui ogni donna è costretta a fare i conti nel corso della vita. “Le mestruazioni non sono una questione delle ragazze o delle donne, ma una questione di diritti umani”, per dirla con le parole dell’Unpfa, l’agenzia delle Nazioni Unite per la salute sessuale e riproduttiva. Il tema del 2021 è “Azioni e investimenti nell’igiene e nella salute mestruale”.

L’ultima campagna del MH Day contro lo stigma delle mestruazioni invita a indossare – anche virtualmente – il braccialetto mestruale, composto da 28 perle, di cui 5 rosse, e a postare la foto sui propri canali social, per dimostrare che le mestruazioni non sono qualcosa da nascondere. Del resto, solo da poco il marketing ha archiviato il blu per mostrare il sangue negli spot e punta su una rappresentazione più realistica dell’avere le mestruazioni.

Negli anni Settanta, l’attivista statunitense Gloria Steinem pubblicava “If men could menstruate” (Se gli uomini avessero le mestruazioni) in cui scriveva: “Cosa succederebbe, ad esempio, se improvvisamente, magicamente, gli uomini avessero le mestruazioni e le donne no? La risposta è semplice, le mestruazioni diventerebbero un invidiabile evento mascolino di cui vantarsi”. Ma non è così e le mestruazioni, in molte parti del mondo e in molte culture, compresa la nostra, sono ancora qualcosa da nascondere e di cui non si sa abbastanza, come racconta Igiaba Sciego in un articolo uscito nel 2016, all’indomani della proposta di abolire la tampon tax in Italia.

Per milioni di persone, avverte l’Unpfa, questa naturale funzione del ciclo riproduttivo espone ad abuso (l’inizio delle mestruazioni può portare a matrimoni precoci e violenza sessuale, violazioni dell’autonomia corporea), stigma (esilio nelle capanne delle mestruazioni), opportunità perse (saltare la scuola a causa di dolore, disagio e /o mancanza di prodotti per l’igiene personale), e perdita di dignità (mancanza di rifornimenti in contesti umanitari e di rifugiati dove anche le basi, come acqua e sapone, scarseggiano o non sono disponibili).

Le conseguenze di questo persistente stigma associato al sanguinamento pesano sulla salute delle donne, sulla loro istruzione e sulla partecipazione sociale, sull’ambiente. E poi c’è l’aspetto economico: in molti paesi gli assorbenti hanno un costo elevato e non tutte le donne possono permettersi di acquistarli; in tanti (tra cui il nostro) sono tassati come beni di lusso.

La mancanza di informazioni sulle mestruazioni è stata la molla che ha spinto la graphic designer Chiara De Marchis Garofalo e la data scientist Francesca Milano a realizzare una serie di infografiche sull’uso dei dispositivi mestruali e un’indagine per raccogliere dati sul ciclo mestruale. “Nel realizzare le infografiche per la Giornata dell’igiene mestruale 2020, ci siamo rese conto che non ci sono database istituzionali sulle mestruazioni, su quali e quanti assorbenti si usano, quanto si spende per acquistarli, nemmeno l’Istat raccoglie dati su questo tema. E quindi abbiamo deciso di lanciare noi stesse per l’edizione 2021 un sondaggio per rispondere alle domande che ci eravamo poste”.

Pur essendo parziale – 861 le partecipanti, in gran parte tra i 20 e i 30 anni e italiane – l’indagine ha evidenziato un forte bisogno di parlare di mestruazioni, dello stigma che è associato al ciclo e degli effetti collaterali: 8 partecipanti su 10 pensano che le mestruazioni siano un tabù nel paese in cui vivono, il 41% ha dovuto, nel corso della propria vita, saltare giorni di lavoro o scuola a causa del ciclo, “un numero impressionante che ci ricorda dell’urgenza di parlare di congedo mestruale”, e oltre la metà preferisce gli assorbenti esterni per problemi di scarsa reperibilità e dubbi su igiene, efficienza e convenienza economica di quelli riutilizzabili.

Per De Marchis Garofalo e Milano è stata anche un’occasione per acquisire maggiore consapevolezza sul proprio ciclo mestruale e imparare a gestirne le fasi. “Quello che noi abbiamo imparato avvicinandoci da sole a questo tema dovrebbe essere spiegato a tutti perché le mestruazioni sono qualcosa di naturale che fa parte della nostra quotidianità e che non dovrebbe mettere in imbarazzo. L’invisibilizzazione delle mestruazioni invece porta a vergognarsi, a nascondere gli assorbenti, a considerare il sangue qualcosa di sporco, a non parlarne”.

Una questione di consapevolezza e di potere

Se le autrici dell’indagine sono partite da uno sguardo su come le altre vivono le mestruazioni per poi tornare a riflettere su di sé, l’ideatrice dei Ciclica Days ha fatto l’opposto. Valentina D’Amico ha iniziato a tenere un diario mestruale sul suo canale Instagram, raccontando di sé o condividendo articoli e ricerche sociali. Poi, alla fine del 2019, ha deciso di creare un evento, i Ciclica Days, appunto, che a maggio 2021 sono arrivati alla terza edizione. Causa pandemia, finora si sono svolti solo online e questo ha permesso di andare oltre il raggio di Milano, la città dove D’Amico vive e lavora come insegnante di pole dance e organizzatrice di eventi, raggiungendo oltre 500 donne in Italia e all’estero; ma per la prossima edizione il format potrebbe cambiare.

Il festival ha fatto emergere e sta rispondendo al bisogno di conoscere meglio il ciclo mestruale, attraverso il confronto con persone esperte, tra cui la consulente mestruale Anna Buzzoni e la ricercatrice nel campo della salute mestruale Maria Carmen Punzi, per sfatare tabù e convinzioni sbagliate e riprendere in mano il proprio corpo grazie a conoscenze fondate. “Impariamo a non sentirci sole, a non sentirci pazze, se stiamo male e non abbiamo risposte. È come avere una mappa, quella che avrebbero dovuto darci insieme al primo assorbente, al tempo della prima mestruazione, per dirci: ecco, funzioni così, ora vai!”, spiega D’Amico.

Rivelazione” è la parola con cui definisce l’effetto del festival sulle partecipanti: per alcune può prendere la forma di rabbia, per esempio per avere sempre sofferto non sapendo come affrontare il dolore in fase mestruale o premestruale, o per essere arrivate tardi a scoprire di avere una patologia, come l’endometriosi o la vulvodinia; per altre – è il caso di D’Amico – ha preso la forma di una liberazione, potendo cominciare a vivere le fasi del ciclo mestruale con un nuovo passo, grazie a una consapevolezza accresciuta e con nuovi strumenti, smettendo di sentirsi anormali e di colpevolizzarsi. Sapere a quale fase del ciclo si sta andando incontro, secondo D’Amico, permette anche di parlarne con maggiore serenità con chi ci sta vicino e di prendere le misure con se stessa, scegliendo in quali situazioni mettersi: “È un grande potere di gestione della propria vita”.

Migliorare la conoscenza che le donne hanno del proprio corpo e del proprio ciclo mestruale è l’obiettivo di Periodica, la rubrica che Martina Palmese scrive su Hellanetwork. L’autrice suggerisce alcuni esercizi da praticare tutti i giorni per riportare le mestruazioni nella conversazione sociale, dalla quale sono escluse per effetto di un sistema patriarcale che mette al centro un’idea di normalità maschile, rispetto alla quale le persone con le mestruazioni non risultano conformi.

La prima cosa da fare secondo Palmese è chiamarle con il loro nome, “perché così restituiamo alle mestruazioni il loro potere e a tutte le persone che le hanno la possibilità di raccontarsi, di richiedere che ci sia una maggiore attenzione a livello di politiche, di pratiche e di ricerca”; poi bisogna evitare visioni distorte, come associare variazioni umorali alle mestruazioni; infine smettere di fare cose come nascondere l’assorbente nella manica del vestito.

La cosa più importante è condividere l’esperienza che viviamo come persone con mestruazioni con altre donne, con altri uomini, perché è un’esperienza assolutamente normale e raccontarla diventa parte della comprensione”, afferma Palmese che accoglie con molta soddisfazione la prima definizione formale di salute mestruale, proposta dal Global Menstrual Collective. In un paper pubblicato lo scorso 29 aprile su Sexual and Reproductive Health Matters, è inquadrata come uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non una mera assenza di malattia o infermità, in relazione al ciclo mestruale. “Sarà un fantastico punto di partenza per richiedere un avanzamento in termini di policy, di pratiche e di ricerca”, commenta Palmese. Poter accedere a bagni puliti, per esempio, nelle scuole e in altri edifici, per una persona che ha bisogno di cambiarsi l’assorbente o di svuotare e risciacquare la coppetta mestruale non è cosa da poco. Eppure solo il covid sembra aver portato il sapone in alcuni servizi igienici di uso pubblico.

Parlare di mestruazioni serve anche a questo, a chiedere più attenzione e nuovi prodotti. Le innovazioni nel campo dei dispositivi mestruali sono state pochissime e Palmese le ricostruisce su Periodica, sia dal punto di vista del benessere delle persone con mestruazioni che da quello della salvaguardia ambientale. Per esempio, la coppetta mestruale in silicone, che finalmente si sta diffondendo anche in Italia con un milione di pezzi venduti all’anno, in realtà è nata nel 1932. Siamo state e continuiamo a essere ostaggio dei marchi dell’usa e getta e lo sono soprattutto le persone in difficoltà economiche. Si chiama period poverty, e riguarda molte donne anche nel nostro paese.

La period poverty ostacola la cura di sé

Cosa sia la period poverty lo sanno tutte le donne che si sono sentite raccontare in famiglia storie di ragazzine che, ancora negli anni Sessanta, in Italia, saltavano giorni di scuola per mancanza di assorbenti adatti o per l’impossibilità di cambiarsi fuori casa. E lo sanno ancora le persone con ciclo mestruale che vivono per strada, le rifugiate che viaggiano in condizioni di non sicurezza o di vero e proprio pericolo, quelle che non hanno i soldi per permettersi di acquistare beni che sono trattati dallo Stato italiano come un lusso. “Quando tutte le spese legate alla gestione mestruale sono messe in fondo, sempre che vengano inserite tra quelle affrontabili o messe in conto da una donna, allora parliamo di period poverty”, chiarisce Federica Maltese, presidente di LetWomen, un’associazione attiva dal 2014 a Torino per affrontare un problema che non si manifesta solo in contesti di emergenza.

La crisi economica che in pandemia ha colpito soprattutto le donne ha accentuato la difficoltà a spendere in dispositivi mestruali. Chi non li ha eliminati del tutto, impiega assorbenti usa e getta dalla composizione incerta, con possibili danni alla propria salute e sicuramente all’ambiente, dato che i tempi di smaltimento di questi materiali, in natura, sono plurisecolari. La soluzione ideale ai problemi di igiene, salute, economici e ambientali sarebbe la coppetta mestruale, che permette di abbattere il costo delle centinaia di euro l’anno che una persona con mestruazioni deve affrontare, visto che con una spesa di circa 20 euro si coprirebbero dieci anni di sanguinamenti. Ma bisogna provarla, trovare quella adatta al proprio corpo, e a questo si aggiungono aspetti culturali che possono renderne difficile l’utilizzo. Ci sono freni culturali che impediscono alle donne non solo di usare la coppetta, ma addirittura di farsi visitare da un medico e affrontare senza subirli eventuali dolori legati al ciclo mestruale o patologie latenti, come se fosse normale stare male. “Tutta questa mancanza di cura verso sé stesse rientra nei temi che riguardano la period poverty. Anche se mi sembra che le nuove generazioni abbiano una consapevolezza diversa, sono più tranquille a parlarne. Poi che lo chiamino ciclo e non mestruazioni, quello è residuale, a me interessa che siano più consapevoli di ciò che succede nel loro corpo”, nota Maltese.

Per chi si trova in un dormitorio per senza dimora o in un centro per rifugiati, invece, può essere difficile chiedere un assorbente. Qui le donne giovani ci sono, anche se in minoranza, e non è scontato che trovino i dispositivi mestruali offerti accanto alla carta igienica e al dentifricio. “LetWomen sta lavorando con la Columbia University alla traduzione di un kit sul Menstrual Hygiene Management in fase di emergenza”. Negli hotspot che accolgono le migranti sole o con figli, racconta Maltese, si sono accorti che servono bagni dedicati, in cui la donna possa trovare gli assorbenti, cambiarsi e gettare quelli sporchi in sicurezza, senza rischiare di essere aggredita.

In collaborazione con i Ciclica Days, per due volte LetWomen ha distribuito gratuitamente assorbenti organici biodegradabili alle donne raggiunte dal Banco alimentare. Durante l’ultima edizione del festival, a maggio 2021, ha scelto di distribuire 10 coppette mestruali ad altrettante persone che vogliano provarle ma non possono permettersi l’acquisto. L’obiettivo è fare l’investimento al posto loro e valutare insieme se funziona, se può essere una strada per uscire dalla period poverty.

Ridurre la tassazione poi sarebbe di grande aiuto, secondo Maltese: “È una questione economica – quanto perderebbe lo Stato – e soprattutto è un problema culturale. A un certo punto qualcuno si deve svegliare e dire: oh, ma guarda che questo non è un bene di lusso, non sono tartufi. Non possiamo scegliere di non avere le mestruazioni e invece dobbiamo sempre dimostrare, tirare fuori le unghie, sempre con quel sottinteso un po’ paternalistico: dai, ci sono problemi più importanti. La forma più efficace? Dovrebbe essere un movimento dal basso: siamo la metà della popolazione italiana, un peso dovremmo averlo”.

Per eliminare la tampon tax

Le mestruazioni accompagnano la vita di ogni donna per circa 40 anni, arrivano ogni mese e durano in media dai tre ai cinque giorni. Questo significa che, dal menarca (la prima mestruazione) alla menopausa, ogni donna ha circa 520 cicli mestruali. Milena Gabanelli ha calcolato che ogni donna, nel corso della sua vita, consuma almeno 12 mila assorbenti, e li paga come se fossero prodotti di lusso: con l’Iva al 22%.

Non siamo i peggiori in Europa: in Ungheria la tassazione dei prodotti igienici femminili è al 27%. E prima di noi ci sono Croazia, Danimarca, Svezia, Finlandia e Grecia con aliquote tra il 24% e il 25%.

C’è però chi fa molto meglio. A partire dalla Scozia che il 22 novembre 2020 ha approvato il Period Products Bill, una legge che garantisce l’accesso gratuito a prodotti mestruali negli edifici pubblici, come scuole, università e college per tutte le persone che ne hanno bisogno. E Nuova Zelanda, Francia e Namibia hanno annunciato iniziative simili.

Leggi anche >> La Scozia sarà il primo paese a garantire l’accesso gratuito e universale agli assorbenti nelle strutture pubbliche

Come riporta My period is awesome, piattaforma su salute mestruale, sessuale e riproduttiva gestita dalla ong svedese Wise Economy Global Association, il primo Paese a ridurre il prezzo degli assorbenti è stato il Kenya, nel 2004. Sette anni dopo, lo stato africano ha avviato un progetto per la distribuzione gratuita nelle scuole e nel 2019 ha adottato un programma di gestione dell’igiene mestruale.

In seguito anche Canada, Colombia, India, Malaysia, Sudafrica, Rwanda e Australia hanno abolito la tassazione su assorbenti, coppette e tamponi. Il Regno Unito l’ha abbassata dal 20% al 5%, la Francia al 5,5%.

E in Italia? Nel 2016 quattro deputati di Possibile (Beatrice Brignone, Giuseppe Civati, Andrea Maestri e Luca Pastorino) hanno presentato alla Camera una proposta di legge per ridurre la tassazione al 4%, quella prevista per i beni di prima necessità. “Una piccola – non così piccola – proposta. Che toglie una quota di ingiustizia inutile e cattiva, e anche solo per questo dovrebbe essere celebrata con giubilo e accolta all’unanimità”, scrive Civati nella prefazione di Tampon Tax, il libro in cui Beatrice Brignone ripercorre le ragioni storiche e politiche di una battaglia che riguarda i corpi e la libertà delle donne. Proposta che, invece, è stata accolta con battute sessiste, critiche, insulti, commenti beceri in Parlamento, sui social e in televisione.

Da allora ci sono state tre proposte di legge mai discusse e altrettanti emendamenti, bocciati. Perché in Italia le mestruazioni sono un tabù, qualcosa di cui ci hanno insegnato a vergognarci fin da piccole, qualcosa da nascondere e al tempo stesso una fonte di guadagno per lo Stato.

Cinque anni dopo quella proposta, è nato un movimento dal basso fatto soprattutto di giovani donne che hanno preso la parola su questo tema. Sono diverse le petizioni lanciate per chiedere l’eliminazione della tampon tax: le prime tre per numero di firme raccolte hanno superato ciascuna quota 600 mila. Fra queste c’è quella di Onde rosa, un’associazione di ventenni, che oltre a sottolineare che Il ciclo non è un lusso!, invita a considerare come il costo degli assorbenti sia un problema che grava su tutta una famiglia, uomini compresi. Anche Le mestruazioni non si tassano chiede l’IVA al 4% sugli assorbenti. La ONG WeWorld ha lanciato la campagna #fermalatampontax, inserendo l’intervento fiscale “in un percorso di politiche per le pari opportunità e di contrasto alla violenza economica contro le donne”. Mentre Tampon tax: assorbenti beni di lusso ricorda che “è il momento di iniziare a parlare, farci sentire, mettere in luce la questione e soprattutto informare le donne e le ragazze”.

Sull’onda di manifestazioni, petizioni e raccolte di firme, qualcosa si muove. Nel settembre 2020 l’Università statale di Milano è diventato il primo ateneo italiano a ospitare distributori di assorbenti a prezzo calmierato. Nello stesso periodo il Comune di Firenze ha approvato una mozione con cui chiede alle farmacie comunali di ridurre i prezzi su tamponi interni, assorbenti igienici esterni, spugne e coppette mestruali e sollecita il governo a ridurre la tassazione attuale del 22%. Dal 7 giugno anche le ex farmacie comunali, oggi del gruppo Lloyds Farmacia, si sono impegnate a ridurre il prezzo degli assorbenti del 22%, quanto l’IVA, fino al 31 dicembre 2021, sostenute da alcuni grandi Comuni, come Milano e Bologna, che hanno colto l’occasione per sollecitare un intervento legislativo sul tema.

Quella che cinque anni fa era una battaglia da ridicolizzare, oggi è una battaglia popolare, condotta in modo serissimo da ragazze e ragazzi che ne sanno intravedere non solo i risvolti pratici ma, soprattutto, quelli sociali. È una battaglia di uguaglianza e come tale va portata avanti”, scrive Brignone nel suo libro Tampon Tax.

Per creare un nuovo immaginario

Come si rivoluziona l’immaginario collettivo sulle mestruazioni? Parlandone, descrivendole come qualcosa di naturale, che ci riguarda tutti e che non deve fare paura, sostiene Giorgia Vezzoli, autrice di Period Girl, un romanzo per adolescenti in cui la protagonista, Robin, scopre di avere dei superpoteri in corrispondenza della propria mestruazione. “Un potere tra l’altro molto particolare, quello di connettere il proprio flusso mestruale a quello della natura e creare così a comando alberi e piante, andando di fatto a contrastare la deforestazione e il riscaldamento globale, quindi un superpotere molto utile per le attuali sfide globali”, svela Vezzoli. Un potere che si amplifica quando la ragazza, in fase mestruale, si connette con altre donne a loro volta in fase mestruale.

L’effetto di questa azione collettiva di ragazze e donne con le mestruazioni che unendosi riforestano il pianeta ha ricadute anche sulla loro quotidianità, per esempio iniziano a chiedere e ottenere bagni puliti e distributori di assorbenti nelle scuole. “Nel momento in cui combatti il pregiudizio, normalizzi le mestruazioni e poi vai a ribaltare la situazione anche dal punto di vista della concretezza”.

Vezzoli sperava che la scelta di una supereroina come protagonista permettesse al racconto di arrivare anche ai ragazzi: “Ho un po’ di feedback da mamme che lo fanno leggere alle figlie ma anche ai figli e questo mi dà molta gioia. Sono le cose di cui non parliamo quelle che ci fanno più paura. E c’è bisogno di uomini che non temono il flusso”.

Immagine in anteprima via intimina.com

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/mestruazioni-conversazione-sociale/ – per l’indicazione esatta dell’autore fare riferimento a questo link che contiene il post originale.

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