La genealogia di Genova 2001

I primi controvertici negli anni 80, la Pantera studentesca, l’espandersi dei centri sociali e del volontariato nel terzo settore. Genova fu il frutto dell’emergere di movimenti figli della fine delle grandi appartenenze collettive degli anni 70

Genova 2001 non fu una fiammata estemporanea ma il frutto dell’emersione di tradizioni, movimenti, lotte e resistenze che avevano iniziato da decenni a infiltrare come correnti carsiche il terreno del pensiero unico neoliberale: una congerie di componenti che confluisce e si rimescola nel «movimento dei movimenti». Per questo Genova non finisce con le giornate del luglio 2001: il suo bagaglio di eredità persiste ancora oggi e va compreso.

In principio fu Seattle

Per farlo, bisogna ripartire da Seattle,  dalle contestazioni al vertice del Wto del 30 novembre 1999. Le proteste – lanciate originariamente da  George Sweeney, presidente di sinistra dell’Afl-Cio, il maggior sindacato statunitense, cui si erano aggiunte poi 1.387 organizzazioni politiche e sindacali – erano riuscite a bloccare i lavori del Millennium Round del Wto, l’Organizzazione mondiale per il commercio in una sessione volta a ridisegnare i rapporti commerciali internazionali, con nuove regole per la liberalizzazione dei prodotti agricoli e dei servizi. La «battaglia di Seattle» aveva accompagnato il dissenso interno al meeting: i lavori per l’avvio di un nuovo ciclo di negoziati multilaterali da condurre nei successivi tre anni si erano risolti in un incredibile nulla di fatto. Un successo clamoroso per il movimento, che suonò agli occhi dell’opinione pubblica come l’irruzione imprevista sulla scena di un soggetto nuovo e contribuì a rafforzare negli attivisti la convinzione della bontà delle tattiche messe in campo. In realtà, quello che ora diveniva un «popolo» coerentemente strutturato nella critica alle grandi istituzioni sovranazionali cui erano affidati i processi di governance della globalizzazione neoliberista, era un movimento che prendeva le mosse da anni di lotte e campagne, e la stessa pratica del «controvertice» affondava le radici in almeno due decenni precedenti

Un movimento che veniva da lontano 

Se precursori possono essere considerati i Tribunali d’opinione e le convention per la pace nate tra gli anni Sessanta e Settanta, è nel 1983 che si svolse la prima pressione coordinata contro la Banca Mondiale per fermare il finanziamento di un progetto che avrebbe provocato la distruzione di significative porzioni di foresta amazzonica. Il primo controvertice è del 1984, in occasione della riunione dei G7 di Londra: il Toes (The Other Economic Summit). Mentre è dal 1988 che le mobilitazioni iniziarono a politicizzarsi nel senso di una critica più generale alle politiche neoliberiste: la svolta fu la contestazione di massa del meeting di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale di Berlino ovest, organizzata da Ong e settori della sinistra antagonista e radicale, schema poi ripetuto a Roma nel 1989 per i quarant’anni della Nato e a New York e nel 1990 contro il cosiddetto «Washington Consensus», il pacchetto di politiche da imporre ai paesi in via di sviluppo in caso di crisi secondo il nuovo orientamento economico neoliberista che era maturato in asse tra il Dipartimento del Tesoro americano e i due grandi istituti finanziari internazionali. 

Tra il 1992 e il 1995 si aprirono crepe significative nel fronte degli organizzatori, allorché l’Onu diede il via alle sue conferenze per fissare gli obiettivi del millennio e si assistette a una progressiva istituzionalizzazione delle Ong stesse, che in tale contesto svolsero un ruolo importante mettendo però da parte la critica sistemica più complessiva. Ma il percorso degli incontri alternativi e delle contestazioni ai meeting delle organizzazioni internazionali  riuscì ad assumere un carattere nuovo, sulla spinta delle lotte di base e delle campagne antiliberiste di quegli anni: l’esperienza di democrazia partecipativa di Porto Alegre, la rivolta zapatista del 1994 o gli scioperi del 1995 in Francia, ma poi anche la nascita del coordinamento «50 years is enough» (verso i cinquant’anni dagli accordi di Bretton Woods sulle relazioni commerciali tra i principali paesi industrializzati) o la campagna per l’abolizione del debito estero dei paesi più poveri «Jubilee 2000». Nel 1994 si svolse il primo vero controvertice italiano a Napoli contro il G7 e negli anni immediatamente precedenti la mobilitazione di Seattle il ritmo divenne incessante. Il G7 fu contestato a Lione nel 1996 e a Denver nel 1997, il G8 a Birmingham nel 1998. Successivamente ancora proteste a Colonia, le prime contestazioni ai summit regionali e poi la marcia per la pace Perugia-Assisi dell’ottobre 1999, con 100.000 persone in piazza contro l’intervento Nato in Kosovo.

Neanche Seattle nacque nel vuoto dunque. Il movimento si muoveva già in forme molteplici e tra il 1997 e il 1998 vi era stata anche la sorprendente vittoria della campagna contro il Mai (Multilateral Agreement on Investments), liberalizzazione degli scambi maturata in seno all’Ocse poi ritirata. A partire dal 1999 le mobilitazioni si moltiplicarono. Solo nel 2000 si contano una dozzina di controvertici, nel 2001 addirittura 21, nel 2002 14. Nel marzo del 2000 ci fu la «marcia mondiale delle donne contro guerre, violenza e povertà» di 140 organizzazioni femminili. Manifestazioni di massa si ebbero a Washington, New York, Okinawa, Durban e Melbourne nella prima metà dell’anno. In Europa a partire da settembre: a Praga contro Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, a Nizza contro il vertice dell’Unione europea a dicembre, fino alla contestazione del Global Forum a Napoli nel marzo 2001 e del vertice tra Stati uniti e Unione europea di Goteborg a giugno. Il G8 di Genova a luglio diede modo al movimento italiano di organizzarsi e strutturarsi, sulla scia del World Social Forum di Porto Alegre che a gennaio aveva riunito per la prima volta il movimento globale – in esplicita opposizione al World Economic Forum di Davos – con 4.700 delegati provenienti da 120 paesi, 17.000 partecipanti e un documento firmato da 140 movimenti sociali di tutto il mondo. 

Da Porto Alegre a Genova, contro il neoliberismo all’italiana

Ma per comprendere le specificità di quelle giornate di luglio bisogna volgere lo sguardo anche al contesto italiano. Il vertice del  G8 del luglio 2001 venne organizzato a cavallo di due legislature di segno opposto e la questione è profondamente simbolica: il movimento altermondialista attecchisce e cresce nell’Italia della «Seconda repubblica» in cui si inizia a scorgere una sostanziale indistinzione tra i due schieramenti opposti nel bipolarismo elettorale, entrambi costretti sotto l’ombrello delle regole economiche imposte dagli accordi europei di Maastricht. L’azione di governo della sinistra ulivista del primo esecutivo Prodi si opponeva antropologicamente alla destra berlusconiana, ma proponeva la «terza via» blairiana, con riforme del lavoro che favorivano la flessibilità e liberalizzazioni a tutto vantaggio delle banche e della rendita finanziaria. 

In particolare i giovani vedevano le proprie prospettive incerte e sempre più precarie: iniziava a incrinarsi la grande illusione liberale della «società della conoscenza». Ma, nonostante le iniziative di Rifondazione Comunista o della Cgil di Sergio Cofferati, mancava un vero punto di riferimento complessivo per il malessere e la disaffezione che si stavano sviluppando. In questo senso, anticipatrici erano state le nuove e pragmatiche forme di partecipazione politica giovanile sviluppatesi tra gli anni Ottanta e Novanta, figlie della fine delle grandi appartenenze collettive: dal movimento pacifista a quello anti-nucleare, dalla Pantera universitaria del 1990 al boom delle occupazioni dei centri sociali. Senza dimenticare la crescita dell’associazionismo, del volontariato e del Terzo Settore, le esperienze del commercio equo e solidale, il movimento per il consumo critico, la rete dei bilanci di giustizia o la nascita della Banca Etica nel 1995. 

Le diverse tradizioni politiche e il forum

Le componenti organizzate rivestirono un ruolo di primo piano nella definizione delle mobilitazioni, raccogliendo l’onda lunga delle proteste di Seattle, individuando una serie di obiettivi politici generali e trovando una parziale soluzione alle aporie democratiche dei movimenti con il metodo decisionale del «consenso», che non prevedeva votazioni su posizioni contrapposte ma ricerca di posizioni comuni, e la forma del Forum. La comune critica al neoliberismo e la domanda di democrazia non risolvevano le differenze esistenti, ma la coesistenza di soggetti tra loro diversi nutrì l’affermarsi di un nuovo ordine discorsivo, con sullo sfondo il sempre più imprescindibile ruolo di Internet (e di esperimenti innovativi come Indymedia).

Il Genoa Social Forum (Gsf) – organizzatore delle mobilitazioni del luglio 2001 – arrivò ad avere l’adesione di 1.184 organizzazioni non governative, realtà sindacali e partiti. Vi erano nuovi soggetti come Attac che portavano avanti la richiesta della Tobin Tax (tassa sulle transazioni finanziarie) e rivendicavano la ristrutturazione delle istituzioni finanziarie internazionali e l’eliminazione dei paradisi fiscali. C’era la Rete Lilliput, capace di includere dentro di sé sotto l’egida della «nonviolenza»  anche organizzazioni ecologiste come Wwf Italia o Legambiente e reti cattoliche come Pax Christi, Mani Tese o Nigrizia, in una rete dal marcato carattere antigerarchico che incrociava sguardo locale e prospettiva globale e univa un’idea di alternativa di mondo a proposte tangibili di cambiamento nell’immediato. C’era un sindacalismo alternativo molto attivo (in particolare i Cobas e la Cub), nonostante la sostanziale estraneità alle mobilitazioni in questa prima fase dei sindacati confederali, fatta eccezione per la Fiom che proclamò uno sciopero il 6 luglio e per l’area di sinistra della Cgil Lavoro/società-Cambiare rotta che aveva un portavoce nel coordinamento del Gsf. Merita una menzione l’Arci, i cui più di ottomila circoli erano da tempo impegnati su tematiche legate alla guerra e ai processi economici in atto, nonché in esperienze concrete di volontariato nell’ambito della cooperazione nord-sud, oltre a essere un utile punto d’appoggio per l’organizzazione delle mobilitazioni.

C’erano poi i centri sociali, divisi tra settori più antagonisti e radicali – uniti ai Cobas nel Network dei Diritti Globali – e settori legati al rinnovato concetto della «disobbedienza civile», impegnati da anni nel percorso delle Tute Bianche e ispirati dalle teorie di Toni Negri. Questi ultimi, tra i più numerosi a Genova, avevano trovato nella «disobbedienza» la via d’uscita dalla marginalità politica e sociale di metà anni Novanta, con azioni fortemente mediatizzate e spettacolarizzate che cercavano di dare voce ai cosiddetti «invisibili» rimasti privi di rappresentanza (i migranti, le partite Iva, i disoccupati), tentando di rinnovare l’immagine della tradizione dell’Autonomia operaia degli anni Settanta, pur salvaguardandone in qualche modo «la mistica dello scontro di piazza» con la pratica della violazione simbolica di divieti e zone rosse.

Va infine ricordato il ruolo svolto, unicità del caso italiano, da una forza politica e parlamentare come la Rifondazione Comunista di Fausto Bertinotti (rimase fuori invece la sinistra di governo dei Democratici di sinistra, nonostante gli slanci più movimentisti di alcuni settori della Sinistra giovanile e dell’associazionismo a essi collaterale). Dopo il ritorno all’opposizione del governo dell’Ulivo e dopo la scissione dell’ala vicina ad Armando Cossutta, anche in Rifondazione c’era un vivo dibattito e si faceva strada l’idea di un rinnovamento dell’immaginario e della linea del partito, per la costruzione sociale di un nuovo blocco antiliberista connesso ai movimenti ecologisti, studenteschi e femministi. L’operazione non arrivò mai a uno sbocco compiuto, ma contribuì a determinarne il dinamismo. I circa 10mila iscritti dei Giovani Comunisti furono cruciali per il ruolo del partito nel Social forum, lavorando spesso in tandem con il blocco della Disobbedienza e rimanendone un elemento imprescindibile. 

Il Genoa Social Forum, con il suo coordinamento e il suo portavoce Vittorio Agnoletto, portava a sintesi questa molteplicità di tradizioni e riferimenti, superandone la parzialità e facilitando l’identificazione nel processo collettivo, con parole d’ordine non connotate ideologicamente. Contro le disuguaglianze planetarie, si chiamavano a raccolta le organizzazioni che esprimevano «principi di giustizia sociale, di solidarietà e di uno sviluppo equo e sostenibile». All’incrocio tra dinamica globale e contesto nazionale, nonostante l’esito drammatico di quelle giornate straordinarie, si stava sedimentando un nuovo linguaggio della politica destinato a lasciare il segno negli anni a venire, la cui lezione non è stata forse sufficientemente appresa e interpretata a sinistra.

Il filo non si è spezzato

Non si può non riconoscere l’eco che il movimento ha lasciato anche a decenni di distanza. «Voi G8, noi 6.000.000.000» recitava lo striscione d’apertura del corteo del 21 luglio: la proposta semplice ed efficace di declinazione di un nuovo antagonismo di classe per il ventunesimo secolo, il secolo del capitalismo finanziario che ha inasprito le disuguaglianze come in un nuovo feudalesimo governato da un’élite ristretta e inarrivabile. Impossibile non sentire l’eco di quello schema nelle mobilitazioni che hanno attraversato il globo un decennio dopo, dal 15M spagnolo che opponeva il popolo alla casta, il basso verso l’alto, fino a Occupy Wall Street che ha tirato la volata al ritorno del socialismo negli Stati uniti e ha lanciato lo slogan virale del «99%» contro l’1% dei ricchi». Dal piano politico al piano economico e ritorno, lo scontro ha trovato le sue nuove narrazioni nella contestazione etica della struttura di potere che governa il mondo. Democrazia, giustizia sociale, sostenibilità ambientale ed emancipazione: non sono forse questi, vent’anni dopo, gli obiettivi conclamati dei nuovi movimenti globali che hanno attraversato il pianeta a cavallo della recente pandemia? Dal nuovo femminismo ai movimenti ecologisti, dalle lotte antirazziste agli scioperi e alle grandi mobilitazioni di Hong Kong, del mondo arabo e dell’America Latina: non sono le stesse parole d’ordine dei grandi processi collettivi del nostro tempo? 

A Genova c’era tutto questo. Molto di ciò che la animò ha perso efficacia, ha cessato di esistere o è rimasto confinato a una dimensione sottoculturale e residuale. Ma Genova 2001 fu la prima e più compiuta espressione ed emersione delle resistenze al neoliberismo del tardo capitalismo post-industriale, in cui i conflitti si sono allargati dalla fabbrica all’insieme della produzione sociale e in cui le aspettative di qualità della vita dei molti sono continuamente tradite e frustrate dagli egoismi e dall’ambizione dei pochi. La sua storia affondava le radici nelle grandi trasformazioni avvenute tra gli anni Settanta e Ottanta e nella sconfitta del movimento operaio novecentesco, ma la sua rivelazione non ha cessato di agire nel presente. Tutto cambia e molte sono le storie, le lotte e le esperienze che collegano quel 2001 al nostro 2021 post-pandemico. Ma nulla si crea e nulla si distrugge: il filo di quella grande speranza collettiva non si è spezzato. 

*Fabio Sparagna è laureato in Storia Contemporanea e ha studiato, tra l’altro, il movimento altermondialista e il Genoa Social Forum. Lavora nel mondo del giornalismo e attualmente collabora a vario titolo con Il Fatto Quotidiano.

Fonte: Jacobin Italia – https://jacobinitalia.it/la-genealogia-di-genova-2001/

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