La memoria di Genova

Ripensare agli eventi di vent’anni fa può essere una forma di pedagogia e di giustizia, proprio per questo è un percorso complesso e delicato. Diario di un’antropologa alle prese con i ricordi e con quello che resta

Genova, 20 luglio 2020. In piazza Alimonda, tra le persone radunate per partecipare alle iniziative del Comitato Piazza Carlo Giuliani noto un gruppo di adolescenti che mi pare aver già visto gli anniversari precedenti. Sono una fascia d’età rara nella piazza che, con un pennarello ogni anno viene intitolata a Carlo Giuliani. Una signora che li accompagna, Raffaella, mi spiega con estrema naturalezza che sono un gruppo di partecipanti del centro estivo che organizza a Ravenna da dodici anni, tra le cui attività è prevista anche una tappa a Genova per conoscere cosa accadde vent’anni fa: contenuti e metodo dei movimenti, repressione, tracce di memoria, forme di giustizia. Ci sono anche altri appuntamenti importanti: in Val Susa con il movimento No Tav, o gli incontri con le persone che ospitano al centro estivo come i genitori di Lorenzo Orsetti. «Vieni a trovarci!» mi saluta.

Da quell’invito trascorre quasi un anno tra innumerevoli assemblee in vista del ventennale, studio per un dottorato e impegno per un lavoro che mi porta a riflettere molto sul legame sulla pedagogia come forma di immaginazione concreta capace di attuare altri mondi possibili. Con l’avvicinarsi dell’estate proprio da Genova, dove accompagno Mariangela Paone nella realizzazione di un podcast, mi decido ad accettare la proposta e chiedo un’intervista ai ragazzi. In pochi minuti mi trovo in contatto con Sem, 19 anni: con orgoglio mi spiega di essere diventato operatore del centro estivo. Accetta di essere intervistato, ma mi suggerisce con forza di passare una giornata intera con loro «per capire il contesto».In poco tempo si attiva un comitato di accoglienza che mi permetterà di realizzare questo incontro tra l’1 e il 2 luglio.

 In viaggio

Dopo tante riflessioni sulla necessità di un’autentica e profonda decolonizzazione, parto pensando di concentrarmi sul garantire l’ascolto a un terreno accogliente e sconosciuto, ma sarò capace di capire davvero quando accendere il registratore e quando tenerlo spento e chiuso nella custodia? Sem, che è abituato a non considerare l’educazione come qualcosa che viene impartito dalla generazione anagraficamente più anziana, me lo insegna molto bene, invitandomi a parlare con Raffaella oltre che a intervistare loro. Appena scesa dal treno esploro Ravenna, sede del centro estivo Creiamo le Pecore Nere.

Dopo due ore ho appuntamento con Jessica, operatrice del centro estivo e mia ospite. Parliamo poco di Genova, quel che basta a spiegare perché io sia lì, presto passiamo ad altri argomenti: le motivazioni delle nostre diete vegane, il conflitto sociale oggi (si è ridotto? chi lo pratica e perché? chi invece no e perché?), prospettive marxiste e anarchiche alla lotta e alla vita. Così, in un attimo, dal G8 di Genova 2001 passiamo a raccontarci le nostre vite: storie dell’infanzia e del nostro percorso verso una vita adulta, il lavoro, l’amore, la casa, cos’è una famiglia? Questa mescolanza che confonde argomenti apparentemente distinti, ma invece strettamente interconnessi sarà la cifra della mia esperienza con le Pecore Nere e, per quel che ho compreso, del loro approccio pedagogico e politico.

Incontro Raffaella nel tardo pomeriggio e, dirette verso cena, cominciamo a parlare. Un fiume in piena che sgorga ordinato dalle nostre bocche alle nostre orecchie, confondendo argomenti, serietà, risate. Ancora una volta il confine tra G8 e vita privata si fa permeabile, traghetto di questa mescolanza è la pedagogia. «È chiaro che ho un’ossessione, vedo Genova dappertutto» dico a Raffaella. Eppure nel lungo percorso dell’altermondialismo i temi erano aggrovigliati uno all’altro in una matassa che andava sbrogliata intera, non fatta a pezzi; anche gli approcci intersezionali dei nostri anni ci mettono in guardia dall’eccessiva parcellizzazione. Le proposte di altri mondi possibili possono passare anche attraverso l’educazione.

Le confusioni ben organizzate delle Pecore Nere

Raffaella mi spiega come è organizzata una giornata delle Pecore Nere: si concentra sulla scansione del tempo, racconta poco di ciò che si fa. Mi tornano in mente le tribune politiche mainstream in cui le destre hanno cavalcano la retorica della «politica del fare» negli anni che vanno dal dopo Genova al movimento studentesco dell’Onda, riportando alla ribalta un’irriducibile dicotomia tra pensiero e azione, tra consapevolezza e esecuzione ripetuta. Concentrarsi sul tempo significa anche porre l’attenzione sul metodo, e in ciò vedo un antidoto possibile a un fare vacuo.

Raffaella e gli operatori arrivano al parco di Teodorico, sede attuale del centro estivo, tra le 7:30 e le 8:30, gli ospiti, tra i 4 e i 16 anni, possono arrivare fino alle 9.00, chi arriva in ritardo viene comunque accolto, ma si riflette insieme sulle motivazioni e sulle conseguenze che quel ritardo potrebbe avere per l’intero gruppo. Dopo un momento di attività si fa un’assemblea, poi di nuovo attività, pranzo alle 13.00, riposo, assemblea, attività, saluti alle 17.00.

Il centro estivo esiste da dodici anni ed è accreditato al comune di Ravenna, l’iscrizione ha un costo molto basso e si rinnova di settimana in settimana dal primo giorno dalla chiusura delle scuole a giugno fino alla riapertura dell’anno a settembre. Il pranzo ha un costo a parte, in modo da permettere a chi preferisce di portarlo da casa. Al centro estivo sono accolti tutti, Raffaella ci tiene a precisarlo, perché pare che alcuni invece rifiutino le persone con disabilità. Ciò significa che tutti fanno tutto: non ci sono attività «differenziate» per categorie anagrafiche, abiliste, sessiste. Come recita il suo statuto, il centro estivo è «antifascista, antirazzista, antisessista».

Non ho registrato Raffaella, mi piaceva la spontaneità di un racconto in armonico accordo con il contesto in cui ci trovavamo: il nostro è rimasto un dialogo a più riprese che ho appuntato su un diario di campo speciale, uno dei taccuini dono del crowdfunding del libro Vivere la tempesta. In lotta contro il cancro di Paola Staccioli. Parliamo in macchina mentre osservo i fumi densi delle fabbriche sommergere una piccola città; parliamo a cena con Paski che mi racconta dei suoi approcci come educatore con un ragazzo autistico; parliamo mentre facciamo un tour di Ravenna tra le aree di riqualificazione partecipata, il porto che si incunea fino alla ferrovia, il centro storico e i banchetti allestiti per la Festa dei popoli e riconosciamo quello dell’Associazione di amicizia Italia-Cuba tra gli stand di persone provenienti da ogni parte del mondo che presentano la propria autodeterminazione a partire dalla cucina. Penso al 19 luglio 2001 e al corteo dei migranti che diede inizio alle giornate genovesi, people before profits, e penso agli accordi con la Libia, alla criminalizzazione della solidarietà, a una perversa costruzione del degrado fatta di sgomberi e distorsioni della sicurezza. Sul taccuino scrivo che anche per questo Genova non è finita, oltre che per i processi svolti e per quello sempre negato per l’uccisione di Carlo Giuliani.

La notte, tornata a casa, cercando la pagina Facebook del centro estivo, penso al dibattito sul passaggio da Indymedia alle piattaforme proprietarie che per me è iniziato nel 2016 con Mark Covell, il giornalista e mediattivista inglese che nel 2001 fu il primo massacrato alla scuola Diaz, e che sta assumendo proporzioni più voluminose proprio in questi mesi anche grazie al lavoro di Ilenia Rossini, Zapruder e Supporto Legale. Leggo la brevissima eloquente presentazione: «Chi non si arrende, chi non vuole avere paura, chi si diverte, chi rispetta, chi ama, chi desidera un mondo migliore, chi difende gli ultimi/e… è una pecora nera! un☆ di noi!!!». Non riesco a smettere di chiedermi che tipo di attività si possano fare in un centro estivo che ha piazza Alimonda come tappa incastonata al proprio interno.

Immersioni

Il 2 luglio arrivo presto a Parco Teodorico, accompagnata da Raffaella. Mi immergo, osservo e ascolto, partecipo alle tre assemblee della giornata, in un cerchio che davvero accoglie tutti, senza limiti di età, e in cui tutti parlano e ascoltano. Le attività consistono per lo più in gioco libero al quale si alternano le assemblee come momenti di consapevolezza di quanto accaduto nel corso dell’autorganizzazione dei giochi. Il gruppo è intero, i ragazzi con disabilità non vengono separati con attività speciali, i più piccoli sono connessi ai più grandi attraverso uno snodo anagrafico ininterrotto. Raffaella e gli operatori hanno un ruolo di primus inter pares, primi tra i pari, garanti adulti e contenitori delle esperienze. Le attività in cui è impegnata l’intera collettività delle Pecore Nere, come i giochi d’acqua o il calcio, sorgono dal consenso del gruppo intero e dall’esistenza di un calendario condiviso. Inoltre non ci sono attività prive di pensiero, ad esempio i giochi d’acqua, a spreco minimo, consistono in una sorta di ruba bandiera con domande culturali: storia, geografia, matematica, fisica, letteratura, comunicazione, politica. Chi è il sindaco di Ravenna? In quale città si è svolto il G8 in cui è stato ucciso Carlo Giuliani? Ci piace l’alta velocità?

Le risposte a queste domande non sono mai indottrinate: di fronte alle divergenze sul Tav, ad esempio, il gruppo si confronta e ognuno spiega le proprie ragioni. Il punto è pensare, ci diciamo con Raffaella che incita spesso i ragazzi a stare insieme, mescolando i gruppi e le proposte di gioco: «Confondetevi di più!». Confusione, privilegiando il significato di fusione insieme e mescolanza, al disordine.

Nel pomeriggio intervisto Sem, Aidi, Nocciola e Canna, hanno tra i 15 e i 19 anni e per questo uso qui i loro soprannomi. Come ho imparato durante i Cerchi della Memoria al Nuovo Cinema Palazzo, costruiamo un cerchio di sedie con una al centro dove posiziono il registratore. Parliamo delle impressioni, emozioni e pensieri, provate all’arrivo in piazza Alimonda, ma anche delle loro aspettative e di cosa è successo al ritorno a Ravenna. Sono unanimi nel racconto della difficoltà di trasmettere ai loro compagni di classe l’intensità di ciò che hanno vissuto e l’importanza che gli attribuiscono. Non in tutti l’esperienza a Genova ha suscitato il desiderio di impegnarsi politicamente, per qualcuno si tratta dell’elaborazione di uno stile di vita «attento e consapevole», per altri invece ha rappresentato una scelta di partecipazione a gruppi politici definiti. Mi colpisce trovarmi di fronte a quattro percorsi molto diversi, eppure capaci di convivere, confondersi direbbe forse Raffaella, con ascolto, rispetto e curiosità di imparare nella reciprocità.

L’epiteto di Carlo Giuliani è ragazzo, non c’è un’indicazione di appartenenza univoca; in piazza Alimonda non c’è una bandiera unica, ma una confusione di percorsi politici e personali che si riconoscono, nella fatica dell’ascolto, in un fronte comune. Un estratto al microscopio, che si rinnova una volta l’anno, della mescolanza del movimento dei movimenti.

«Carlo e la Diaz» sono i ricordi che hanno di quanto è accaduto a Genova nel luglio 2001. Sono molto giovani e, nonostante gli sforzi del Comitato Piazza Carlo Giuliani di restituire una narrazione completa e non esclusivista, mi sembra inevitabile che il 20 luglio in piazza Alimonda ci si concentri su Carlo Giuliani. Nel corso della ricerca per la tesi di laurea mi sono imbattuta in forme di trasmissione della memoria del G8 2001 che erano veicolate da Carlo Giuliani: graffiti, canzoni, ricordi personali, Carlo raccoglie tutto in sé e tutto esprime, in Carlo ci si identifica. Il suo corpo torturato morente racconta le torture della Diaz e di Bolzaneto, quelle semisconosciute di Forte San Giuliano, la sua determinazione dice la forza di un percorso politico che estendeva le sue radici molto oltre il nuovo millennio e la Liguria.

In questa intervista però il lutto sembra scalzato via: sento una grande creatività nella loro rabbia, non sembrano immobili né sbigottiti di fronte all’ingiustizia. Ritrovo, vissuta internamente, la competenza della confusione che permette di comprendere la coesistenza di emozioni e stati d’animo differenti. Ci sono molte cose che non sanno da un punto di vista di cronaca o di storia, eppure hanno colto delle essenze e ne hanno fatto percorso di crescita personale, sociale, politico. 

La pedagogia come forma di giustizia

Mi sento distrutta e rinnovata da questo incontro: somatizzo il confronto con uno sguardo davvero altro dal mio che, però, mi indica una strada da percorrere. La pedagogia può essere una forma di giustizia. Trasmettere non solo la memoria di un evento passato, ma anche il metodo, i contenuti, le domande, le provocazioni, le gioie e le difficoltà è un modo concreto di mantenere in vita, tramandare in modo creativo e disponibile ad adattarsi alle esigenze del presente, e non ridurre il ricordo a ripetizione del dolore da dover apprendere con un misto di senso di colpa e impotenza.

Una parte delle Pecore Nere si ritrova al mare, alla spiaggia Mare Blu, una volta finito il centro estivo. Con Raffaella ci raccontiamo il nostro 20 luglio 2001. Nessuna delle due era a Genova, per motivi diversi. La partita tra Italia e Belgio irrompe nei nostri discorsi, i ragazzi davanti allo schermo ci fanno capire che non andremo presto via da lì. Al ritorno, tra le macchine festanti che suonano il clacson, Nicola, 11 anni, chiede a Raffaella perché non lo facciamo anche noi. Lei risponde con un’altra domanda: «In che modo le persone per cui suoneremmo il clacson sono impegnate per fare del bene alla società, per costruire un mondo più giusto?». Nicola, serio, commenta: «Messa così, hai ragione»: Allora Raffaella comincia a strombazzare: «Noi suoniamo il clacson per gli operai, per il Comitato Piazza Carlo Giuliani, per i No Tav, per i precari, e per le Pecore Nere!». Il nostro suono si confonde, si mescola a onde sonore che hanno altri significati, mostrando che anche in un gesto minimo il punto non è il fare (premere un clacson) ma il mondo che a quel gesto è legato. Questo pensiero profondo, comunicato in modi semplici e complessi, capace di non escludere né persone né temi, capace del gioco e della rabbia, per me è un pezzettino luminoso di quella Genova che non è ancora finita.

*Ilaria Bracaglia, laureata in antropologia, dottoranda presso l’Università di Pisa, ha iniziato a studiare il G8 di Genova nel 2012, per la tesi di laurea triennale, e da allora non ha ancora smesso. Sul tema ha pubblicato con Eddy Olmo Denegri Un ingranaggio collettivo. La costruzione di una memoria dal basso del G8 di Genova (Unicopli, 2020) oltre ad articoli e contributi. Fa parte del gruppo NarrAzioni-Studi sul G8.

Fonte: Jacobin Italia – https://jacobinitalia.it/la-memoria-di-genova/

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