Vent’anni fa Genova, una ferita alla democrazia

Genova 2001

Oggi sappiamo che fu una brutale repressione contro i manifestanti pacifici.

E i black bloc incappucciati che sfasciavani tutto?

Venivano lasciati liberi di scorazzare. Divennero l’alibi per caricare, disperdere o picchiare a sangue quelli pacifici, inermi, che credevano nella nonviolenza e che alzavano le mani pensando che così sarebbero stati riconosciuti e risparmiati da una violenza indiscriminata che assunse i caratteri della barbarie assoluta.

Oggi sappiamo che dalla parte del torto e della vergogna c’erano loro: chi usò il distintivo e la divisa per oltraggiare i principi della Costituzione italiana. 

Il 14 giugno 2013 la Corte di Cassazione li ha condannati in via definitiva.

Chi usò inaudita violenza e anche la tortura violando i diritti umani e sospendendo lo Stato di diritto è stato condannato. L’Italia non aveva ancora adottato il reato di tortura sancito dalla Convenzione europea per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti.

Chi nelle “forze dell’ordine” aveva commesso gravissimi abusi ha persono fatto ricorso Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) tentando di vedere riesaminata la sentenza definitiva di condanna. Ma la CEDU lo ha respinto in maniera netta tale ricorso.

Quella barbarie oggi compie vent’anni e, dopo essere stata condannata dai giudici, deve essere assunta come monito per tutti, per chi crede nella democrazia e anche per chi non ci crede, perché queste cose in Italia non siano mai più permesse a gente che aveva fatto della divisa un paravento per la propria brutalità. 

Ma fra i poliziotti vi fu anche chi si beccò alcuni colpi di manganello per aver aiutato una ragazza e per essere intervenuto per fermare la violenza dei suoi colleghi. Vi fu chi difese i manifestanti cercando di impedire violenze nei loro confronti. Ma prevalse la linea dura e disumana.

Pubblichiamo qui sotto le testimonianze che giunsero a PeaceLink via email, in quelle ore, in quei giorni, vent’anni fa. Messaggi che raccontano tutta la violenza, l’insensata violenza di allora a Genova.

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La polizia lascia fare i Black Bloc

Venerdì 20 luglio, poco dopo le 13, mi trovavo all’altezza di piazzale Kennedy, all’entrata delle strutture del Genoa Social Forum, ormai pressoché deserto. A circa 100 metri a levante (via Rimassa) arrivava la testa del corteo provveniente da Piazza Paolo da Novi che aveva già percorso via Torino ‘accompagnato’ dalle azioni dei cosiddetti Bleck Block. Mentre il corteo, con in testa i Cobas, si fermava e in parte rientrava nell’area del GSF non più di VENTI persone vestite di nero spaccavano sistematicamente tutte le vetrine dei portici immediatamente a levante di Piazza Rossetti. La polizia, schierata a circa 200 metri di distanza (subito a ponente di Piazza Rossetti) assisteva assolutamente immobile e senza muovere i mezzi blindati che aveva alle spalle. Il corteo era fermo, non partecipava alla distruzione, le persone con cui ho parlato erano allibite. La scena si è protratta per una decina di minuti. Non si sapeva ancora che in altri punti della città ci sarebbero state cariche su persone pacifiche ed inermi.
E.G. Imperia

La carica in piazza Manin

Gruppo di affinità (Nodo Bologna – Rete Lilliput)
La citta’ dell’assurdo.
Una giornata in balia degli eventi.
La giornata è iniziata con tante aspettative e molta partecipazione.
Eravamo a Genova gia’ da due gioni ed avevamo preso parte alla manifestazione dei migranti, una bella manifestazione, viva e molto partecipata; siamo stati raggiunti dagli altri ragazzi del
nodo bolognese della rete Lilliput in Piazza Manin, dopo i saluti ed i giri per la piazza tematica abbiamo iniziato le azioni.
Secondo le decisioni prese il giorno precedente dovevamo facilitare il posizionamento del block fatto dai gruppi di affinita di azione nonviolenta che avrebbero tentato di bloccare un accesso alla zona rossa a Piazza Portello. Abbiamo fatto una perlustrazione della zona che dopo pochi minuti sarebbe stata percorsa dai gruppi. Siamo tornati in Piazza Manin all’appuntamento con gli altri gruppi di affinità, definiti no-block, il cui obiettivo era di fare un sit-in dinamico, contrapponendo alla zona rossa un altro mondo possibile di luci, colori e suoni.
Il sit-in sembra tranquillo anche se disorganizzato, ci sono molti altri che del sit-in non conoscono nulla, parlano con la polizia che ci sbarra il passo e ci propongono di andare a ‘baciare’ la zona rossa in fila indiana. Magari appendendo il manifesto, che non sia provocatorio però. C’è molta gente in piedi, facciamo uno sbarramento per cercare di oridinare il sit-in. Passa il Pink block a margime, è una prima conferma: e’ chiaro che siamo pochi e mal organizzati rispetto agli altri. Il blocco di polizia si sposta, ma il trambusto a piazza Marsala crea agitazione. Si decide di lasciare il sit-in per tornare alla piazza tematica della Rete Lilliput.
Notizie dal centro stampa dei magazzini del cotone: gruppi di violenti, vestiti di nero (i ‘black bloc’), stanno salendo verso piazza Manin, la piazza della non violenza. Ad un certo punto compaiono poche avanguardie, poco dopo altri, ma in tutto non più di qualche decina. Dopo un breve giro di consultazione, decidiamo di contrapporci in modo non violento, per
impedire che intrappolino i restanti pacifisti presenti lungo via Assirotti. La strada è praticamente cieca, tranne due vicoli, e la famigerata grata laggiù in basso. Ci schieriamo in fila, le mani bianche alzate, e iniziamo la trattativa. Interviene anche don Benzi. I black capiscono, promettono di cambiare direzione. Applauso. Ed ora il caos. Lacrimogeni a pioggia lontano, in mezzo alla piazza, la polizia sopraggiunge dietro ai black, carica all’improvviso. I black
fuggono per primi, i pacifisti non violenti si radunano ai lati della strada, le magliette e le mani bianche bene in vista, la testa ed il viso scoperti. La polizia attacca. Non i black. Sfruttando il panico indotto dai lacrimogeni si scaglia su di noi, spara ancora lacrimogeni, ad altezza
uomo, ed a questo punto tutti scappano in ordine sparso. Quindi si cunsuma l’incredibile: le botte piovono su tutti quelli che si sono accucciati, confidando in un qualche raziocinio dell’azione della polizia. Tutt’altro: siamo in balia si un esercito di agenti che, mentre i black continuano a devastare la zona circostante (rovesciando macchine ed incendiando cassonetti), si accaniscono su di noi.
Ci si perde di vista, ognuno segue un gruppo, in un vicolo, per cercare di dare tregua ad occhi e stomaco. Finchè la furia non si placa, ma ancora si vedono gruppetti di celerini picchiare nelle stradine in salita. Chiediamo ai poliziotti COSA FARE per evitare questo scempio. Siamo in gruppo con alcuni francesi, con persone di una certa età. Chiediamo DOVE ANDARE… ‘Affanculo’, ci risponde il celerino, prima di colpire al viso un giovane (non un black, questi stavano già sfasciando vetrine molto lontano da lì).
Finalmente ci dicono di defluire su un lato. Lentamente, senza fidarci troppo, ci allontaniamo, e ci riuniamo, in salvo.
Bilancio? Giovanni ed Elisabetta malmenati mentre erano accucciati a terra, tutti noi intossicati dai gas, la delusione di chi pensava di poter portare il proprio messaggio di nonviolenza. Non possiamo evitare di pensare che i conti non tornino, che ci sia qualcosa che non va nelle strategie delle forze dell’ordine. Perchè questa valanga di teppisti è arrivata fino a noi?
Perchè ha continuato a scorrazzare per tutti i quartieri fino a sera? Come si giustifica la violenza delle forze dell’ordine su persone inermi a mani alzate, in un luogo dedicato alla nonviolenza?
Cerchiamo di tirare le fila della nostra storia: il black bloc distrugge la città, la polizia gli balla intorno e picchia indiscriminatamente, le manifestazioni pacifiche e ricche di contenuti falliscono.

Sono tornato da Genova: massima diffusione!

Mercoledì 18 luglio sono partito per Genova con alcuni amici di Cuneo.
Siamo usciti a Genova Voltri verso le 21,30. Oltre il casello due carabinieri su una vettura ridevano tra loro, ma nessun controllo.
Nessun controllo nemmeno per la seconda auto del nostro gruppo, arrivata verso le 22.
Nessun controllo nemmeno per il gruppo di cicilisti che ci raggiungerà venerdì 20 luglio e per i 4 autobus partiti da Cuneo sabato 21.

Arriviamo in piazzale Kennedy, sul lungomare, dove ad accogliere chi arrivava c’era il concerto di Manu Chao. Facciamo un giro per quella piazza che sarà il quartier generale dei manifestanti per i giorni successivi, raccogliamo i pieghevoli con la piantina della città e le inidcazioni per le varie menifestazioni, i Forum e i momenti assembleari del Genoa Social Forum.
Incontro alcuni amici del Movimento conosciuti a Taizè e in altre occasioni e insieme balliamo fino oltre all’1 sui bellissimi ritmi del cantante. Qualcuno va ad ascoltare le sessioni tematiche dedicate a ‘Il controllo della finanza’ coordinato da Susan George e a ‘Diritti umani e civili’ coordinato da don Ciotti. Il clima è di festa.
Alle 2 passate una simpaticissima nonna ci accoglie: ciascuna delle 15 persone che passano in quella casa nei giorni successivi ha un letto su cui dormire e la colazione assicurata. ‘A mezzanotte – ci dice – ho finito di cucire la bandiera per mia nipote’. C’è scritto ‘Torino Social Forum’. È una bella accoglienza.

Il mattino seguente partecipiamo alla Sessione speciale sul ‘Tribunale dei grandi crimini di questo ordine mondiale’ (José Bovè, Mediciens Sans Frontieres, Campagna Boicottaggio Banca Mondiale ed altri ancora). Interessantissimi i temi toccati, a volte scontati, a volte con qualche sbavatura politicizzata, ma c’è molto di che pensare e, in seguito, di che agire.
Il pomeriggio non riusciamo a raggiungere la piazza da cui ha inizio il corteo dei Migranti perchè già imballata di gente. Ci fermiamo a 400 metri dalla piazza e nell’attesa che la marcia abbia inizio una banda musicale ci invita a cantare e ballare.
Alcune nonne si affacciano alla finestra e battono le mani seguendo il ritmo, altri genovesi, seguendo l’indicazione provocatoria lanciata da qualche gruppo, appende le mutande e altri indumenti intimi. Sono i segni che usiamo per esprimere il nostro dissenso ai G8: semplici, immediati, ma non ingenui.
Per provocare i potenti G8 urliamo: ‘Siamo tutti clandestini’. Loro, G8, barricati nel castello, noi 6.000.000.000 nel mondo, a riempire di vita le strade. Nessun disordine: qualche dito si alza al passaggio dell’elicottero, qualche frase di troppo forse, e vabbé!
Chi ha la radio ci informa che siamo in 50.000. È ancora festa.
Arriviamo in piazza Kennedy stanchi e affamati. Una coda di 30 minuti per un panino e un po’ d’acqua, poi inizia a piovere e ci si disperde al riparo dei numerosi tendoni allestiti per l’evento. Gli amici li incontrerò solo alle 23 passate in casa. Numerose le tende già sistemate nelle aiuole e nei giardini pubblici, in tutti i ‘reliquati’ urbani liberi.
Dei militari nemmeno l’ombra.
Soddisfatti della giornata.

Giovedì mattina.
La città si anima.
È la giornata dell’ ‘assedio’ alla zona rossa e nulla fa presagire quello che succederà di lì a poche ore.
Dopo un consulto democratico e ponderato decidiamo di partecipare alla manifestazione di Piazza Dante, al confine tra zona rossa e zona gialla, dove i potenti hanno costruito il muro di Berlino genovese.
A quel pacifico assedio partecipano Attac, Arci, Rifondazione Comunista, Giovani Comunisti Francesi e Greci, Fiom, Lega Italiana per la Lotta all’Aids, Tavola della Pace, UDS, UDU, Jubilee South.
Tardiamo a partire, intanto i militari crescono numericamente, con i loro mezzi blindati.
Arrivati in piazza Dante ci fermiamo per orientarci: in mezzo a edifici di 30, 40 piani una grata metallica fitta su una grande base di cemento, alta almeno 4 metri si snoda per un fronte di 300, forse 400 metri. Dietro, barricati, decine di militari in divisa passeggia tranquillo lungo la rete e al suo passaggio le urla crescono. Più in là qualche abitante e qualche giornalista.
Nessun pericolo. Al centro della piazza distribuiscono specchi per abbagliare (gagliardi!) i militari. Un gruppo, sotto i porticati, prepara un lenzuolo di palloncini colorati che innalzeremo oltre la cortina e che andrà a coprire il mezzo blindato che spinge un’altra grata contro il cancello, unico varco. Qualcun altro risponde ai getti d’acqua (che ci fanno un piacere immenso, visto il sole caldo di quel giorno) con le bombe d’acqua. Sennò che guerra è?
Dopo aver studiato la folla variegata, alcuni militari coperti dal casco si avvicinano alle grate che da qualche ora venivano usate come percussioni e dalle quali si urlava ‘siete ridicoli’. All’improvviso avanzano le mani nelle quali impugnavano bombolette e spruzzano spray al pepe mirando agli occhi dei manifestanti. Pochi sono colpiti, ma in modo serio. Ho visto un giovane non riuscire ad aprire gli occhi dal bruciore ancora due ore dopo. Non ci piace. ‘Bastardi!’ grida qualcuno. E non hanno tutti i torti. Noi usiamo palloncini, specchi, fischietti, striscioni, cartelloni, aerei di carta che non fanno alcun male. Qualche specchietto e qualche bottiglia vola oltre il muro.
Alle 16,30 Vittorio Agnoletto, portavoce del Genoa Social Forum, presente con noi fin dal mattino, vedendo l’arrivo di altri gruppi, invita alla calma: ‘Siamo in 6-7000: in questa piazza non siamo attrezzati per subire un assalto delle forze dell’ordine. Ripeto…’.
Nessuna vetrina rotta, nessun segnale divelto. L’incidente più grave che abbiamo provocato, oltre ad aver rotto il lucchetto del cancello del muro, che comunque non potevamo oltrepassare, è stato quello di aver coricato la paratia innalzata davanti al cancello, a 5 metri di distanza (forse avevano paura che giocassimo all’ariete per invadere la zona rossa).
Ore 17,30. Il portavoce del G.S.F. ci comunica che abbiamo raggiunto significativi risultati anche nelle altre piazze: ‘La presenza è massiccia, qualche tuta bianca ha penetrato la zona rossa’. Si applaude. ‘Ci basta – continua – . Adesso ci ci incamminiamo verso il piazzale Kennedy dove ci troveremo con gli altri cortei e avrà luogo una conferenza stampa’.
Il corteo si muove e comicia a defluire ordinatamente dalla piazza. Noi ci troviamo oltre la metà del corteo.
Poco prima di lasciare la piazza i militari, senza alcun motivo, ci attaccano con i lacrimogeni. La paura si diffonde, tutti scappano. I lacrimogeni arrivano anche nella via che risaliamo, perché hanno gente appostata sui tetti dei palazzi. Accendono le sirene, sembra che vogliano caricarci. Si sentono potenti, loro, dietro le barricate e armati fino ai denti…

I pochi chilometri di marcia ci aiutano a sbollire la rabbia cresciuta dopo quella provocazione. Perché l’hanno fatto?
Incontriamo file di container impilati messi lì probabilmente per chiudere le strade se la situazione degenerasse. Ci sfoghiamo usandoli come enormi bonghi.
Intanto guardiamo Genova: le case hanno le tapparelle abbassate fino al secondo piano, pochi i genovesi rimasti, qualcuno mostra il poster di Che Guevara, simbolo di qualunque rivoluzione. Si applaude.
Arriviamo in piazzale Kennedy rasentando un gruppo di 200 militari a cui fischiamo. Nessun disordine.
Finché non arriviamo in piazzale Kennedy. Lì sono passati i Black Bloc demolendo le vetrine delle due banche dall’altra parte della strada. Completeranno l’opera il giorno successivo.
In piazza ci sediamo e, come una doccia fredda, arriva la notizia di un morto. Gli altri cortei (Sindacati in piazza Paolo Da Novi, Rete di Lilliput, Botteghe del Commercio Equo e Solidale, Marcia delle Donne e Legambiente in piazza Manin sono stati attaccati dalle forze dell’Ordine, senza distinzione tra violenti e non, con manganelli).

Ho ricevuto ora la notizia di due amici di Manta e di Savigliano hanno l’una il braccio rotto, l’altro diversi lividi su tutto il corpo.
Lasceranno Genova la sera stessa e si medicheranno a Savigliano.

Il nostro corteo è stato il meno provato.
Partecipiamo all’Assemblea per decidere il da farsi. Domani, sicuramente, il corteo, tutti insieme. Preso dall’emozione qualcuno propone di marciare incontro a chi è bloccato oltre il ponte, a un chilometro scarso di distanza.
Nel castello, accerchiati dai mezzi di offesa, i potenti si preparano alla cena di gala.
Fuori il castello c’è la giungla, e le forze dell’ordine hanno carta bianca. C’è paura. La città è davvero assediata.
Dal palco invitano a non partire a piccoli gruppi perchè i militari attaccano gli sventurati che si trovano nelle vie sbagliate al momento sbagliato. Stanno prendendo accordi col Sindaco per organizzare Autobus che accompagnino ai parchi e agli stadi – dormitorio.
Molti si fermano a dormire in piazza, all’adiaccio.
Gad Lerner e i tecnici di Tele 7 in sole due ore montano un piccolo studio televisivo, inizia la diretta ma la tensione è troppo alta, qualcuno invade il palco per gridare la sua rabbia e la trasmissione viene sospesa. Peccato. È persa un’occasione per comunicare con l’Italia da questa città blindata. I nostri nemici si faranno forti dei disordini che appaiono sullo schermo per dire che il movimento tiene al suo interno frange violente. In poche parole per screditare i sempliciotti pacifisti.
La notte è difficile dormire: le luci e i rumori degli elicotteri che sorvolano Genova mettono ansia. Cosa sta succedendo fuori?

La mattina del sabato è difficile gestire il Forum, la tensione è alta, leggiamo i titoli dei giornali.
Dispiace constatare come alcuni giornali siano asserviti al potere e non scrivano quello che è realmente accaduto, mentre concentrano l’attenzione solo sulle vetrine rotte per soddisfare l’appetito morboso dei lettori. Tra i quotidiani quelli che si sono avvicinati di più alla verità sono il Manifesto e, con qualche prudenza in più, La Repubblica.
Parlando per telefono con i nostri familiari capiamo che l’informazione nasconde importanti cose.
Lentamente emergono alcune testimonianze agghiaccianti. Non sono politicizzate: oltre ai responsabili del G.S.F., ci sono don Vitaliano (Avellino) e don Gallo (Genova), avvocati che non hano potuto assistere legalmente gli arrestati, personale sanitario, persone. La rabbia sale. E lo sconcerto. Emerge il sospetto di un piano architettato.
Verso le 13,30 ci avviamo verso la piazza da dove partirà il corteo, ma siamo costretti a fermarci al 4° km della marcia perché la strada è già piena di gente; ci affianchiamo ad Attac France, una delle associazioni più vivaci (non violenta) di questi giorni.
Si parte. Usiamo gli specchietti del giorno prima per attirare l’attenzione dei genovesi, quando si accorgono di noi li salutiamo. Qualcuno risponde con entusiasmo, altri distolgono lo sguardo o fissano pieni di sospetto.
A metà del cammino il servizio d’ordine invita a sederci per terra: ci sono scontri in testa e in coda, dove i Black Bloc hanno diviso il corteo.
L’elicottero si ferma sulle nostre teste e a un suo improvviso movimento un gruppo di persone scappa provocando la fuga in tutte le direzioni di un numeroso gruppo di manifestanti. Si ha paura di altri lacrimogeni: le forze dell’ordine non ci stanno proteggendo, anzi… Determinati, lentamente, gridando ‘Genova Libera’ arriviamo in piazza Ferraris. Veloce il Comizio Finale, sbrigative le indicazioni per chi deve raggiungere i vari posti di Genova. Molti gruppi, impauriti, devono scollinare più volte e aggirare i luoghi caldi.
Un esercito di 10000 e più soldati non riesce a tenere a bada 2-3000 sbandati (stime del G.S.F.) e a chiuderli in una morsa. Non ci crediamo alla balla che erano in mezzo a noi. Non abbiamo visto nessuno rompere vetrine e incendiare auto, i violenti erano facilmente localizzabili per un esercito organizzato con armi da fuoco, mezzi per spostamenti veloci e almeno due elicotteri.
Le forze dell’ordine lasciano fare, il Governo oggi ci accusa di connivenza. Questa è davvero strumentalizzazione politica!

Quando riusciamo ad imboccare la via del ritorno vediamo, oltre alle campane per la raccolta differenziata dei rifiuti squarciate dalle molotov e le vetrine assaltate dalla furia dei ‘neri’, tracce di sangue qua e là. Follia! Caricare così la gente!
Il percorso è campo di battaglia. Paesaggio desolante.
Alcuni locali di una banca ancora fumano: dentro non c’è nulla di intatto.

Alla sera, in un quartiere residenziale lontano dagli scontri, ci perquisiscono dalla testa ai piedi: noi due e loro quattro in borghese. Sta facendo buio e la tensione è ancora alta, abbiamo un po’ paura. ‘Documenti!’.
‘Cosa facevate di fianco a quell’auto?’ > ‘La guardavamo, com’era malconcia’
‘Perché camminavate veloci?’
‘Perché hai due copie de Il Manifesto?’
‘Cos’è questo adesivo con scritto Attac?’ > ‘È la sigla di un’associazione francese’ > ‘Non contar balle, è uno slogan!’
Ignoranti! L’addestramento non dovrebbe comprendere anche la conoscenza del Movimento? E cosa sono questi sospetti ‘politicizzati’?
‘fanculo viene da dire, e ci tratteniamo a stento. Dopo 20 minuti, comunicate le generalità dei nostri documenti alla centrale ci lasciano.

Ma il bello arriva la notte. Attacco delle forze dell’ordine in cerca di armi (dubito fortemente che le abbiano messe loro) nel quartier generale del G.S.F.
Il rappresentante dei 100 avvocati che avevano dato disponibilità di assistenza legale dice: ‘Nel nostro ufficio hanno spaccato tutti i PC e asportato i Dischi Fissi con tutte le informazioni riguardanti denunce, elenchi di persone ferite o di cui non si hanno più notizie, arresti ritenuti illegittimi. Tutto scomparso. Prove scomode. […] intanto dall’altra parte della strada escono circa 25 arrestati strattonati, malmenati, 3 escono in barella dopo un’ora. Questa mattina abbiamo visto le chiazze di sangue sul pavimento e sulle pareti…’. Resistenza a pubblico ufficiale diranno loro… Questo giustifica il sangue? Un centinaio di agenti armati, coi caschi, e voi parlate di resistenza di 25 persone colte nel sonno o nel loro lavoro di giornalisti? C’è qualcosa di pesante che non va…

Ci facciamo passare le foto tra le poche centinaia di persone rimaste alla Conferenza Stampa che è anche Assemblea Pubblica per scelta dei responsabili G.S.F. Un regista di una tv privata ci fa vedere il video che passerà alle tv nazionali.
Ci comunicano che Amnesty International seguirà l’inchiesta sui crimini di Genova (N.B: Amnesty non ha partecipato al G.S.F. nè alle iniziative).

COME HANNO FATTO AD ARRIVARE AL CENTRO DI GENOVA 2-3000 VIOLENTI ARMATI FINO AI DENTI?
PERCHÈ SONO MANCATI I CONTROLLI?
PERCHÈ I CARABINIERI, PUR AVENDO LE FORZE E GLI STRUMENTI NON HANNO ISOLATO I VIOLENTI?
COME SI SPIEGANO LE PERSONE CHE HANNO VISTO SCENDERE ALCUNI BLACK BLOC DAI FURGONI DEI MILITARI?

Aspettiamo una risposta precisa e convincente a queste domande.

Chi non crede a quello che ho scritto, chi pensa che siuano sufficienti i mass-media per capire cos’è stato Genova si sbaglia.
Qualcuno, ne sono certo, mi accuserà di essere comunista o perlomeno strumento nelle mani dei comunisti.
Non mi importa. Il Movimento, a carissimo prezzo, ha comunque vinto.
Quella che ho visto è l’azione di un governo che vuole cancellare il dissenso di una minoranza.
Al G8 Bush se ne frega degli accordi di Kyoto, il debito di molti altri Paesi è ancora insoluto, gli scudi spaziali sono strumenti di potere, non fanno un servizio alla gente parlano di Fondi per l’AIDS che sono beneficenza, non giustizia.
Abbiamo lavorato prima di Genova per la libertà, i diritti, la democrazia, la partecipazione, la giustizia, la pace e continueremo a farlo.

L.P. Saluzzo (CN)

Non credete ai mass media

Cari amici, allora io ero a Genova. Io ho visto. Non date retta ai giornali ed ai telegiornali. E’ stata una cosa pazzesca, un massacro. E’ difficile raccontare cio’ che e’ avventuto tra venerdi’ e sabato. Per farlo mi aiuto con quello che ho visto io e quello che hanno visto altri carissimi amici presenti a Genova.

Vi prego di avere la pazienza di leggere e’ veramente la cronaca di un incubo che difficilmente sentirete sui grandi mass media.

1. Io arrivo giovedi’ a Genova dopo la festosa manifestazionedei migranti, 50.000 persone.

Ci sono i campi di raccolta, siamo tantissimi. Migliaia di persone assolutamente pacifiche, un clima meraviglioso (vi ricordate i campi scout?) si discuteva si cantava si stava bene insieme.

Scout e militanti, volontari e professionisti e venerdi’ mattina iniziamo le piazze tematiche in una citta’ blindata:le varie associazioni si troveranno sparse nella citta’ per fare un assedio festoso con danze, performance e slogan alla famosa linea rossa.

A questo punto sul lungomare arriva il famoso blak blok, alcuni di loro vengono visti parlare con la polizia, altri direttamente escono dalle loro fila. Parlano soprattutto tedesco.

Iniziano a sfasciare tutto. Polizia e carabinieri stanno fermi. I black bloc cercano di infilarsi nel corteo dei lavoratori aderenti ai COBAS e altri sindacati, di cui picchiano uno dei leader, vengono respinti a fatica.

Poi i black bloc puntano sulla prima piazza tematica (centri sociali), piombano armati fino ai denti. La polizia li insegue, i manifestanti si trovano attaccati prima dai black e poi dalla polizia che a quel punto inzia le cariche violentissime. I Black se ne vanno e piombano sulla piazza dove c’era la rete di Lilliput (commercio equo, gruppi cattolici di base, Mani Tese, ecc.). La gente facendo resistenza pacifica cerca di allontanarli. La polizia insegue: carica la piazza. La gente alza le mani, grida pace! Volano lacrimogeni manganellate. Ci sono feriti. I Black se ne vanno e continuano a distruggere la cittā… 300-400 del Black Bloc
vagano per Genova, chi li guida conosce perfettamente la citta’: il loro percorso di distruzione punta a raggiungere tutte le piazze tematiche dove ci sono le iniziative del movimento. E’ impressionante.

Si muovono militarmente, si infiltrano, i capi gridano ordini, gli altri agiscono. E a ruota arrivano polizia e carabinieri. Intanto nella piazza tematica dove c’e’ l’ARCI e l’Associazione Attac ecc.: tutto va bene, nel primo pomeriggio si decide di andarsene dal confine con la linea rossa
fino ad allora assediata con canti, scenette, ecc. La gente sfolla verso Piazza Dante, la polizia improvvisamente lancia lacrimogeni alle spalle.
Fuggi fuggi generale.

Gli ospedali si riempiono di feriti. Molti pero’ non vanno a farsi medicare in ospedale: la polizia ferma tutti quelli che ci arrivano. E’ sera. La gente e’ sconvolta, molti inziano a essere presi dalla rabbia. Dei black improvvisamente non si ha piu’ notizia. Alla cittadella dove c’e’ il ritrovo del Genoa Social Forum saremo diecimila. E’ arrivata la notizia della morte del ragazzo.

C’e’ paura, i racconti di pestaggi violentissimi si moltiplicano. Ragazzi e suore che piangono. C’e’ un sacco di gente ferita. Un anziano che piange con una benda in testa, č un pensionato metalmeccanico.

C’e’ Don Gallo della Comunita’ di San Benedetto. C’e’ la mamma leader delle Madri di Plaza de Mayo in Argentina, quelle che da anni cercano notizie dei loro figli desaparecidos: dice che e’ sconvolta per quello che ha visto con i suoi occhi, gli ricordano troppo l’Argentina della
dittatura: non pensava fosse possibile in Italia.

Intervengono mio fratello, Luca Casarini delle tute bianche e Bertinotti (l’unico politico che ha avuto il coraggio di correre) calmano tutti: ragazzi non uscite in piccoli gruppi, non accettate la sfida della violenza.

Si decide che la risposta sara’ la grande manifestazione del giorno dopo, saremo in tantissimi, pacificamente contro tutte le provocazioni e le violenze di black bloc e forze dell’ordine.

Il senatore Malabarba racconta che e’ stato in questura. Ha trovato strani personaggi vestiti da manifestanti, parlano tedesco ed altre lingue straniere. Confabulano con la polizia e poi escono dalla questura.
Scoppia improvvisamente un incendio in una banca vicino alla cittadella.
Gli elicotteri ci sono sopra: per piu’ di 40 minuti non arriva ne’ pompieri ne’ niente.

Di notte uno dei campi dove siamo a dormire, il Carlini, viene circondato dalla polizia. Entrate a perquisire, fate quello che volete. La gente piange: implorano di non essere ancora caricati. La polizia entra: nel campo non trova niente.

2. Sabato: la grande manifestazione, siamo veramente una moltitudine. Il corteo parte, ci sono mille colori. Gente di tutto il mondo. Tutte le associazioni, il volontariato, i contadini, i metalmeccanici, i curdi, ecc. Canti, danze, mille bandiere.

Piazzale Kennedy. Non ci sono scontri. Non c’e’ niente. Sbucano i black bloc. La polizia improvvisamente, senza alcun motivo, spacca in due l’enorme manifestazione. Si scatena la guerra. Cariche dovunque, manganellate. Sono impazziti. La polizia carica i metalmeccanici della FIOM, i giovani di Rifondazione. Iniziano inseguimenti per tutta Genova.
Chi rimane solo, è inseguito, picchiato. Decine di persone testimoniano di inseguimenti e pestaggi solo perche’ riconosciuti come manifestanti. E’ picchiato dalla polizia un giornalista del Sunday Times (sul numero di oggi racconta la sua avventura).

In un punto tranquillo della manifestazione, sul lungomare, improvvisamente da un tetto vengono sparati lacrimogeni che creano panico. Usano gas irritanti, producono dermatiti, non fanno respirare.

I Black Bloc? Compaiono e scompaiono, nessuno li ferma. Attaccano un ragazzo di Rifondazione. Gli spaccano la bandiera e lo picchiano.
Attaccano a pietrate i portavoce del Genoa Social Forum. Spaccano vetrine ed incendiano. Sono armati fino ai denti: ma come ci sono arrivati nella Genova blindatissima?

La testa della grande manifestazione č tranquilla, il Genoa Social Forum fa l’appello di defluire con calma, di non girare da soli per la citta’.
Veniamo indirizzati verso Marassi dove ci sono i pulman di quelli arrivati la mattina. Siamo fermi li’. Non si puo’ andare avanti: a piazzale Kennedy e’ guerra. Siamo in tanti fermi, seduti per terra.
Improvvisamente partono i lacrimogeni. Fuggi fuggi generale. Si cerca di tornare verso la cittadella del Genoa Social Forum: passano camionette della polizia da dove urlano: vi ammazzeremo tutti!

La seconda parte del corteo non arriverā mai alla piazza dove era prevista la conclusione. Tutte le persone vengono caricate indistintamente sul lungo mare. Chi riesce scappa nei vicoli verso la
collina, dove si scatena una vera e propria caccia all’uomo.

Sabato notte, la manifestazione era ormai finita da alcune ore, la polizia irrompe nella Sede stampa del Genoa Social Forum. Picchiano tutti con una violenza impressionante. In particolare sono interessati alla documentazione (testimonianze, video, foto…ecc.) che raccontano quello avvenuto tra venerdi’ e sabato: sono molti attenti a distruggere tutto.
Vengono distrutti tutti i PC e tutto il materiale che trovano, viene arrestato l’avvocato che coordina il gruppo di avvocati presenti a Genova. Viene distrutto o portato via anche tutto il materiale che gli avvocati avevano raccolto per difendere le persone arrestate. Adesso non
si sa piu’ neanche quante sono e quali sono le accuse. Durante la perquisizione, fatta senza alcun mandato, a parlamentari, avvocati, giornalisti e medici e’impedito di entrare. Le famose armi comparse oggi in conferenza stampa ieri non si erano viste… rimangono i feriti e gli
arrestati. Del black bloc non si sa piu’ niente.

Vi assicuro, due giorni da incubo: black bloc e forze dell’ordine hanno fatto un massacro e volevano farlo. Poliziotti e carabinieri erano stati montati in modo pazzesco, fin da venerdi’ mattina urlavano e insultavano. Gli hanno veramente lavato il cervello. E poi oggi a sentire televisioni e leggere giornali: Dio mio sembra proprio un regime: dove hanno scritto la verita’ che tutti noi che eravamo li’ abbiamo visto?

Divento poi matto a pensare che alcuni potranno ancora pensare: ‘voi contestatori, dite le solite cazzate…’ Non fatevi imbrogliare, abbiate il coraggio di mettere in discussione i vostri convincimenti sulle meravigliose forze dell’ordine italiane e sugli apparati democratici del
nostro Stato.

A Genova veramente e’ avvenuto qualcosa di pazzesco. Un’altra piccola cosa: sul giovane ammazzato. La sapete la prima versione della questura prima che comparissero i video? Ammazzato da un sasso lanciato da altri manifestanti…

Se pensate che molta della documentazione raccolta da testimoni e’ stata distrutta dopo l’irruzione alla sede del Genoa Social Forum di questa notte… ci rimangono le ‘sicure’ versioni delle forze dell’ordine… Meditate e per favore fate girare, stampate, parlate, c’e’ bisogno di
raccontare la verita’. A vostri amici, parenti, colleghi di lavoro. Vi prego non voltatevi dall’altra parte.

grazie S.

P.S. Mio fratello e’ distrutto, mi ha detto: è pazzesco, sembra di essere nell’America Latina negli anni 70. Forse neanche lui aveva capito fino in fondo con chi aveva a che fare e che governo e responsabili delle forze dell’ordine potessero arrivare a tanto.

Fonte: www.peacelink.it – https://www.peacelink.it/editoriale/a/48617.html

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