I portuali in lotta contro il transito di armi. Da Genova ad Amburgo

Non essere complici del trasporto di armamenti verso zone di guerra come Yemen e Palestina. È la rotta che collega le proteste dei lavoratori portuali di alcuni dei principali porti europei e transatlantici: da Genova, Trieste, Livorno e Napoli passando per Le Havre, Anversa e Santander fino in California, ad Oakland. “Una rete di collaborazioni -spiega Carlo Tombola, coordinatore dell’osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei Weapon watch– che risponde a un’esigenza elementare: la catena di trasferimenti degli armamenti supera i confini nazionali e le azioni di boicottaggio possono essere efficaci solo se coordinate”. Un coordinamento che recentemente ha portato gli attivisti di Trieste e Amburgo a collaborare per monitorare i transiti nel porto triestino.

Weapon watch nasce nel maggio 2019 a seguito del boicottaggio da parte dei portuali di Genova del transito della nave “Bahri Yanbu”, cargo battente bandiera saudita, che si era già vista negare l’approdo a Le Havre, in Francia, dove avrebbe dovuto caricare otto cannoni semi-moventi. “Il caricatore dichiarava che la merce che avrebbe caricato a Genova non era militare -ricorda Tombola-. La documentazione da noi ottenuta rivelava però la falsità di quelle affermazioni. Di fronte all’evidenza delle carte, le autorità genovesi hanno mediato, permettendo il transito ma negando la possibilità di caricare i container”.

A seguito della vicenda, gli attivisti hanno deciso di dare vita a un osservatorio che monitorasse il transito nelle aree portuali con la consapevolezza di non poter limitare l’attività al contesto italiano. “Quello che è successo con la ‘Bahri Yanbu’ -spiega Tombola- ci ha dimostrato che il boicottaggio non può che essere internazionale, così come lo è la catena di fornitura degli armamenti”. Azioni coordinate di protesta e di monitoraggio che si aggiungono alle attività più strettamente legali. Perché il nodo centrale del transito di armamenti nei porti italiani sta nel mancato rispetto della legge 185/1990 e del Trattato internazionale sulle armi convenzionali (Att), entrato in vigore il 24 dicembre 2014, che vietano sia l’esportazione sia il transito e il trasbordo delle merci militari verso Paesi a rischio bellico e grave violazione dei diritti umani.

“Dopo il 2001, per questioni legate alla sicurezza e al terrorismo, il contenuto di un container, non soltanto se pericoloso, viene reso noto con grande anticipo dal trasportatore alle autorità portuali, al capitano e alla Prefettura, oltre che ovviamente al capitano -continua Tombola-. Questo perché il carico deve essere trattato in un determinato modo. Il nostro obiettivo è rendere pubblico il transito quando le armi sono dirette verso Paesi a rischio”. Questo è più semplice quando il trasferimento riguarda armamenti di grandi dimensioni, si pensi ad elicotteri e blindati, più complesso quando la merce è nascosta dalle pareti di un container. “Le ispezioni sui container spettano solamente alle autorità ma i controlli sono ridottissimi -sottolinea Tombola-. È la logistica che detta le regole e, in nome della velocità ed efficienza dei trasporti, meno del 1% dei container che transitano in Europa vengono controllati”.

La rete si è mobilitata anche nel porto di Trieste. Nel giugno 2021, alcuni attivisti tedeschi su mandato di Weapon watch hanno partecipato all’assemblea dei soci della Hamburger Hafen und Logistik AG (Hhla), una società di trasbordo che, dall’aprile 2021, detiene la quota di maggioranza (50,01%) nel terminal multifunzionale Piattaforma logistica Trieste (Plt). La concessione durerà fino al 2052 e il ruolo dell’azienda, con sede ad Amburgo, in Germania, è fondamentale rispetto alle politiche di transito nel porto triestino. Durante l’assemblea, l’attuale amministratore delegato ha affermato che “sono i clienti che decidono cosa viene gestito, di solito la Hhla non conosce il contenuto specifico ma può solo vedere se sono merci pericolose”, sottolineando come gli armamenti “non siano automaticamente merci pericolose”.

Affermazioni contestate dal coordinatore della rete: “Come detto si è sempre a conoscenza della presenza o meno di merci pericolose. Soprattutto, l’affermazione che le armi non sono automaticamente merci pericolose è piuttosto sconcertante, in ogni caso, non sono paragonabili a merci ordinarie”. Una nota preoccupante anche se, proprio a Trieste, il presidente dell’area portuale Zeno D’Agostino ha firmato un atto amministrativo, precedente alle proteste dei portuali, che sottolinea la necessità del rispetto dei trattati internazionali e del divieto di transito di armi verso Paesi in guerra. “La presa di posizione di D’Agostino è fondamentale -sottolinea Tombola-. Serve monitoraggio: il porto triestino è molto importante, per la sua posizione geografica e non può diventare un hub per gli armamenti”.

Il traghetto “Cappadocia Seaways” (già “Und Atilim”), battente bandiera turca e gestito da U.N. Ro-Ro di Istanbul. “È una delle molte navi classificate Hazard A (Major), cioè abilitate al trasporto di esplosivi e munizioni, che scala regolarmente il porto di Trieste”, denuncia Weapon watch

In un periodo “soddisfacente” secondo Tombola, rispetto alle evoluzioni nell’attività della rete dei lavoratori portuali, si registrano anche note negative. Nel febbraio 2021, la Procura di Genova ha messo sotto inchiesta cinque attivisti del Collettivo autonomo lavoratori portuali (Calp) ai quali si contesta l’accensione di fumogeni e imbrattamento, due reati minori ma che sono un segnale forte rispetto alle azioni messe in atto dal Calp. “Aver aperto un’inchiesta e non averla ancora chiusa dimostrerebbe che la richiesta sia stata in qualche maniera ‘imprenditoriale’. L’azienda che gestisce le navi ‘Bahri’, genovese, aveva dichiarato pubblicamente che era necessario un intervento. È un’azione preventiva e dal mio punto di vista intimidatoria della magistratura nonostante precedentemente fosse stata sollecitata tramite un nostro esposto su 185 violazioni della normativa internazionale sulle violazioni della normativa internazionale sul transito di armamenti”.

A questa mossa ne è seguita un’altra di segno opposto che ha aiutato il movimento a guadagnare legittimazione. Papa Francesco ha mostrato, fin da subito, solidarietà rispetto alle proteste dei portuali. “Ha convocato in udienza privata i cinque lavoratori prendendo posizione in modo netto -spiega Tombola-. Speriamo sia servito a far capire che parte della società civile è dalla nostra”. Anche perché il transito di armamenti nel porto genovese è rischioso per i cittadini che vivono a ridosso della zona portuale. “Le case sono a 400 metri di distanza da dove solitamente stazionano le navi. Non è una distanza sufficiente. Nell’arco di 800 metri ci sono due depositi petrolifero e chimico che, se coinvolti in un’esplosione, avrebbero effetti devastanti”.

Anche per questo motivo, gli attivisti di Weapon watch guardano al futuro, in particolare in direzione di Amburgo dove una rete cittadina sta raccogliendo le firme per un referendum attraverso cui adottare una legge che vieti l’attracco di navi che trasportano armi nel porto cittadino. “Un’azione molto interessante, che stiamo pensando di riproporre anche in alcuni porti italiani”. Nel frattempo, le proteste e le “braccia incrociate”, continuano. Nella mattinata di giovedì 22 luglio 2021 è previsto l’attracco della “Bahri Jazan” a Genova. I portuali hanno già annunciato sit-in di protesta sul molo. “Una protesta che assume particolare significato perché cade nei giorni dell’anniversario del G8 -conclude Tombola-. Le lotte di vent’anni fa sono molto vicine a quelle di oggi. I portuali si sentono eredi di quella lotta e ne condividono i valori compresa la nonviolenza”.

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Fonte: Altreconomia – https://altreconomia.it/i-portuali-in-lotta-contro-il-transito-di-armi-da-genova-ad-amburgo/

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