Chi lotta bene, pensa bene e parla bene

La storia, le caratteristiche e le prospettive di una lotta che sarà decisiva per le condizioni del lavoro nel nostro paese. Intervista collettiva ai lavoratori della Gkn in assemblea permamente dentro la fabbrica dal giorno del licenziamento

Questa intervista si è svolta lunedì 26 luglio. Nel frattempo, in data 30 luglio, i dipendenti della Gkn hanno ricevuto una seconda mail dall’azienda in cui gli si chiede di abbandonare lo stabilimento. I lavoratori considerano questa richiesta un’ulteriore provocazione e ci invitano a continuare a sostenerli quanto e più di prima.

Campi Bisenzio, Firenze, via Fratelli Cervi. Scendo dalla macchina per affacciarmi ai cancelli della Gkn occupata dagli operai. All’ingresso, tappezzato di bandiere, mi chiedono chi sono. Rispondo che sono lì per fare un’intervista. Entro e mi guardo attorno: sullo sfondo la fabbrica e subito davanti a me i tornelli, la cucina da campo coi pentoloni, i compagni in bicicletta che fanno le «ronde» e tante e tanti lavoratori che nonostante i licenziamenti e il solleone si fanno forza scherzando. Mi trovo dentro un fortino e mi sento al sicuro.

Alcuni operai stanno attorno alla portineria mentre gli altri sono a fare il punto all’assemblea quotidiana. Basta un attimo per percepire il via vai di gente che passa di lì, infatti le prime persone a salutarmi sono membri del Comitato di Sostegno agli operai della Gkn. Passano pochi minuti, mi viene offerta una bottiglietta d’acqua e poi finalmente appaiono Gianni, Alessandro e Matteo: 45, 56 e 29 anni.

Partiamo dall’inizio, cosa produce la Gkn? Qual è la storia della fabbrica? Quali i passaggi di proprietà?

Gianni: Noi produciamo semiassi per autoveicoli, in particolare i semiassi per il Ducato della Fiat che negli ultimi anni ha registrato un boom di vendite a fronte della crescita dell’e-commerce. Abbiamo inoltre commesse minori per i semiassi Ferrari e Maserati. Per quanto riguarda invece i passaggi di proprietà, la Gkn ha acquisito lo stabilimento della Fiat a Novoli (Firenze) nel 1994, per poi avviarne il trasferimento qui a Campi Bisenzio nel 1996. Situazione rimasta invariata fino al 2018 quando Melrose Industries (un fondo di investimento finanziario) ha acquisito tutti gli stabilimenti della Gkn sparsi in venti paesi del mondo. Si può dire che i nostri problemi abbiano avuto inizio con quest’ultima acquisizione dato che Melrose è specializzata in operazioni speculative volte ad acquisire patrimonio industriale per poi rivenderlo. Non a caso lo slogan di Melrose è proprio «Buy, improve, sell».

Com’è iniziata la vertenza della Gkn?

Alessandro: Il 9 luglio tutti i dipendenti della Gkn hanno ricevuto una mail di licenziamento da parte di Melrose. Un fulmine a ciel sereno in quanto l’azienda non ha problemi. Si parla di un’azienda sana e non c’è nessun motivo di chiuderla. Noi abbiamo lavorato fino alle 6 di mattina del 9 luglio, avevamo i turni programmati e fino al giorno prima dei licenziamenti l’azienda ha continuato a fare investimenti tecnologici, ipotizzando addirittura qualche nuova assunzione per settembre. Inoltre Melrose aveva chiesto ad alcuni dipendenti di rinunciare a una settimana di ferie ad agosto perché c’era «troppo lavoro».

Qual è stata la prima reazione alla mail?

Matteo: L’azienda nel giorno del licenziamento aveva messo tutti i lavoratori in Par (Permesso annuo retribuito) così che non ci fosse nessuno fisicamente in fabbrica. Quando però è circolata la notizia dei licenziamenti ci siamo precipitati allo stabilimento dove alla portineria abbiamo trovato dei «buttafuori» pagati da Gkn intenzionati a non farci entrare. Visto però il gran numero di lavoratori che si stavano presentando ai cancelli dell’azienda, e visto il clima incandescente, i buttafuori si sono allontanati e noi siamo rientrati in fabbrica dando inizio alla mobilitazione.

Quanti sono i dipendenti della Gkn?

Alessandro: Come avrai letto in questi giorni, i licenziati dalla Gkn sono 422, ma questo è il numero che rimbalza sui media. Noi però ci teniamo a dire ogni volta che i dipendenti sono in realtà più di 500 in quanto vanno conteggiati pure gli esternalizzati ovvero i carrellisti, le donne delle pulizie e le addette del servizio mensa.

Non trovate particolarmente odioso l’utilizzo della mail per comunicarvi il licenziamento?

Alessandro: Sia chiaro, la modalità del licenziamento è stata atroce e psicologicamente violenta. Però, come abbiamo detto più volte, la modalità del licenziamento ci aiuta (e vi aiuta) a capire che abbiamo a che fare con persone senza scrupoli. Alla fine, si può quasi dire che la lettera sia stato il primo e unico atto «trasparente» da parte della proprietà che, forte dello sblocco dei licenziamenti, ci ha mostrato il suo volto più violento in maniera però pienamente legale. Come abbiamo detto qualche giorno fa alla manifestazione di Firenze: «non si contesta la natura di un avvoltoio, è un avvoltoio, se ne prende atto e si passa avanti». Infatti, chi si concentra esclusivamente sulla modalità con cui siamo stati licenziati, si concentra sulla forma e non sulla sostanza. La verità è che nell’ultimo anno ci hanno detto solo bugie sostenendo che la produzione non si sarebbe spostata, approfittando poi dello «sblocco» per scappare come ladri.

Cosa intendete esattamente quando dite «se sfondano qui sfondano dappertutto»?

Gianni: Lo slogan che hai appena citato è importante per due motivi. In primis perché noi come lavoratori della Gkn ci teniamo a dire che questa battaglia non è solo la nostra ma, potenzialmente, quella di molti altri lavoratori e lavoratrici che potrebbero trovarsi a breve nella stessa situazione. Secondariamente noi, sbagliando, ci ritenevamo «intoccabili». Davamo per scontato che una realtà produttivamente florida e sindacalizzata come la nostra non potesse diventare oggetto di un’aggressione così spudorata. Noi qui siamo la realtà «più grossa» e fino all’otto luglio non pensavamo che una cosa del genere potesse capitare a noi. E infatti in questo momento la nostra lotta è un riferimento per gli altri e una sconfitta qui avrebbe un peso molto negativo su tutte quelle realtà produttive a rischio chiusura ma più piccole e meno organizzate di noi.

Qual è stata finora la risposta delle istituzioni?

Alessandro: Finora abbiamo ricevuto solidarietà istituzionale da parte di tutti e la solidarietà è sempre ben accetta. Il problema è che anche se tutti ti danno ragione poi però non si riesce mai a rispondere alla domanda più importante: come si può impedire concretamente a un’azienda di delocalizzare? E soprattutto, come si può impedirglielo in anticipo? In Francia e in Germania esistono delle leggi che impediscono ai proprietari di delocalizzare o comunque esiste un sistema di regole che pone dei limiti a certe dinamiche, in Italia invece no. Il problema è che man mano che si sale nel livello istituzionale la solidarietà diventa una solidarietà sempre più di facciata. Con le istituzioni succede come con l’aria: più sali e più diventa rarefatta. Infatti, quando abbiamo affermato che non avremmo permesso a Melrose di portarsi via i macchinari è stata proprio l’istituzione più «vicina» a darci un grande aiuto ovvero il sindaco di Campi Bisenzio che con un’ordinanza comunale ha impedito ai Tir di transitare nelle vie attorno alla fabbrica. L’ordinanza non durerà in eterno ma Melrose per ora le macchine può portarsele via solo sulla schiena.

Come potrebbe evolvere la situazione?

Alessandro: Non sappiamo dirlo, quello che temiamo è che questa storia finisca con un’offerta di soldi da parte dell’azienda. Una sgradevole soluzione tampone che però potrebbe prenderci per la gola nel momento in cui la trattativa dovesse andare avanti troppo a lungo, dato che qui quasi tutti hanno famiglia. Si tratta però di una soluzione che pone due problemi: il primo politico, in quanto se a noi venisse offerta una sorta di buonuscita questo accadrà solo perché il nostro caso avrà fatto più rumore dei prossimi casi di licenziamenti dovuti allo «sblocco», ma in tutti gli altri casi al licenziamento non seguirà nemmeno la buonuscita; il secondo problema è invece etico dato che molti di noi se vedessero questa fabbrica chiudere «in cambio di soldi» non riuscirebbero a guardarsi allo specchio, perché la Gkn è casa nostra.

Come siete organizzati qui all’occupazione? Qual è il clima?

Matteo: Premesso che tecnicamente siamo in «assemblea permanente» e non in occupazione, per ora il clima è ottimo. La partecipazione dei lavoratori è alta e le nostre presenze ricalcano i turni di lavoro per come erano programmati prima del licenziamento. Siamo uniti, ci facciamo forza e ogni giorno organizziamo pranzo e cena collettivamente e chi passa può fermarsi da noi. Ci sono i lavoratori che girano attorno alla fabbrica con le biciclette per evitare che entrino estranei e abbiamo varie postazioni fisse per controllare quei punti all’esterno dello stabilimento dove non ci sono telecamere. Abbiamo la cucina da campo dataci dalla Protezione Civile, abbiamo le pizzerie della zona che ci portano da mangiare, la Coop che ci ha donato generi alimentari oltre a centinaia di persone che continuamente passano da qui a chiedere se abbiamo bisogno di qualcosa. Siamo stati letteralmente abbracciati dalla solidarietà del territorio attorno a noi.

Ci sono lavoratori stranieri in Gkn? Sono un numero consistente? Sono coinvolti nella lotta?

Gianni: Ovviamente ci sono lavoratori stranieri in Gkn ma non molti, sono però tutti coinvolti nella vertenza. Ad oggi siamo tutti uniti e nessuno è più o meno coinvolto. E poi siamo contenti di poter dire che la presenza del sindacato, e il nostro continuo lottare per il rispetto delle tutele contrattuali e dei ritmi di lavoro, ha permesso di superare ed evitare eventuali attriti.

Spesso affermate che gli operai potrebbero far ripartire la fabbrica in qualunque momento, perché non farlo?

Matteo: Il nostro problema non è far ripartire la fabbrica. Gli operai della Gkn hanno una conoscenza completa del processo produttivo e non avremmo bisogno della proprietà per andare avanti. Il nostro problema sono le commesse degli acquirenti oltre alla possibilità di acquistare semilavorati e materie prime.

Teoricamente quanto è praticabile una riconversione della produzione?

Alessandro: Esistono nel mondo molte esperienze di «fabbriche recuperate», acquisite dai lavoratori e poi riconvertite a nuova produzione. Per vari motivi però, nel nostro caso, credo sia difficile pensare a una riconversione della produzione. Ma il punto centrale resta comunque un altro: noi qui abbiamo una fabbrica perfettamente funzionante, che economicamente naviga in buone acque, non è quindi il momento di pensare alla conversione della produzione, noi vogliamo i nostri posti di lavoro.

Qual è il vostro rapporto con la fabbrica? Quale la vostra storia lavorativa?

Alessandro: Io ho 56 anni e mi mancano nove mesi alla pensione. Sono entrato in fabbrica nel 1987 quando ancora eravamo nel gruppo Fiat. All’epoca mi mandarono a Torino a fare formazione prima di entrare nello stabilimento di Novoli. Furono mesi particolarmente utili in quanto ebbi modo di comprendere i vari passaggi della produzione in Fiat, non solo sul piano della struttura organizzativa della fabbrica ma anche sul piano delle nozioni chimico-fisiche dei processi produttivi. Ad oggi invece questa funzione formativa viene demandata a uno scambio orizzontale di informazioni tra i lavoratori stessi. Nel 1987 invece durante la formazione c’erano addirittura le ore di filosofia.

Matteo: Io invece sono entrato sette anni fa, i primi tre tramite agenzia interinale per poi essere assunto direttamente dall’azienda.

Gianni: Io sono entrato nel 1997, a 22 anni, quando lo stabilimento era stato appena trasferito da Novoli a qui. Per me attualmente la preoccupazione più grande è pensare che alla mia età anche ritrovando lavoro non avrò un contratto buono come quello che i dipendenti di Gkn hanno ereditato dal periodo Fiat.

Dopo questa prima conversazione ci ha raggiunti Dario, uno dei delegati dell’Rsu. Per uno stabilimento come questo è possibile che vi sia un rischio di obsolescenza rispetto al prossimo sviluppo dell’elettrico?

Dario: Per quanto ne sappiamo noi assolutamente no. Ci siamo consultati approfonditamente con molti ingegneri i quali sostengono che la scomparsa della produzione dei semiassi sia ben al di là da venire anche all’interno di un’industria automobilistica integralmente «elettrificata». Come diciamo sempre questa chiusura non deriva da necessità produttive strutturali ma è un esempio, come molti altri, di delocalizzazione dall’Italia a paesi a più basso costo del lavoro o in aziende dove i lavoratori hanno contratti meno tutelanti.

Guardando alle vostre iniziative si nota una fortissima politicizzazione dei lavoratori. Da dove nasce e come si è sviluppata questa politicizzazione?

Dario: Questa è un’azienda storicamente molto sindacalizzata dove non si è mai rotto il rapporto di fiducia tra la base e i delegati sindacali. È una tradizione che arriva a noi dal periodo Fiat e che l’attuale Rsu ha mantenuto e rinverdito nel tempo. La situazione si è poi ulteriormente consolidata a partire dal 2008 quando Gkn tentò di ristrutturare l’orario di lavoro su più turni in cambio del contratto di secondo livello e di ulteriori assunzioni in fabbrica. Ma la ristrutturazione dell’orario sarebbe unicamente servita a rendere più «scomodi» i turni per i lavoratori e a rendere parte della forza lavoro «inattiva» e quindi utilizzabile come arma di ricatto contro eventuali scioperi. La risposta conflittuale dei lavoratori portò quindi a una contrattazione più stringente degli straordinari e di conseguenza a un controllo sostanziale sulle assunzioni. Questa lotta interna alla fabbrica portò inoltre a un ricambio nella rappresentanza sindacale della Cgil, ricambio che portò alla nascita dell’embrione dell’attuale Collettivo di fabbrica della Gkn, fondato però dieci anni dopo, a cavallo tra il 2017 e il 2018. Un collettivo che cerca di coinvolgere il più possibile tutti i lavoratori nelle battaglie sindacali e che ha prodotto l’originale e formalmente riconosciuta figura del «delegato di raccordo», una sorta di «gradino intermedio» tra il Collettivo e la Rsu che permette di aiutare i delegati sindacali nella capillarizzazione del lavoro politico.

Avete in programma iniziative pubbliche in fabbrica nelle prossime settimane?

Dario: Per ora abbiamo preferito consolidare i rapporti col territorio e le prossime iniziative culturali cercheremo di inquadrarle in una dinamica interna al mondo della fabbrica. Ad esempio l’iniziativa con lo scrittore Stefano Massini e per noi è importante organizzarla come un incontro tra i lavoratori della Gkn e i lavoratori del mondo dello spettacolo. Per le serate «aperte» verso l’esterno, o per quelle dal gusto più esplicitamente militante, ci sarà tempo, però più avanti quando ci sarà bisogno di farci forza dato che una mobilitazione lunga inevitabilmente affronta anche momenti di stanchezza.

Nei vostri discorsi ci sono molti richiami alla «classe operaia». Secondo te cos’è che rende pregnante e realistico l’utilizzo di questa espressione all’interno della vostra battaglia?

Dario: Il salto di qualità che la nostra battaglia sta mostrando non va individuato nell’utilizzo più o meno corretto dell’espressione «classe operaia», per quanto in questo caso la comunità operaia della Gkn sia assolutamente compatta. Il salto di qualità rispetto ad altre situazioni conflittuali lo si vede nella capacità dei lavoratori di porsi al centro della scena e di portare le proprie rivendicazioni a fare da catalizzatore della solidarietà e delle rivendicazioni di altri soggetti sociali. Il salto di qualità non sta nella presenza organizzata degli operai ma nella capacità della classe operaia di avere, in questo caso, una posizione e una proiezione egemoniche. Come abbiamo detto molte volte noi non pensiamo di essere migliori o più bravi di quelli che prima di noi si sono trovati in situazioni analoghe alla nostra. Possiamo però dire di avere buona memoria e che vogliamo provare a imparare dalle sconfitte di chi ci ha preceduto. In questo contesto si è creata un’alchimia particolare e proprio per questo, e per non deludere chi ci sostiene, vogliamo provare a invertire una tendenza di lungo periodo. Per far sì che questa vertenza non sia solo un punto positivo da segnare sul pallottoliere ma, diversamente, un punto di partenza per ulteriori lotte, un esempio di mobilitazione vincente e riproducibile.

*Lorenzo Alfano è laureato in Storia contemporanea. Appassionato lettore di Antonio Gramsci, ha collaborato con la Fondazione Gramsci.

Fonte: Jacobin Italia – https://jacobinitalia.it/chi-lotta-bene-pensa-bene-e-parla-bene/

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