Per una politica del desiderio collettivo

Quelli che, come Matteo Renzi, insistono sul ruolo educativo dei sacrifici temono il potenziale trasformativo di un movimento che si contrapponga all’organizzazione sociale lavorista e iperliberista

«Voglio riaffermare l’idea che la gente deve soffrire… rischiare, provare, correre, giocarsela. Bisogna sudare ragazzi, i nostri nonni hanno fatto l’Italia spaccandosi la schiena, non prendendo i sussidi dallo Stato»: così Matteo Renzi ha dichiarato durante una presentazione del suo nuovo libro ad Assisi. Qualche settimana fa, il suo partito Italia Viva aveva definito il reddito di cittadinanza diseducativo, in un tweet in cui ne chiede la cancellazione tramite referendum.  

Intanto, il governo più liberista degli ultimi anni, ben attento a non mettere le mani nelle tasche dei ricchi, si ingegna per smantellare qualunque ombra di politica redistributiva, perfino il cashback di stato. Da ogni parte, le forze politiche e i media mainstream chiedono a gran voce di rimboccarsi le maniche e tornare a lavoro. I licenziamenti sono stati sbloccati (con novantanove tavoli aperti tra multinazionali e Mise, e più di cinquantamila posti di lavoro a rischio) e anche una misura decisamente limitata come il Reddito di cittadinanza voluto dal Movimento 5 Stelle è presa di mira. È ora di alzarsi dal divano. L’emergenza è finita. Riprendiamo il mondo da dove lo avevamo lasciato. 

Con la stagione turistica arrivano anche le storie che ci accompagnano ogni estate:  quelle di imprenditori che non trovano manodopera per i lavori stagionali, di persone che preferiscono il reddito garantito al lavoro salariato.  

Il bastone e la carota

Sulla stampa mainstream, si parla di lavoro con due retoriche apparentemente opposte ma a ben vedere complementari. Da una parte si esaltano studenti e studentesse di supposte capacità sopra la media, come nel caso della laureata alla Luiss appena ventunenne. La vicenda della ragazza è stata largamente raccontata dai media come di un prodigio: una giovane che crede in sé stessa, che segue una passione e che non permette a nessuno di mettere a tacere le sue ambizioni. L’obiettivo di questo articolo non è ovviamente presentare una critica allo stile di vita di questa ragazza e alle sue scelte; piuttosto focalizzare l’attenzione su come la retorica del sacrificio e i toni eroici siano pervasivi nel nostro modo di raccontare il lavoro e i percorsi accademici. Uno su mille ce la fa e bisogna lottare: occorre, nelle parole della stessa studentessa-prodigio, superare i propri limiti. 

Nel frattempo, si dà sempre più spazio mediatico alle angosce imprenditoriali per la mancanza di manodopera, la cui causa viene identificata in un welfare troppo assistenzialista e in sussidi che dissuaderebbero le persone (in particolare i «giovani») dall’impegnarsi a cercare e mantenere un lavoro. In questa analisi non vengono mai presi in esame salari, tutele, qualità del lavoro. Si dà per scontato che una persona integrata nel sistema e degna di riconoscimento pubblico, piuttosto che percepire un reddito statale, preferisca in ogni caso lavorare. A qualunque condizione, s’intende. Nuovamente l’accento è posto sul sacrificio, sulla volontà di non stare comodi, ma di spostare continuamente verso l’alto l’asticella del proprio merito. Poco importa che si parli di mansioni poco qualificate e altrettanto poco retribuite come quelle di camerieri o assistenti in un lido balneare. Si tratta di un’idea dura a more: che chi necessita di un supporto debba in qualche modo meritarselo attraverso mille fatiche ed essere quindi un «povero virtuoso». Lo abbiamo visto anche nell’inserimento di clausole contro le «spese immorali» nell’attuale Reddito di cittadinanza: un limite che va nella direzione di colpevolizzazione paternalista degli ultimi, tenuti a uno stile di vita sobrio e contenuto. Il godimento e gli eccessi sono per altri. 

Sebbene questo tipo di narrazioni non siano nuove ma rispecchino un retorica neoliberista a cui siamo ormai assuefatti, se calate in uno scenario (post)pandemico assumono un significato specifico. Il bastone dello stigma contro i «fannulloni» e la carota della celebrazione acritica dei meritevoli aiutano a conservare il lavoro come dispositivo di controllo sociale. In un periodo storico in cui si è vista in modo sempre più palese la limitatezza del salario come unica modalità di sussistenza e sopravvivenza, in cui si sono resi sempre più necessari strumenti di welfare universalista, si teme il crollo di un ordine in cui i salari restano bassi, le tasse sui profitti sono in caduta libera e la spesa pubblica per l’assistenza si assottiglia sempre di più. Diventa quindi necessario spingere in modo più marcato sul senso di colpa dei lavoratori e attribuire sempre più valore all’abnegazione dei «meritevoli». Il culto lavorista e aziendalista tiene insieme i pezzi di un sistema economico i cui limiti si sono mostrati in tutta la loro fragilità durante il periodo del Covid-19. 

Si vive una volta sola: la scarsità del tempo

Negli Stati uniti è nata l’espressione YOLO economy. Cosa significa? Yolo è acronimo di You Only Live Once, traducibile come «si vive una volta sola». Secondo un articolo del New York Times, molte persone che hanno «buone protezioni finanziarie e competenze molto richieste» hanno abbandonato la propria professione per lanciarsi in «passion projects» che meglio si sposassero con la loro sensibilità e i loro desideri. Chiaramente, il concetto di «you only live once» e la retorica connessa sono strettamente legate a dinamiche di classe: lascia il proprio lavoro con leggerezza per inseguire un sogno, generalmente, solo chi può permetterselo. Il discorso intorno a questo tema evidenzia però un trend interessante: la pandemia ha cambiato il modo di molte persone di affrontare la vita lavorativa e di pensare al lavoro. Spostando lo sguardo dal contesto statunitense a quello italiano, troviamo tanti disoccupati non più disposti a lavorare in uno stabilimento balneare in nero e per pochi spiccioli, quando possono contare su un contributo statale, per quanto esiguo e insufficiente ad affrontare la crescente diseguaglianza. Anche chi non fa parte della classe intellettuale americana e yuppie ha diritto di pensare: si vive una volta sola. 

Nel contesto pandemico e post-pandemico è chiaro che il welfare del futuro non potrà che andare nella direzione di un sostegno universale al reddito. Per due ragioni: la prima è macroeconomica, la seconda riguarda il sentire e il pensare collettivi e la nostra valorizzazione del tempo. 

Esistiamo in un mondo sempre più precario, non solo economicamente, ma anche materialmente e strutturalmente. La malattia, gli effetti devastanti del nostro modo di vivere e di interagire con il pianeta si sono mostrati in tutta la loro virulenza, anche nell’asettico e igienizzato mondo occidentale. Il senso generalizzato di una vita effimera ha alimentato una domanda: perché prodigarsi per alimentare e rigenerare questo sistema?  I giovani americani con le criptovalute nei portafogli virtuali hanno abbandonato le loro carriere da colletti bianchi: perché noi, già precari, già sfruttati negli stabilimenti, nei magazzini della logistica, dovremmo adottare un approccio diverso e votarci alla missione «educativa» del lavoro? Se da una parte si è evinta l’insufficienza del salario come unica fonte di sostentamento, dall’altra per molte persone è diventato centrale il desiderio di realizzazione anche fuori dai binari lavorativi. Si tratta di una questione non puramente individuale, ma dal potenziale trasformativo. La disponibilità di tempo e la libertà di impiegarlo secondo i propri desideri è un bene che su un «pianeta danneggiato» appare quanto mai prezioso. Scrive Gilberto Pierazzuoli in Il lavoro è una cosa ‘seria’: Apologia della festa: 

Il lavoro, il tempo sottratto determina anche la pulsione alla riappropriazione del tempo quando se ne sia vista una ulteriore e diversa possibilità d’uso. Determina, di fatto, la tensione al rifiuto verso il lavoro stesso, rivendicando ovviamente e comunque il diritto di accedere a quelle risorse indispensabili per la sopravvivenza della specie e dell’individuo che a essa appartiene. 

Lavoro e tempo libero

Che il tempo sia la risorsa scarsa per eccellenza, quello che siamo costretti a mettere a valore sempre di più e per salari sempre più bassi, lo aveva ben evidenziato nell’Ottocento Paul Lafargue nel suo pamphlet Il diritto all’ozio. La questione è stata recentemente indagata anche da Davide Mazzucco nel suo saggio Cronofagia, che fin dalla copertina esorta: «Riprenditi il tuo tempo!».

Entrambi gli autori sottolineano come il tempo di vita sia costantemente eroso dalle necessità di un capitale tentacolare che assalta l’esistenza umana tramite dipendenze tecnologiche, carichi burocratici, lavoro cognitivo non riconosciuto e svincolato dal salario.  La compenetrazione tra lavoro e tempo libero è sempre più intensa. Scrive Franco Berardi Bifo, a proposito: 

La diffusione di forme di lavoro gratuito indica al contempo due cose: da un lato indica il fatto che le mansioni svolte dal lavoratore cognitivo (a differenza delle mansioni svolte dall’operaio industriale) non sono totalmente estranee alla sua vita, al suo desiderio, anzi se ne alimentano. Siamo perciò spesso costretti a vendere il nostro tempo di lavoro perché quel lavoro è anche la nostra attività desiderante, e non possiamo accedere all’attività senza accettare di subire lo sfruttamento non pagato.

Il tempo è legato a doppio filo alla creazione di valore per il capitale, appunto, cronofago. Il welfare universalistico potrebbe essere un primo passo verso una rivendicazione collettiva di riappropriazione del tempo. 

In ultima analisi, che cos’è quest’avversione viscerale di politici, imprenditori e tecnocrati che puntano il dito contro i già deboli strumenti di welfare universalistico come il reddito di cittadinanza? È la paura di un mondo dove il desiderio di vivere una vita piena e di essere padroni del proprio tempo non sia appannaggio di pochi. Di un mondo dove la ricerca della felicità non sia narrata e praticata in termini individualistici, ma diventi centrale nell’organizzazione delle società e delle economie. Temono una politica del desiderio collettivo che si contrapponga all’organizzazione sociale lavorista e iperliberista che conosciamo. Si può leggere in questo senso l’insistenza sul ruolo educativo del lavoro, il disprezzo per coloro che preferiscono un’entrata garantita a una vita di sacrifici, umiliazioni e precariato. E se dei giovani ricchi del nord del mondo che aprono una startup coi soldi di famiglia nessuno ha paura, che ne sarà di quando anche gli ultimi avranno accesso a un welfare che permetta di seguire i loro desideri? 

In un mondo al collasso, serve una nuova politica del diritto all’ozio. Che non sia però elitaria, né individualista. Occorre reclamare il concetto di ozio come tempo dedicato alla rigenerazione: della persona, ma anche dei territori, della comunità. Occorre pensare a un mondo oltre la funzione «educativa» del lavoro e contrario alla retorica del sacrificio meritocratico come unica via di riconoscimento sociale. I soggetti desideranti possono diventare il centro di una costruzione collettiva che vada oltre i miopi sogni della società basata sui salari da fame per molti e sulle rendite per pochi. Abbiamo bisogno di tempo, abbiamo bisogno di desiderare. Yolo. 

*Irene Doda ha 27 anni e vive a Forlì, in Romagna. È un’attivista transfemminista e una lavoratrice precaria. Scrive per varie riviste online ed è co-fondatrice e speaker del podcast Anticurriculum. 

Fonte: Jacobin Italia – https://jacobinitalia.it/per-una-politica-del-desiderio-collettivo/

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