Convivere con il virus SARS-CoV-2

Convivere con il virus SARS-CoV-2

10 min lettura

di Cristina Da Rold

Gran parte delle obiezioni al Green Pass, e al vaccino, parte da un’implicita asserzione: che tutto tornerà presto come prima, che il virus SARS-CoV-2 stia sparendo. Purtroppo l’asserzione è errata. Nonostante poco dopo l’inizio della pandemia qualcuno abbia iniziato a parlare di “convivenza con il virus”, probabilmente in piena emergenza, i tempi non erano maturi per caricare il dibattito pubblico di questa prospettiva straniante da accettare.

Oggi però è necessario insistere di più su questo concetto: SARS-CoV-2 ormai c’è, e non se ne andrà a breve; al momento sappiamo, per esempio, che la variante Delta si diffonde con la stessa rapidità della varicella, più velocemente anche di Ebola. La pandemia potrebbe finire, ma SARS-CoV-2 con ottima probabilità rimarrà sulla terra per anni, così come la maggior parte dei virus che conosciamo, evolvendo come fanno tutti i patogeni, ma non siamo in grado oggi di dire con certezza se evolverà verso forme più o meno pericolose. La cosa onesta da dire è che nei prossimi anni sarà verosimile entrare in contatto con il virus, ma nessuno al momento ha una conoscenza del proprio sistema immunitario tale da poter prevedere se riuscirà a superare bene la malattia oppure no. Le terapie domiciliari oggi ci sono, è sufficiente parlare con i tanti medici che lavorano sul campo per saperlo, ma gli stessi medici avvertono che non per tutti sono sufficienti. Talvolta la reazione infiammatoria è molto potente, e anche i farmaci che aiutano di più non hanno effetto per prevenirla.

La medicina sta lavorando in questa direzione: capire quali fattori genetici ed ematologici entrano in gioco nelle reazioni gravi al virus, mettere a fuoco nuovi farmaci per curare le forme gravi e soprattutto per curare la malattia al suo esordio. Ma nessuno di noi oggi, e nemmeno nei prossimi mesi, può realisticamente pensare di avere per sé questa informazione.

Che fare, dunque per vivere “normalmente”?

Eradicarlo no, eliminarlo forse

Parlando dei progressi verso la fine dell’epidemia negli Stati Uniti, Anthony Fauci ha dichiarato: “Termineremo la fase epidemica e probabilmente arriveremo da qualche parte tra il controllo e l’eliminazione, più probabilmente verso il controllo”.

La parola “eliminazione” è stata usata in questo anno e mezzo da molti esperti, spesso alimentando confusioni e illusioni. Un recente articolo apparso sul BMJ (British Medical Journal) ha chiarito che cosa si intende in medicina con i termini “eliminazione” ed “eradicazione”, e che cosa possiamo realisticamente aspettarci rispetto a SARS-CoV-2.

Eradicazione significa una riduzione permanente a zero dell’incidenza mondiale di un’infezione, come è stato ottenuto per il vaiolo. Basta aprire la piattaforma aggiornata in tempo reale dell’OMS con i casi nel mondo, e delle coperture vaccinali attuali, per renderci conto che l’eradicazione di SARS-CoV-2 è qualcosa di impossibile da ottenere in un tempo che si misura in mesi. Da giugno a oggi il numero di casi e di morti a livello mondiale per COVID-19 è in costante crescita. Non in diminuzione, e nemmeno in stasi, e l’Europa traina questo andamento. Intanto, nel cosiddetto “Sud del Mondo” la maggior parte dei paesi ha meno del 10% della popolazione che ha ricevuto almeno una dose di vaccino.

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L’eliminazione può essere definita in vari modi, scrive BMJ, ma si ferma prima dell’eradicazione permanente dell’infezione. Eliminare un virus significa conviverci senza che i nostri sistemi sanitari siano in difficoltà. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha per esempio definito l’eliminazione della tubercolosi come una riduzione della prevalenza al di sotto di un caso per milione di popolazione. Riguardo al morbillo, una delle peggiori piaghe dell’Africa Centrale – si intende eliminato in una certa zona se la trasmissione endemica del ceppo del virus del morbillo è ferma da almeno 12 mesi.

Finora, non esiste una definizione concordata a livello internazionale per l’eliminazione di SARS-CoV-2, riporta BMJ. “La massima azione per controllare SARS-CoV-2 è fermare la trasmissione nelle comunità il più rapidamente possibile”.

Da cosa dipende l’eliminazione di SARS-CoV-2?

Come andrà con SARS-CoV-2? Non lo sappiamo al momento con certezza. Un lavoro pubblicato su Nature l’8 luglio 2021 scrive: “C’è un’aspettativa realistica che lo sforzo globale nella vaccinazione porterà sotto controllo la pandemia di sindrome respiratoria acuta grave coronavirus”, scrivono gli autori. “Tuttavia, permangono incertezze sul tipo di associazione a lungo termine che il virus stabilirà con la popolazione umana, in particolare se la malattia da coronavirus 2019 (COVID-19) diventerà una malattia endemica.”

Sebbene la traiettoria futura sia difficile da prevedere, è possibile anticipare le condizioni, i concetti e le variabili che influenzeranno questa transizione. La persistenza di SARS-CoV-2 come virus endemico, forse con picchi epidemici stagionali, potrà essere alimentata da gruppi di individui sensibili e dalla diminuzione dell’immunità dopo l’infezione o la vaccinazione, e dai cambiamenti nel virus attraverso la deriva antigenica che diminuisce la protezione.

“La mancanza di una sorveglianza efficace o di una risposta adeguata potrebbe consentire l’emergere di nuovi modelli epidemici o pandemici da un’infezione endemica di SARS-CoV-2”, concludono gli autori.

L’unico virus che l’umanità ha eradicato dalla faccia della terra è stato il vaiolo, nel 1979 e si stima che il virus esistesse già ai tempi dei faraoni. Ora, è chiaro che oggi abbiamo farmaci che non possedevano all’epoca dei faraoni, ma attualmente non esiste un antivirale specifico per curare la COVID-19. Viene trattata la malattia indotta dal virus, per esempio la polmonite, o i sintomi come la tosse, la febbre, il dolore muscolare, il mal di testa. Ma non esiste un analogo degli antibiotici contro i vari batteri, cioè una molecola che distrugge SARS-CoV-2.

Che senso ha davvero vaccinarsi?

Lo strumento migliore per essere tranquilli di non essere positivi non è il vaccino, ma il tampone molecolare, quello che utilizza la tecnica PR-PCR per individuare il virus nelle nostre mucose. Raramente anche lui può sbagliare, individuando falsi positivi (rilevando cioè il virus in persone che non sono positive) o falsi negativi (non rilevando il virus in persone positive). Quest’ultimo errore è spesso dovuto a un tampone eseguito troppo presto, prima che il virus si replichi in quantità tale da essere rilevato.

Questo non significa che i tamponi non siano un’arma importante per ridurre il numero di positivi circolanti, e lo stesso ragionamento vale per la vaccinazione.

Il senso delle vaccinazioni è ridurre l’impatto della malattia sia in termini di nuove infezioni che di malattia grave, cosa che il tampone da solo non può fare. Non è possibile nel mondo reale eseguire un tampone ogni mattina a tutti prima che entrino in contatto con persone e cose. Attenzione: qui entra in gioco il ragionamento probabilistico. Ridurre l’impatto della malattia non significa azzerarlo. Non è che dato che il vaccino non blocca le infezioni per tutti (il 100% dei vaccinati), allora non funziona. Avrà funzionato nel momento in cui avrà ridotto l’impatto della malattia.

Vediamo qualche dato. Il vaccino riduce la possibilità di contagiarsi? Sì. La fonte sono i Centers for Disease Control and Prevention (CDC) americani che il 7 giugno 2021 ha pubblicato i dati di un’analisi condotta su quasi 4.000 partecipanti da dicembre 2020 ad aprile 2021. Purtroppo è un dato pre variante Delta, serve tempo per avere dati solidi.

I vaccini Pfizer-BioNTech e Moderna riducono il rischio di infezione del 91% per le persone completamente vaccinate e dell’81% per chi ha solo una dose. Queste stime includevano sia le infezioni sintomatiche che quelle asintomatiche. Per determinare se la malattia da COVID-19 fosse più lieve, i partecipanti allo studio che sono stati infettati da SARS-CoV-2 sono stati riuniti in un unico gruppo e confrontati con i partecipanti non vaccinati e infetti. Diversi risultati hanno indicato che coloro che sono stati infettati dopo essere stati vaccinati completamente o parzialmente avevano maggiori probabilità di avere una malattia più lieve e più breve rispetto a coloro che non erano stati vaccinati. Ad esempio, le persone completamente o parzialmente vaccinate che hanno sviluppato la COVID-19 hanno trascorso in media rispettivamente sei giorni di malattia in meno e due giorni di malattia a letto in meno rispetto ai non vaccinati. Avevano anche un rischio inferiore del 60% circa di sviluppare sintomi, come febbre o brividi, rispetto a coloro che non erano vaccinati.

Il vantaggio di riduzione delle diagnosi fra persone con e senza vaccinazione completa è oramai evidente. I dati ISS mostrano quante diagnosi sono state eseguite fra persone vaccinate per classe di età, dal 27 dicembre 2020 al 14 luglio 2021.

Fra i giovani con meno di 40 anni, abbiamo avuto 12.955 persone positive fra chi era parzialmente vaccinato (0,35% degli oltre 3 milioni di giovani vaccinati) e 3.590 fra chi aveva due dosi (0,1% dei vaccinati).

Fra i 40-59 enni, su 9 milioni di vaccinati si sono avute 28.311 infezioni fra chi aveva una dose (0,3% dei vaccinati) e 6.412 infezioni fra chi aveva anche la seconda dose (0,07%).

Fra i 60-79 enni, su 10 milioni di vaccinati abbiamo avuto 24.313 positivi dopo una dose (0,23% del totale vaccinati) e 2.726 dopo la seconda dose (0,03% dei vaccinati, pochissimi).

Infine, fra gli over 80, fra i quasi 4 milioni di vaccinati abbiamo avuto 22.239 positivi dopo una dose (0,56% dei vaccinati) e 5.259 dopo la seconda (0,13%!).

Ma posso comunque contagiare gli altri anche da vaccinato

L’argomentazione forte di chi è contrario al Green Pass. Che senso ha limitare l’entrata ai vaccinati, se comunque possono essere positivi e magari contagiare gli altri? Di nuovo: il senso non è azzerare la probabilità di ammalarsi, ma ridurla. Il Green Pass garantisce che in una stanza ci siano per la maggior parte persone vaccinate, quindi con ridotta probabilità di ammalarsi anche qualora entrasse un positivo. Poi certo: la cosa migliore nel mondo ideale sarebbe sottoporsi comunque a tampone ogni mattina, insieme al caffè, ma non è cosa praticamente fattibile.

In ogni caso non è facile rispondere alla domanda se un vaccinato è più o meno infettivo di un non vaccinato. Un indicatore è la carica virale. Lo studio americano suggerisce che le persone vaccinate completamente o parzialmente che hanno contratto la COVID-19 avevano il 40% in meno di virus rilevabile nel naso (cioè una carica virale inferiore) e il virus è stato rilevato per sei giorni in meno (cioè, diffusione virale) rispetto a coloro che non erano vaccinati quando infettati. Si tratta comunque di statistica.

I risultati dello studio REACT-1 pubblicati il 4 agosto scorso dall’Imperial College di Londra e basati su tamponi effettuati da quasi 100.000 persone in Inghilterra tra il 24 giugno e il 12 luglio 2021 hanno evidenziato che le persone con doppia vaccinazione avevano tre volte meno probabilità di quelle non vaccinate di risultare positive al coronavirus. Inoltre, l’analisi dei test molecolari suggerisce che le persone completamente vaccinate che hanno contratto il virus hanno una minore carica virale rispetto ai non vaccinati e pertanto hanno meno probabilità di contagiare gli altri.

Altre ricerche evidenziano invece cariche virali simili, anche se i casi sono rari, come ha sottolineato lo stesso Fauci a fine luglio, specie nelle persone con variante Delta, indice che fidarsi a priori di questo fattore come alibi per non vaccinarsi è poco furbo.

Dal Regno Unito iniziano ad arrivare anche i primi dati sulla variante Delta “sul campo”. L’ultimo rapporto della sorveglianza COVID di Public Health England (l’“ISS britannico”) sui suoi cittadini mostra che l’efficacia di una sola dose sulla possibilità di infettarsi è del 35% a seconda delle fasce d’età (contro il 49% di efficacia contro l’infezione da variante Alfa) e l’efficacia di due dosi è del 79% (era l’89% contro la variante Alfa). L’efficacia di una dose contro le ospedalizzazioni da variante Delta è risultata dell’80% (contro il 78% della variante Alpha, quindi addirittura maggiore), e le due dosi sembrano proteggere dal 96% delle ospedalizzazioni, contro il 93% di protezione che si era ottenuto contro la variante Alfa. Chiaramente sono dati “sul campo”, non provenienti da uno studio clinico controllato e randomizzato.

Chi c’è oggi in ospedale per la COVID-19?

Il vantaggio della vaccinazione sulle ospedalizzazioni è ancora più evidente: nonostante contagi alti e in crescita in questa estate 2021, gli ospedali non si sono riempiti come durante le scorse ondate. Gli anziani che affollavano i reparti sono per lo più vaccinati, e infatti l’età media dei ricoverati è più bassa. Va detto che l’abbassamento delle ospedalizzazioni può essere dovuto anche ad altre ragioni, insieme ai vaccini: il miglioramento dei protocolli validati dopo trial clinici per le terapie domiciliari, che a inizio pandemia includevano solo paracetamolo e vigile attesa, mentre oggi prevedono anche l’utilizzo di FANS (farmaci antinfiammatori non steroidei), cortisonici e antibiotici, a seconda della gravità del paziente.

Il bollettino ISS, pubblicato il 6 agosto 2021, mostra quanti vaccinati e non vaccinati c’erano negli ospedali dal 25 giugno al 25 luglio, quindi considerando la variante Delta.

Fra 958 giovani con meno di 40 anni ricoverati (erano 512 nel bollettino di due settimane prima), il 90% non era vaccinato, il 6,5% aveva una dose oppure la seconda dose da meno di due settimane, e il 2,7% dei casi aveva entrambe le dosi.

Fra gli 895 ricoverati fra i 40 e i 59 anni (erano 628 due settimane prima), l’84,4% era non vaccinato, l’8,9% lo era parzialmente e il 6,7% completamente.

Fra i 717 ricoverati fra i 60 e i 79 anni (erano 495 due settimane prima) il 63,2% era non vaccinato, il 18,5% parzialmente vaccinato e il 18,3% aveva le due dosi.

Fra i 360 over 80 ricoverati (erano 271 due settimane prima), il 43,3% era non vaccinato, il 4,7% lo era parzialmente e il 51,9% era completamente vaccinato. In questi casi si tratta di persone estremamente fragili, facilmente ricoverate anche per altre patologie.

Considerando che quasi il 65% delle persone con più di 12 anni è ormai completamente vaccinato (e il 75% è parzialmente protetto), questa percentuale assume un valore statistico ancora più rilevante.

E quindi?

C’è anche un’altra questione da considerare: le altre malattie respiratorie. Lo scorso inverno con le misure restrittive in atto almeno in Italia, abbiamo avuto una curva letteralmente piatta, con rarissimi casi di influenza e di altre malattie infettive come morbillo e rosolia: una statistica mai vista. Ma l’autunno che sta arrivando si preannuncia al momento libero da restrizioni, e alcuni cominciano a sollevare il problema di un impatto congiunto di virus che colpiscono l’apparato respiratorio.

Un articolo pubblicato in anteprima online su The Lancet Respiratory Medicine il 6 agosto 2021 affronta la questione di petto, riportando i dati di un nuovo rapporto dell’Accademia delle scienze mediche del Regno Unito. “L’aumento delle infezioni potrebbe sovrapporsi al picco dei casi di COVID-19 che dovrebbe seguire la revoca delle restrizioni di blocco in tutto il paese.” Ritorna in questo senso il tema della protezione dei bambini. Il rapporto dell’Accademia delle scienze mediche ha raccomandato che i reparti pediatrici e le unità di terapia intensiva pediatrica siano pronti per un potenziale afflusso di pazienti con malattie respiratorie, altrimenti potrebbero trovarsi sopraffatti. Questa situazione mai vista provoca incertezza anche su quanto e come si abbatterà il prossimo virus dell’influenza dopo un anno di stop.

La domanda che i cittadini dovrebbero porsi oggi è la seguente: dato che il virus continuerà a girare in non sappiamo quali forme nei prossimi mesi; dato che ogni 3-4 mesi emergono varianti più contagiose, e dal momento che anche i vaccinati possono essere potenzialmente contagiosi; che cosa conviene fare per riprendere una “normalità”? Conviene sperare di contrarre la COVID-19 in forma non grave e farsi curare, o conviene provare a tutelarsi per non prenderlo, o per avere una buona probabilità di contrarlo in forma lieve?

Anche le terapie domiciliari costano, al sistema e al nostro organismo, pure in termini di possibili effetti collaterali.

Sia alla salute individuale che a quella collettiva conviene proteggersi per affrontare i prossimi anni con la consapevolezza che anche quando entreremo in contatto con il virus, le probabilità di ammalarci gravemente siano ridotte ai minimi termini.

Immagine in anteprima: icsilviu via Pixabay.com 

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/convivere-con-codiv-19/ – per l’indicazione esatta dell’autore fare riferimento a questo link che contiene il post originale.

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