PerugiAssisi: una marcia nella giusta direzione

Testimoniare è bello. Soprattutto quando l’idealità si fonde con la concretezza. Quanto in tante e tanti si va contro corrente, e non ci si bea con l’”avevamo detto”, “avevamo ragione”.


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Marciare per la pace fa bene. Al corpo e alla mente. Marciare per la pace è un esercizio politico salutare, che crea empatia collettiva, che dà corpo alla speranza, che riempie di contenuti parole altrimenti vuote, retoriche, come “pace”, “solidarietà”, “inclusione”.

Un esercizio salutare
Testimoniare è bello. Soprattutto quando l’idealità si fonde con la concretezza. Quanto in tante e tanti si va contro corrente, e non ci si bea con l’”avevamo detto”, “avevamo ragione”.
Eppure, la storia ha dato ragione, una ragione dolorosa ma pur sempre vera, ai pacifisti. Per questo occorre marciare ancora. Il 10 ottobre, alla PerugiAssisi.

Una riflessione da incorniciare
È quella di cui sono artefici Flavio Lotti, storico animatore della Tavola della Pace e Marco Mascia, del Centro di Ateneo per i Diritti Umani “Antonio Papisca” dell’Università di Padova

“La guerra non era la risposta. Non si doveva fare. C’era un altro modo per reagire. Si sarebbero evitate migliaia di altre stragi, altri 241.000 morti, altre centinaia di migliaia di feriti, la diffusione del terrorismo nel mondo… una impressionante, incommensurabile scia di sangue e sofferenze di gente innocente.

Lo abbiamo scritto, detto, gridato sin dal primo giorno dopo la strage dell’11 settembre. Ma siamo stati ignorati, zittiti, censurati, attaccati. Non è successo solo 20 anni fa. E’ successo per 20 anni. E succede anche ora che tutti possono vedere il drammatico, disastroso fallimento della guerra in Afghanistan. (…ma in Iraq e in Libia non è diverso) Queste idee, queste voci non devono circolare. Certe verità non si devono dire.

L ’11 settembre 2001 stavamo organizzando la marcia della pace PerugiAssisi, alla quale parteciparono più di 300 mila persone. 20 anni dopo stiamo organizzando un’altra marcia della pace PerugiAssisi. Per questo ci chiamano illusi. La sola realtà che conoscono è quella che inseguono e che ci sta portando al disastro.

Peggio. 20 anni fa, quando dicemmo che la risposta americana agli attentati dell’11 settembre era sbagliata, illegale e pericolosa fummo trattati come traditori perché erano i giorni in cui tutti dovevamo stare con gli americani.
Ma i veri amici ti dicono quando stai sbagliando.
Per più di 10 anni abbiamo lavorato assieme ai familiari delle vittime dell’11 settembre che avevano rifiutato la logica della vendetta. Anche loro hanno subito lo stesso trattamento.
20 anni fa, a partire dal 12 settembre, abbiamo indicato un altro modo per combattere il terrorismo e costruire un mondo più sicuro. Non era una proposta ispirata da nobili ideali (per quanto meritevoli di rispetto) ma coerente con il disegno delle madri e dei padri fondatori delle Nazioni Unite: la via della legalità e della giustizia penale internazionale. Per venti anni l’abbiamo costantemente riproposta, cogliendo ogni opportunità e segno dei tempi. Oggi continuiamo a farlo, nella consapevolezza che è la sola alternativa alla barbarie, alla legge della giungla, alla deflagrazione totale.

Viviamo in un mondo estremamente fragile. Tutto è interconnesso e vulnerabile: la sicurezza, l’economia, il clima, le nostre vite,… 20 anni fa eravamo 6 miliardi. Oggi siamo quasi due miliardi in più. Abbiamo un solo modo per evitare il peggio. Abbandonare la via della guerra infinita, della guerra di tutti contro tutti. Restituire spazio e dignità alla politica e alla democrazia. Riprendere la via dell’Onu, della legalità internazionale, del dialogo politico, del diritto dei diritti umani e impegnarci tutti assieme a sciogliere, uno dopo l’altro, tutti i nodi che ci stanno rendendo la vita impossibile. Prendendoci cura gli uni degli altri e dell’ambiente.
Non è necessario essere pacifisti. Basta essere realisti.
Domenica 10 ottobre uniamo le nostre voci. Contro la cultura e la politica della guerra, dell’individualismo e dell’indifferenza diciamo insieme “I Care”, voglio fare la mia parte!

L’avevamo detto
Non dite: parlano bene, dopo…Perché la memoria non si cancella. Resta agli atti.
Uno dei quali è dell’8 ottobre 2001, neanche un mese dopo gli attacchi alle Torri Gemelle e agli inizi della risposta militare americana in Afghanistan.
L’attacco Usa è sbagliato, illegale e pericoloso. Il terrorismo si vince con altri mezzi.
La società civile è in prima fila nella lotta ai terrorismi e nel rifiuto della guerra.

“Gli attentati contro gli Stati Uniti sono un crimine contro l’umanità e i responsabili devono essere fermati e assicurati alla giustizia. La decisione americana di effettuare un attacco armato contro lo Stato dell’Afghanistan, a seguito degli attentati subiti lo scorso 11 settembre, è sbagliata, illegale e pericolosa. Sbagliata perché provocherà nuove vittime innocenti, nuove distruzioni, nuove violenze e anziché sradicare il terrorismo lo alimenterà insieme all’odio e al fanatismo contro gli americani e l’Occidente. Illegale perché è espressamente vietata dal diritto internazionale e dalla Carta delle Nazioni Unite. Pericolosa perché espone i cittadini americani e tutti i loro alleati ad una catena di attentati terroristici. Anziché fermare la spirale del terrore questa guerra finirà per alimentarla.

Questa guerra non era inevitabile.

Fin dal giorno degli attentati la Tavola della Pace ha indicato un’altra strada più decisa, precisa ed efficace: la strada della legalità e della giustizia penale internazionale. Rinunciare a farsi giustizia da soli. Affidare all’Onu la responsabilità di agire a nome dell’intera umanità per sradicare i terrorismi con misure politiche, diplomatiche, finanziarie e di polizia internazionale. Ratificare e insediare subito la Corte Penale Internazionale. Intervenire alle radici dei problemi. Mettere fine alla politica dei “due pesi e due misure”. Mettere fine al conflitto israelo-palestinese e togliere l’embargo all’Iraq. Promuovere il disarmo e ridurre l’ingiustizia economica che alimenta la disperazione e il disordine internazionale. Fin dal 12 settembre l’Onu ha intrapreso la strada giusta approvando, con uno straordinario consenso, misure nuove e concrete. Perché non si è voluto continuare a percorrere la strada tracciata dall’Onu? Chiediamo agli Stati Uniti di fermare le operazioni militari. Chiediamo all’Italia e all’Europa di non lasciarsi risucchiare nel vortice dell’odio e della vendetta. L’Europa non deve fare la guerra ma costruire la pace. Facciamo appello ai Parlamenti e ai Governi dell’Europa perché in questi giorni difficili raccolgano, insieme alla società civile, la bandiera della legalità, della giustizia e della pace.

La società civile è in prima fila nella lotta ai terrorismi e nel rifiuto della guerra. Invito tutte le donne e gli uomini amanti della pace e della giustizia a partecipare domenica prossima, 14 ottobre 2001, alla grande Marcia per la pace Perugia-Assisi per chiedere cibo, acqua e lavoro per tutti, per sradicare i terrorismi, fermare le guerre e costruire la pace.”
A scriverlo sono Flavio Lotti e un padre Nicola Giandomenico, francescano del Sacro Convento d’Assisi, fondatore della Tavola della Pace, scomparso il 12 novembre 2009.

Quel pacifismo “profetico”.
In Afghanistan la combattiamo da quasi cinque anni.
Gli Stati Uniti la chiamano “guerra”. Tutto il mondo la chiama nello stesso modo. Dunque non è una “operazione di pace”. Se in Afghanistan si sta combattendo una guerra dobbiamo avere la serietà e l’onestà di chiamarla per nome. Tutti gli osservatori riconoscono che la guerra decisa e condotta dagli Stati Uniti in Afghanistan è un fallimento. Il problema è sempre il solito: è facile fare la guerra ma è difficilissimo costruire la pace che può far rinascere un paese martoriato dalla guerra. La guerra è uno strumento incapace di risolvere i problemi che pretende di risolvere. Se questi sono i frutti dopo cinque anni di guerra ad alta intensità, per quanti anni ancora dovremmo continuare a combatterla? Altri 5 – 10 anni? Basteranno? Con quante vittime innocenti? Con quali conseguenze internazionali? Se gli Stati Uniti non sono ancora riusciti a vincere questa guerra perché dovrebbe riuscirci la Nato (peraltro in violazione del suo mandato originale)? Se la guerra è lo strumento sbagliato non è meglio cercare altre strade più efficaci? Un altro “impegno” è possibile: più Onu, più rispetto del diritto e della legalità internazionale, più sicurezza comune, più aiuti economici diretti alla popolazione e per la ricostruzione del paese, più impegno per la tutela dei diritti umani. Gli stessi soldi (320 milioni di euro all’anno) che abbiamo speso per la missione militare in Afghanistan possono dare ben altri frutti se diversamente investiti.
L’Italia che ha iscritto nella Costituzione il ripudio attivo della guerra può imboccare finalmente una nuova strada. Il mondo saprà essere riconoscente.
Chiediamo al Parlamento e al Governo italiano:
1. di guardare alla situazione in Iraq, in Afghanistan e negli altri luoghi di conflitto con realismo e senso di responsabilità. Non chiediamo un “disimpegno” dell’Italia ma un diverso e maggiore impegno per la risoluzione dei gravissimi conflitti aperti;
2. di passare dall’impegno militare ad un impegno politico e civile a fianco delle popolazioni vittime delle guerre, dell’oppressione e della miseria;
3. di agire per rendere finalmente operativo il sistema di sicurezza collettiva previsto dal Cap. VII della Carta delle Nazioni Unite. In particolare di stipulare gli accordi con il Consiglio di sicurezza delle NU previsti dall’art. 43, al fine di mettere a disposizione dello stesso Consiglio le forze armate, l’assistenza e le facilitazioni necessarie per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionali e di rendere ad esso possibile di decidere in proprio, e non più soltanto di delegare, l’esercizio delle funzioni previste dall’art. 42.
Tali accordi possono essere conclusi anche da “gruppi di membri” delle Nazioni Unite. In questo caso il governo italiano dovrebbe agire anche in seno all’Unione Europea affinché gli stati membri che hanno dato vita ai cosiddetti EU Battlegroups (unità militari integrate di pronto intervento, stand-by) stipulino gli accordi previsti dall’art. 43.
L’art. 44 della Carta delle NU stabilisce che lo stato membro che ha messo a disposizione le forze armate ai sensi dell’art. 43 partecipi alle riunioni del Consiglio di sicurezza quando quest’ultimo debba decidere il loro impiego. Occorre che il governo italiano denunci la disposizione transitoria dell’art. 106 della Carta delle Nazioni Unite, che riserva agli stati vincitori della seconda guerra mondiale il privilegio di operare al di là e al di sopra della Carta delle NU fino a quando non sarà messo in attuazione l’art. 43.
Al nuovo governo italiano si chiede una coraggiosa iniziativa che segni la discontinuità, nel nome della legalità e del multilateralismo, rispetto all’ambiguo, avventuristico e illegale modo di agire del precedente governo.
In questo contesto, il Parlamento e il Governo italiano devono farsi promotori del definitivo chiarimento circa la distinzione tra operazioni militari di guerra – vietate dal vigente diritto internazionale– e autentiche operazioni di polizia internazionale (militare e civile). La forte iniziativa del governo italiano deve essere inquadrata in una più ampia e organica strategia intesa a valorizzare la centralità delle Nazioni Unite nel sistema delle relazioni internazionali e, allo stesso tempo, a promuoverne senza indugio la democratizzazione in termini di democrazia rappresentativa e democrazia partecipativa sulla base delle proposte elaborate a partire dal 1995 dall’Assemblea dell’Onu dei Popoli.
In questo stesso contesto, il governo italiano d’intesa con altri paesi europei “like minded”, deve operare perché l’intera Unione Europea si faccia sostenitrice, non soltanto nei documenti, ma anche e soprattutto nelle decisioni politiche, della messa in opera di un efficace sistema di sicurezza umana collettiva, i cui obiettivi siano quelli della prevenzione dei conflitti, della loro risoluzione pacifica e dell’esercizio della solidarietà internazionale per una economia di giustizia e per l’equa gestione dei beni comuni globali.
La firma: Tavola della Pace Perugia, 20 giugno 2006.

D’allora sono trascorsi più di 15 anni. Quindici anni di morte, devastazione, di decine di miliardi buttati in armamenti e per addestrare un esercito, quello afghano, scioltosi come neve al solo dinanzi all’avanzata degli Studenti coranici. Vent’anni per tornare al punto di partenza. Al governo di misogini e terroristi. Il governo dei Talebani.

Umberto De Giovannangeli
9 settembre
https://www.globalist.it/world/2021/09/09/perugia-assisi-una-marcia-della-pace-nella-giusta-direzione-2086931.html

Fonte: Perlapace.it – http://www.perlapace.it/perugiassisi-marcia-nella-giusta-direzione/

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