Uomini in lotta contro il patriarcato: l’esperienza di Maschile Plurale

Uomini in lotta contro il patriarcato: l’esperienza di Maschile Plurale

9 min lettura

di Adil Mauro

La violenza contro le donne ci riguarda”. Lo slogan che ha spinto alcuni uomini a scendere in varie piazze italiane lo scorso marzo – da Biella a Roma, passando per Albenga, Milano e Torino – è anche il titolo di un appello nazionale del 2006 che ha portato l’anno successivo alla nascita dell’associazione Maschile Plurale, una rete di uomini che si riconoscono in un percorso comune di cambiamento rispetto ai paradigmi della mascolinità sessista e patriarcale.

L’appello si concludeva così:

Chiediamo che si apra finalmente una riflessione pubblica tra gli uomini, nelle famiglie, nelle scuole e nelle università, nei luoghi della politica e dell’informazione, nel mondo del lavoro. Una riflessione comune capace di determinare una sempre più riconoscibile svolta nei comportamenti concreti di ciascuno di noi”. 

Una svolta necessaria e non più rinviabile per quegli uomini che nel patriarcato non vedono solo privilegi, ma anche una gabbia.

Come spiega il filosofo femminista Lorenzo Gasparrini nel suo libro “Perché il femminismo serve anche agli uomini” (Eris Edizioni, 2020) “il principale inganno che crea il sistema patriarcale nei pensieri e nei gesti degli uomini è l’illusione della loro libertà, l’idea che il mondo sia a loro disposizione per realizzare i loro desideri, la convinzione di non essere toccati da costrizioni e imposizioni legate al loro genere”.

“Questa illusione”, prosegue Gasparrini, “poggia su solide basi: i condizionamenti che fondano la ‘normale’ maschilità, la ‘naturale’ identità maschile. Condizionamenti facilmente riassumibili in quei caratteri stereotipati tipici del maschio alpha: essere sicuri di sé, mostrare di non avere paura di nessuno né del giudizio degli altri; avere spirito combattivo, non arrendersi né lasciarsi andare, mantenere la parola; incarnare una forma di autorità, di potere o di talento”.

Questi stereotipi, assimilati fin da piccoli, diventano insegnamenti tossici. Uno dei più invalidanti è che “i bambini, i ragazzi e poi gli uomini non piangono, non manifestano emozioni”.

Il privilegio sociale che hanno gli uomini etero rispetto a ogni altro sesso ha quindi un costo non indifferente. Riconoscere che il patriarcato – un sistema di potere che ancora oggi premia soprattutto uomini etero e bianchi – impone e promuove un’idea impoverente di maschilità, se non addirittura castrante quando nega agli uomini un ampio spettro di emozioni (dalla tristezza alla paura), può rappresentare un momento trasformativo.

Riprendendo il titolo dell’agile libro di Gasparrini, il femminismo serve anche agli uomini perché “i femminismi sono pratiche di libertà create da donne che (…) raccontano, descrivono, analizzano e smontano meccanismi oppressivi sociali in atto su tutte e su tutti”.

Ed è proprio la consapevolezza che il patriarcato agisce su tutti e tutte, seppure in maniera diversa, all’origine del lavoro di critica dei modelli maschili imperanti che alcuni uomini stanno portando avanti da tempo.

Maschile Plurale in realtà è un percorso che comincia a metà degli anni Ottanta”, spiega a Valigia Blu Stefano Ciccone, uno dei fondatori dell’associazione. Nasce come rete di gruppi informali che non si conoscono tra loro e si incontreranno soltanto 15 anni dopo. Ognuno nato in una dimensione diversa, chi nel movimento per la pace, chi in quello cattolico/cristiano per il cambiamento della Chiesa. Ci sono storie diverse, alcune più politiche, altre più personali o spirituali”.

Nel mio caso – prosegue Ciccone – è iniziato tutto dentro il movimento per la pace, un’esperienza di critica a quello che potremmo chiamare il machismo nella politica, la logica dell’appartenenza, del modello del guerriero, dello scontro”. 

Una messa in discussione dei modelli di gerarchia, virilità ostentata, appartenenza e delega al gruppo della propria identità. Modelli ai quali lui e tanti uomini di Maschile Plurale sono consapevoli di appartenere: “Il mio e quello di molti altri non è stato il percorso di chi era escluso dalla ‘mascolinità egemonica’ come la chiama la sociologa australiana Raewyn Connell, ma anzi di chi stava comodamente dentro quel modello”. 

Questo è stato il punto di partenza di molte riflessioni all’interno della rete. Si è da subito rivelato fondamentale ragionare su come corrispondere alla norma dia un potere “che chiede però in cambio la rinuncia all’autenticità delle proprie relazioni, del rapporto con se stessi, col proprio corpo, con le emozioni, con le donne e con gli altri uomini”.

Da questa consapevolezza scaturiscono due concetti che vanno tenuti insieme: riconoscere di essere parte di una dinamica di potere, assumendosene la responsabilità, e “non avere un approccio solo volontaristico, ma cercare in questo processo di cambiamento anche un beneficio per gli uomini”, altrimenti, sottolinea Ciccone, “c’è o il vittimismo maschile o la presunzione di estraneità al sistema di dominio”.

Il primo testo pubblico del 1985, scritto da Ciccone e Renato Sebastiani (ndr, ai tempi l’associazione Maschile Plurale non era ancora nata) diceva proprio che “non lo facciamo né per buona volontà né per un’adesione tutta ideologica, ma perché ne sentiamo profondamente il bisogno”.

Ed è proprio attraverso la pratica dell’autocoscienza che anche gli uomini possono soddisfare questo bisogno, dando voce ai “vissuti che sfuggono alle costruzioni teoriche e al discorso politico tradizionalmente inteso, o che restano ‘impresentabili’”, come spiega in un articolo su Il Riformista Lea Melandri, importante figura del femminismo italiano.

Il lavoro dei gruppi che fanno parte di questa rete si basa su questa consolidata pratica femminista. Negli spazi di condivisione si affrontano varie questioni: dalla paternità al rapporto con le donne e tra uomini, fino alla sessualità e all’affettività. L’emergenza sanitaria ha reso problematica, nell’ultimo anno e mezzo, la possibilità di incontrarsi in presenza.

Per molti si è passato all’incontro online e questo paradossalmente, per altri versi, ha favorito la partecipazione delle persone che si trovavano in una città dove non c’era un gruppo”, dice Ciccone. “Penso proprio a persone concrete: uno a Genova, uno a Senigallia e uno a Perugia. Se avessimo avuto solo la modalità in presenza non avrebbero mai potuto partecipare a questo percorso”.

Le riunioni virtuali dei gruppi, a partire da quello romano, mantengono anche nell’ambito delle videoconferenze online le stesse semplici regole di quando ci si incontrava fisicamente: non si interrompe né giudica chi parla. 

Tra le persone che in questo periodo così travagliato per tutti e tutte hanno avuto l’opportunità di unirsi a Maschile in gioco (questo è il nome del gruppo romano) ci sono Massimiliano di Genova e Marco di Senigallia. 

Massimiliano, 47 anni, ha scoperto “per caso” l’esistenza di Maschile Plurale verso la fine dello scorso anno. “Vengo dalla fine di una relazione sentimentale lunga e alla fine travagliata che mi ha fatto porre molte domande”, spiega. “Una di queste riguardava l’esistenza di una questione culturale che andasse oltre la crisi personale che stavo vivendo”. Ma la vera “energia di attivazione”, come la chiama lui, è stata una molestia subita sul posto di lavoro da parte di un uomo. “Aver avuto la possibilità di reagire senza temere conseguenze mi ha fatto riflettere”. L’approdo di questo percorso di messa in discussione, per ora, sono stati gli incontri online di Maschile in gioco, ma l’obiettivo di Massimiliano rimane quello di creare nella sua città uno spazio dove potersi incontrare e confrontare con altri uomini.

Marco, 55 anni, negli ultimi anni si è occupato di progetti per le donne vittime di violenza di genere. Coordina diverse comunità, tra queste delle case rifugio gestite direttamente da colleghe donne, ed è consapevole che “la risposta delle istituzioni spesso è una non risposta che finisce con il veicolare anche quei valori patriarcali che hanno generato il problema” che colpisce le persone di cui si occupa. Oltre alle motivazioni professionali per Marco c’è anche il tema della paternità: “Ho una figlia di 12 anni e non mi piace l’idea che crescendo debba misurarsi con una società che vuole le donne dolci, accoglienti, remissive e in una posizione di subalternità”. “Certo”, aggiunge, “dovrà affrontare lei queste sfide, ma vorrei darle degli spunti di riflessione, spero anche grazie al lavoro di cambiamento su me stesso che sto facendo con questo gruppo di condivisione”.

Filippo, 39 anni, invece è di Roma. Maestro di scuola dell’infanzia e padre di due gemelli di 3 anni, ha scoperto Maschile Plurale tramite un’amica attiva in varie associazioni. “Ho apprezzato il cambio di prospettiva offerto da un convegno online di Maschile Plurale tenutosi lo scorso novembre”, ricorda Filippo. “Ho trovato molto interessante ripensare un certo tipo di esperienza maschile – quella più comune e diffusa – come qualcosa di impoverente anche per gli uomini”. Anche lui non aveva sentito parlare di gruppi di autocoscienza maschile. “Il confronto è sempre stato solo con donne: colleghe, amiche e compagne”, spiega. È inoltre convinto che “essendo (noi uomini) poco abituati ad un confronto così intimo, forse la distanza finisce con l’agevolarci”. Il fatto che questo modo di rapportarsi gli uni con gli altri non sia né una terapia né un confronto teorico-politico rappresenta un momento prezioso per gli uomini che partecipano alle riunioni. “Per me funziona, mi sta proprio cambiando la vita”, afferma Filippo. “La ricchezza di questo gruppo è avere l’opportunità di interrogarsi su cosa voglia dire essere uomini. È sicuramente importante aprirsi all’esterno, ma prima di farlo mi interesserebbe costruire relazioni con i gruppi di Maschile Plurale presenti nelle altre regioni e magari provare a immaginare un seminario sugli argomenti che abbiamo trattato in questi mesi”.

In questi anni l’identikit dell’uomo che si mette in discussione è molto cambiato, come racconta a Valigia Blu il filosofo femminista e scrittore Lorenzo Gasparrini che, una decina d’anni fa, ha frequentato per un periodo il gruppo romano di Maschile Plurale.

Ai tempi avevo già iniziato a scrivere su un blog perché volevo esprimere certi miei convincimenti. Le reazioni erano state positive però volevo anche conoscere, vedere in faccia un po’ di gente e capire come si potessero organizzare delle cose. Incontrarsi è stato molto naturale e i discorsi affrontati fin da subito molteplici“, ricorda Gasparrini.

“Avevo già studiato molto e incontrato donne provenienti da diversi femminismi. Nel gruppo di Maschile Plurale trovai una conoscenza limitata di queste realtà, più che altro tra gli uomini più grandi. Questo creò attriti e perplessità, legate soprattutto alla differenza generazionale. La resistenza nei confronti di tanti femminismi non mi fece una buona impressione e, di fronte a un certo immobilismo, decisi di provare a fare qualcos’altro”. Ho creato quindi un piccolo gruppo (Gentlemen’s Club) che è andato avanti per alcuni anni: eravamo decisamente più giovani, con maschilità molto diverse. Ci siamo anche aperti al confronto con le donne ed è stata una bellissima esperienza. Com’è naturale che sia in questi casi, c’è stata qualche partenza e al momento ci siamo un po’ dispersi, ma rimaniamo sempre in contatto”.

Le persone più giovani interessate a questi temi si sentono molto più libere di spaziare tra esperienze diverse e prendere le cose che ritengono migliori dai vari femminismi.

In questi anni”, aggiunge il filosofo, “ho visto un calo dell’età media, altri tipi di mascolinità, non più solo cis ed etero, e la volontà di fare delle cose sul territorio. Un bisogno di visibilità più grande dal punto di vista politico, soprattutto per combattere il tabù, secondo me ancora molto forte, della presa di posizione pubblica adottando la giusta modalità”. 

I temi affrontati da realtà come Maschile Plurale e Gentlemen’s Club si ramificano spesso in altri settori vicini a questioni di sesso, relazioni, rapporti con se stessi e con altri e altre.

Sono in molti casi dei territori inesplorati e per questo motivo c’è bisogno della competenza di figure professionali, dall’andrologo al sessuologo o alla sessuologa”. Ma c’è anche la necessità di confrontarsi tra uomini, ribadisce Gasparrini: “‘A me è successo questo, a te è successa questa cosa’. Ed è una mancanza che purtroppo si nota, soprattutto quando molti uomini pensano di avere problemi insolubili o insormontabili mentre invece, se solo ne parlassero, sarebbero molto più facili da affrontare”.

Ma dopo il confronto sui risvolti più intimi delle relazioni rimane lo scoglio della presa di parola in pubblico. Una vera e propria barriera che segna una differenza sostanziale tra i femminismi e le esperienze di riflessione portate avanti dagli uomini.

Anche per questa ragione Gasparrini ritiene fondamentale l’elaborazione del concetto di alleato politico. Un ruolo ancora oscuro per molti uomini, come testimoniano alcuni episodi spiacevoli: dall’uomo che vuole mettersi alla testa della manifestazione femminista a quello che prende la parola “al posto di”, ergendosi a difensore delle donne.

Un tema, quello della presa di parola, presente e dibattuto da tempo dentro Maschile Plurale, come si comprende leggendo “Essere maschi. Tra potere e libertà” di Stefano Ciccone (Rosenberg & Sellier, 2009):

La rete dei gruppi maschili ha lungamente discusso dell’opportunità o meno di costruire un’iniziativa pubblica, vedendo in questa operazione molti rischi di ricaduta in forme tradizionali di ricorso a teorizzazioni astratte, di pulsioni al proselitismo, di esposizione narcisistica in situazioni che, alla comunicazione orizzontale, sostituiscono la divisione in ruoli tra oratori e pubblico”. 

Molti dei partecipanti alla rete dei gruppi maschili hanno preferito limitare la propria esperienza al confronto nel piccolo gruppo, eppure negli ultimi quindici anni la nostra esposizione pubblica è cresciuta in modo significativo: spesso proponendo lezioni nelle scuole, contributi formativi per operatori e operatrici dei servizi o delle forze di polizia, oppure intervenendo in seminari di organizzazioni politiche. È cresciuta meno la nostra capacità di assumere iniziativa pubblica e autonoma”.

Ma le cose dal 2009 ad oggi sono cambiate, come ci tiene a precisare Ciccone: Trent’anni fa avrei detto che l’uomo della nostra rete era una persona di sinistra, eterosessuale, acculturata, magari con una compagna femminista, che aveva intrapreso un cammino partendo dall’assunzione di responsabilità, o forse anche un po’ dal senso di colpa, e poi invece aveva iniziato a riflettere su di sé. Negli ultimi anni invece sono entrate persone più giovani, omosessuali, con storie politiche e personali molto diverse. Queste differenze a volte producono delle incertezze, ma anche una ricchezza perché oggi Maschile Plurale non è più riducibile a un identikit”. 

La peculiarità di quest’esperienza, al netto di contraddizioni fisiologiche e difficoltà oggettive, è quella di non essere solo una rete di uomini che condividono, solidarizzano, sostengono le battaglie del movimento femminista e di quello LGBTQI+, ma un percorso che prova a definire una soggettività politica critica maschile in conflitto con il patriarcato.

Immagine in anteprima: foto di Adil Mauro

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/uomini-patriarcato-maschile-plurale/ – per l’indicazione esatta dell’autore fare riferimento a questo link che contiene il post originale.

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