La svolta cinese e l’ipotesi giapponese

La Cina sta cambiando parametri o forse li sta recuperando in senso socialista: stop allo strapotere dei colossi privati di internet, limiti al gaming, migliori condizioni per i rider, lotta alle diseguaglianze.

Primo tempo

Ancora nei primi decenni dell’Ottocento il Giappone era sostanzialmente chiuso al commercio con l’estero. Ma, dopo alcuni precedenti sui quali non ci soffermiamo, nel luglio del 1853 lo statunitense ammiraglio Matthew Perry si presenta davanti alla baia di Tokyo con una squadra navale. Egli punta i cannoni contro la città, minacciando di bombardarla se il paese non avesse accettato di aprirsi alle merci americane. 

Il Giappone non potè far altro che arrendersi ed accettare il diktat. 

Ma l’avvenimento è uno shock, esso provoca una crisi molto forte del sistema di potere interno del paese asiatico; si assiste ad un cambio radicale di regime con l’ascesa al centro della scena di una nuova classe dirigente costituita dai giovani samurai. Partendo dalla constatazione dell’arretratezza complessiva del paese rispetto all’Occidente, si decide, per rinnovarsi, di copiare quanto di meglio c’era da quella parte del mondo, rinnovando così progressivamente l’organizzazione dello Stato, l’esercito, l’industria, sui modelli tedesco, francese, americano. 

I primi successi del processo di rinnovamento si vedranno nel 1905, con la vittoria della flotta giapponese su quella russa a Tsushima. Tale vittoria fu accolta con entusiasmo in tutti i paesi arretrati; per la prima volta si dimostrava che i bianchi potevano essere sconfitti. Il Giappone viene preso a modello e Tokyo diventa un grande polo di attrazione per gli intellettuali e i politici asiatici. Mao Tse Tung, allora molto giovane, imparerà in seguito delle poesie giapponesi, il poeta Tagore porta il giorno dopo gli allievi della sua classe in gita, esultano Gandhi sempre in India e Ataturk in Turchia, si pongono delle basi del movimento antimperialista e anche di quello dell’integralismo musulmano.  

Il rinnovamento e la modernizzazione proseguono sino a che i giapponesi, sentendosi ormai sufficientemente forti, prima invadono Cina e Corea (la Cina ricorda proprio in questi giorni il 90° anniversario dall’inizio dell’invasione), poi entrano in guerra con gli Stati Uniti e attaccano la base di Pearl Harbour.

Secondo tempo  

-Una ricostruzione ipotetica della svolta cinese

L’epoca maoista aveva certamente portato dei grandi progressi in Cina anche sul fronte economico, ma anche dei grandi problemi. Quando Deng Xiao Ping lancia il suo programma di rinnovamento, che avrebbe portato in pochi decenni la Cina ai vertici dell’economia, dei commerci, delle tecnologie mondiali, aveva probabilmente chiaro che se si voleva modernizzare il paese si doveva passare sotto delle forche caudine. 

Appariva abbastanza evidente che nel trasformare la Cina in una grande potenza economica ci si sarebbe inevitabilmente scontrati con gli Stati Uniti, che non avrebbero tollerato che un paese comunista si modernizzasse oltre una certa soglia. Ecco allora che il paese si mostra come un allievo convinto e diligente dei modelli occidentali che non chiede di meglio che copiare, favorendo tra l’altro le liberalizzazioni, le privatizzazioni e l’apertura dell’economia ai commerci e agli investimenti esteri, vincolati peraltro quest’ultimi alla costituzione di joint-ventures con le imprese locali. Del resto, come a suo tempo in Giappone, l’aiuto tecnologico e organizzativo occidentale sarebbe stato molto utile per accelerare lo sviluppo.  

Si aderisce alle principali istituzioni economiche internazionali, dove si acquista lo strapuntino destinato al paese, diventando allievi obbedienti del Washington Consensus; questo permette alla Cina di essere inserita nell’organizzazione mondiale per il commercio e di non essere disturbata nei suoi programmi di modernizzazione. Ricordiamo infine l’integrazione con il mercato finanziario statunitense; tra il 2014 ed oggi ci sono state 769 quotazioni di società cinesi negli Stati Uniti (Penati, 2021).

La strategia cinese trova una controprova della sua correttezza nel fatto che, ad un certo punto, di nuovo i giapponesi con i loro progressi economici sembrano insidiare il primato economico tecnologico e finanziario americano ed ecco che il governo Usa interviene e impone loro di rivalutare fortemente la moneta, di cedere delle tecnologie agli Usa e nella sostanza di bloccare la rincorsa. Da allora il paese non si è più sostanzialmente ripreso.

Così la Cina ottiene di diventare una grande potenza economica, tecnologica e militare; ma quando gli Stati Uniti – inizialmente accecati dal fatto di pensare che un modello comunque per alcuni aspetti diverso dal loro, con la forte presenza di un regime autoritario ed un forte peso dello Stato in economia non poteva funzionare-, si accorgono di quello che sta veramente succedendo, cambiano registro. Ma ormai era forse tardi per arrestare la marcia verso il primato del paese asiatico. La Cina ormai si sente abbastanza forte e sicura, getta la maschera e, ripudiando il precedente modello, avvia la costruzione di uno nuovo. Al contrario dei giapponesi a Pearl Harbour essa non parte peraltro in guerra contro nessuno.

-Cosa sta succedendo in concreto  

I primi passi della trasformazione sono stati all’inizio lenti e poco enfatizzati. Comunque, da qualche anno il settore pubblico dell’economia, prima sacrificato a quello privato, ricomincia a prendere la sua centralità nel paese. Sempre negli ultimi anni i livelli delle diseguaglianze, prima in forte crescita, tendono a flettere, sia pure moderatamente.  Poi viene, tra l’altro, negli anni scorsi, la lotta alla povertà, un forte esperimento sociale che sembra aver incontrato un rilevante successo. E’ degli ultimi mesi l’accelerazione degli interventi e non c’è ormai quasi giorno che non si registri qualche novità. 

Così, prima abbiamo avuto la messa in riga delle grandi imprese internet, poi i vincoli alle imprese che vogliono quotarsi nelle borse straniere e che devono ottenere un’autorizzazione preventiva, ancora il blocco sostanziale delle criptomonete, infine l’avvio della lotta alle diseguaglianze. Sono state limitate le ore che i minori di 14 anni possono passare davanti ai giochi video (tre alla settimana) e davanti a Tik Tok (non più di quaranta minuti al giorno), mentre è stata sospesa nei confronti dei produttori l’autorizzazione a uscire con nuovi giochi. Intanto a Shangai viene abolito l’esame di inglese che gli studenti dovevano passare per entrare al college. Si prospetta ancora una stretta sulle società parallele costituite nei paradisi fiscali. 

La paletta degli interventi appare ormai molto ampia e va in profondità sui singoli temi. Un possibile parola d’ordine che accumuna tutti gli interventi è la “lotta contro l’espansione disordinata del capitale”.

Con le misure di controllo sui grandi gruppi internet e sui paradisi fiscali la Cina realizza in pochi mesi dei risultati importanti in due settori in cui in Occidente si afferma da molto tempo la volontà di intervenire, ma senza che nella sostanza venga poi varato alcun atto concreto di qualche rilevanza.

-Qualche dettaglio  

E vediamo con qualche dettaglio alcuni aspetti del nuovo corso. 

Bisogna intanto considerare che i giganti tecnologici cinesi, a partire da Alibaba e Tencent, hanno dominato per molto tempo il mercato cinese senza freni. Ora, con un mutamento che non è certo superficiale e dopo il blocco alle collocazioni in Borsa di Ant finanziaria, che ha suscitato a suo tempo tanto clamore, si impone alle imprese di cambiare sia il loro comportamento che i loro prodotti, rimodellando nella sostanza l’internet cinese (The Economist, 2021). Le nuove regole danno ai cittadini più diritti contro le società che in qualsiasi altro paese (The Economist, 2021). Comunque esse devono porre fine ad abusi di posizione dominante e a pratiche anticoncorrenziali.

I grandi attori dell’e-commerce si vedono obbligati a separare attività di vendita, attività di credito, intermediazione del credito, valutazione del rischio di credito, prima collocate insieme. Lo Stato entrerà nel capitale di alcune di tali attività. Così Pechino vuole rompere in due Alipay, l’app con più di un miliardo di utenti del gruppo di Alibaba, creando un’app separata per il business dei prestiti. Parallelamente si spinge alla concorrenza tra le varie piattaforme, consentendo ai commercianti di vendere le loro merci contemporaneamente su più di una di esse. Le stesse piattaforme non potranno bloccare più i mezzi di pagamento dei loro concorrenti.

Intanto viene posta molta attenzione al controllo della raccolta dei dati (valutando che il potere monopolistico delle imprese venga da lì). Essi, tra l’altro, non devono uscire dai confini nazionali salvo permesso del governo. 

Ma l’attenzione viene portata più in generale su diversi altri settori, in particolare su quello della sharing economy. Viene colpita pesantemente Didi Chuxing, la maggiore società al mondo in tale campo, mentre si impone un trattamento migliore dei dipendenti, in particolare dei rider; si calcola che nel paese 78 milioni di persone, circa il 10% della popolazione attiva, siano impiegate nel commercio in linea e nelle piattaforme di consegna (Lemaitre, 2021, a).

E’ stato stimato che i nuovi tipi di intervento sopra elencati abbiano fatto perdere circa 1000 miliardi di dollari in Borsa alle imprese dei settori interessati, mentre comunque il governo ha rassicurato sul fatto che la politica di Pechino verso il settore privato non sarebbe cambiata e che esso avrebbe continuato ad essere sostenuto in tutti i modi.

Tra le ultime mosse riportate dalla stampa si possono ricordare i piani per condurre serie indagini verso i personaggi del mondo dello spettacolo, inclusi gli influencer, sospettati di frodi fiscali; coloro che confesseranno l’evasione, riceveranno penalità più ridotte. L’industria dello spettacolo ha creato in effetti negli ultimi anni alcune delle persone più ricche del paese (Liu Zhen, 2021).

-in particolare si affronta il problema delle diseguaglianze

Molto importante appare intanto la volontà di ribilanciare la crescita economica con la distribuzione dei redditi, sulla base dello slogan “prosperità comune”.   

Negli ultimi quaranta anni le diseguaglianze in Cina sono cresciute fortemente; non siamo ai livelli sudamericani, né a quelli Usa o indiani, ma non siamo neanche molto lontani. Deng Tsiao Ping non ha detto la nota frase “arricchirsi è glorioso”, in realtà aveva detto “arricchirsi non è un peccato”, ma ciononostante è indubbio che si è lasciata per molto tempo la briglia sciolta all’accumulazione dei redditi e delle ricchezze, senza grandi misure restrittive (Lemaitre, 2021, b). Ora il tono è cambiato. Si parla di accrescere i redditi dei più poveri e di permettere, più in generale, una distribuzione dei redditi meno sbilanciata. Ripartire la torta in maniera più giusta, non soltanto cercare di renderla più grande, sarà l’obiettivo chiave dello sviluppo economico e sociale dei prossimi anni.

Il problema ora è come fare. A breve termine intanto si sta seguendo l’indirizzo della filantropia. Le grandi imprese stanno stanziando dei fondi rilevanti da destinare ad attività sociali. Ma presto si tratterà di intervenire a livello di imposizione fiscale e i sistemi di welfare. Si comincia a parlare di limitare i salari irragionevoli e di introdurre progressivamente delle tasse sui patrimoni e sull’eredità. Ci saranno comunque delle difficoltà politiche nell’esecuzione di tali politiche, gli interessi costituiti essendo in effetti molto forti.  

Nell’ambito di una più equa distribuzione dei benefici dello sviluppo molta attenzione sarà posta sui servizi pubblici.  

Per decenni è stato un fatto comune in Cina da parte dei genitori mandare i figli in classi di doposcuola private a pagamento, cosa che era vista come un’opportunità per guadagnare un vantaggio sugli altri studenti. Il peso della produzione di una buona scuola era passato così dalle istituzioni pubbliche a quelle private che lavoravano per profitto. Questo creava evidentemente delle diseguaglianze. Nel 2019 si trattava di 325 milioni di studenti tra i cinque e i sedici anni (Wang Mingjie, 2021). Ora il governo incoraggia le scuole ad aumentare le attività post-scolastiche gratuite o a costo molto basso per le famiglie, tarpando le ali alle istituzioni private che non avranno la configurazione di fondazioni senza scopo di lucro. Si configura una scuola migliore e più egualitaria.  

Conclusioni

Qualcuno ha suggerito che tutte le mosse recenti sopra elencate siano i primi segni di un nuovo sommovimento sociale come quello della grande rivoluzione proletaria di Mao del 1966 (Mitchell, 2021); certo, dei grandi cambiamenti sono in corso nel paese, ma apparentemente Xi non chiede di bombardare il quartier generale o di rovesciare il governo e non vuole certo scatenare l’anarchia.

Di cosa si tratta allora? Semplicemente della presa in mano da parte del partito su di una società che rischiava di sfuggirgli di mano, o forse del tentativo di aumentare comunque il controllo del partito sul paese? O viene avanti di nuovo un vecchio fantasma, quello del capitalismo di Stato? 

Secondo noi in realtà la Cina si sente ormai abbastanza forte per rivelare il suo vero obiettivo di fondo che è quello della volontà di farla finita con il modello di capitalismo occidentale, che sino a ieri era in qualche modo obbligata a seguire. 

Forse, per altro verso, nell’ambito di tale obiettivo di fondo, non c’è un’idea del tutto precisa di dove si vuole arrivare; come ha scritto qualcuno, i cinesi sono rimasti gli unici attori laici e pragmatici del mondo, di fronte in particolare ad un Occidente che, con slancio fideistico ed arrogante, pretende che il suo modello economico e politico abbia valore universale, nonché ai vari integralismi presenti in giro. 

Ci si inoltra in ogni caso su di un terreno accidentato e sconosciuto e che può portare in varie direzioni; in ogni caso si apre anche in maniera netta un’opzione socialista, quel socialismo con caratteristiche cinesi di cui i responsabili del paese asiatico parlano da tempo suscitando le ironie occidentali.

Ma solo i fatti dei prossimi anni chiariranno meglio la questione. Pensiamo in effetti che comunque in un futuro prossimo assisteremo a diverse altre novità.

Testi citati nell’articolo

-Lemaitre F., Pékin resserre son étau sur les géants de la tech, Le Monde, 15 settembre 2021, a

-Lemaitre F., « prospérité commune », le virage del la Chine, Le Monde, 1 settembre 2021, b  

-Liu Zhen, China plans tax crackdown on richest entertainers…, www.scmp.com, 19 settembre 2021

-Mitchell T., The chinese control revolution : the Maoist echoes of Xi’s power play, www.ft.com, 6 settembre 2021

-Penati A., Meglio il dirigismo: perché la Cina…, Domani, 16 settembre 2016

The Economist, Codified crackdown, 11 settembre 2021

-Wang Mingjie, China’s tutoring bans can change « focus from profits » to pupils, www.chinadaily.com, 20 agosto 2021

Fonte: Sbilanciamoci.info – https://sbilanciamoci.info/la-svolta-cinese-e-lipotesi-giapponese/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=la-svolta-cinese-e-lipotesi-giapponese

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