Il Capitale e la storia russa. Un estratto dal nuovo libro di Paolo Favilli
Il Capitale e la storia russa. Un estratto dal nuovo libro di Paolo Favilli

Segnaliamo l’uscita il 24 settembre dell’ultimo libro dello storico Paolo Favilli, A proposito de Il capitale (Franco Angeli), un lavoro che prova a delineare un itinerario conoscitivo dentro il complesso di relazioni tra “Il capitale” di Karl Marx e i processi storici reali dell’età contemporanea tramite continui rimandi fra presente e passato. Con il permesso dell’autore, che ringraziamo, vi proponiamo un ampio estratto. 

Il CAPITALE E LA STORIA RUSSA

1. Voi non ignorate che il vostro “Capitale” gode di grande popolarità in Russia. Malgrado il sequestro dell’edizione, le poche copie rimaste vengono lette e rilette dalla massa delle persone più o meno istruite nel nostro paese; vi sono uomini seri che le studiano75

Questo che vi ho appena letto è l’incipit di una lettera che Vera Zasulič, una giovane populista appartenente alla corrente di Zemlja i Volja (Terra e libertà), scrive nel gennaio 1881 a Karl Marx. Sulla lettera e sulla risposta di Marx avremo modo di ritornare tra poco, intanto proviamo a riflettere sui modi della ricezione russa de Il capitale, su alcuni lineamenti del percorso del marxismo nel suo rapporto tanto conoscitivo che politico con la complessa stratigrafia della storia russa e della storia russo-sovietica. Aspetti che si riflettono, e non poco, anche sulla storia dei comunismi nati dall’Ottobre sovietico.

Vi prego di richiamare alla memoria quanto vi ho ricordato all’inizio del Corso a proposito di una studentessa la quale, durante l’esame di Storia contemporanea, ha affermato che Marx era russo. Non mi sono scandalizzato per una risposta così paradossale. Non mi sono scandalizzato per due motivi: il primo riguarda la lunga esperienza professionale di insegnante; chiunque l’abbia condivisa si è sentito dire moltissime bestialità. Il secondo, di qualche interesse nella logica della nostra lezione, perché quella risposta paradossale è un po’ lo specchio del paradosso di una transizione del «marxismo» da complesso di costruzioni teoriche e politiche a Stato marxista. La nascita, lo sviluppo, la fine di quello che è stato chiamato «esperimento profano»76, sono un laboratorio fondamentale per mettere meglio a fuoco il «marxismo» come oggetto di storia. Infatti, proprio nell’esperienza sovietica, le tensioni nel sistema di relazioni tra le componenti di quel composto disomogeneo, altamente instabile, che chiamiamo «marxismo», hanno raggiunto il massimo della divaricazione. Cominciamo, intanto, con un breve viaggio in luoghi particolarmente significativi della grande letteratura russa e russo-sovietica. La Zasulič ha indicato tra le persone che leggono e rileggono Il capitale anche quelle «meno istruite». Lev Tolstoj in Resurrezione, romanzo del 1899, fa tratteggiare al principe Nechljudov, durante il viaggio di quest’ultimo agli inferi della deportazione in Siberia, l’immagine dell’operaio rivoluzionario marxista russo alla fine degli anni Ottanta, in questi termini:

Asceta per consuetudine, gli bastava pochissimo per vivere e come ogni uomo fisicamente ben sviluppato e avvezzo dall’infanzia alla fatica, era capace di compiere con facilità e destrezza qualsiasi lavoro fisico, ma più di ogni altra cosa apprezzava le ore di ozio in carcere e durante le tappe, in cui poteva continuare a studiare. In quei giorni stava leggendo il primo volume di Marx e conservava quel libro nella sua bisaccia con grande cura, come un preziosissimo cimelio. Kondratjev, così si chiama l’operaio, aveva avuto da sempre «la confusa sensazione di patire un torto», ma solo quando una «celebre rivoluzionaria» intellettuale, entrata nella sua fabbrica come operaia, gli aveva fornito gli strumenti per rendersi ragione della sua condizione, aveva sviluppato un’incontenibile passione per lo studio: «egli credeva che come l’istruzione gli aveva rivelato l’ingiustizia del suo stato, essa avrebbe anche riparato a questa ingiustizia». Doveva trattarsi, comunque, di un operaio eccezionalmente dotato se «in due anni imparò l’algebra, la geometria, la storia, per cui aveva una particolare predilezione, e oltre alla letteratura socialista lesse anche tutta quella amena e critica»77.

Nell’ideal-tipo tracciato da Tolstoj appaiono quasi tutti i momenti attraverso i quali si pensava maturasse il percorso che univa la collocazione sociale alla consapevolezza e di quella stessa collocazione e delle logiche di sviluppo che ne derivavano per gli assetti economico-sociali complessivi: l’iniziale e confuso “senso” di classe, l’incontro con una teoria che proviene dall’esterno ma che, per farsi carne e sangue del proletariato, deve misurarsi concretamente con le sue condizioni, la folgorazione insieme ingenua e consapevole sui poteri della cultura, le fatiche e le gioie di un’ascesa che non è solo intellettuale, un rapporto con il testo mediato contemporaneamente da ragione e sacertà. Di fronte a un tale testo l’operaio avrebbe potuto rivolgere al suo autore le stesse parole che l’oscuro correttore di bozze Nathanaël rivolge al grande filosofo del suo secolo:

Credo che voi siate riuscito a raggiungere e a collegare tra loro le cose, e con questo intendo anche gli oggetti, le nozioni degli uomini, servendovi di parole più acute e più forti di quel che sono le cose. E quando le parole non erano sufficienti, servendovi di cifre, lettere e segni, come cavi d’acciaio…78.

Parole, cifre, lettere, segni, come cavi d’acciaio tesi a formare la struttura di una costruzione concettuale solidissima, capace di dare ordine al caos delle cose, garanzia della corrispondenza tra scienza e giustizia, tra aspirazioni a un futuro migliore e certezza di quello stesso futuro: così cominciò progressivamente ad apparire quel testo al comune sentire di tutti quei proletari nelle cui vite il socialismo veniva riempiendo i vuoti delle cesure violente con le speranze della rinascita. Il marxismo, dunque, come scienza necessaria, propedeutica all’emancipazione dei subalterni russi tramite sforzo di autoemancipazione. Vediamo l’andamento successivo di questo itinerario così come viene delineato in due opere di altissimo livello nell’ambito della letteratura sovietica: Il dottor Zivago e Vita e destino. Opere di autori, Boris Pasternak e Vasilij Grossman, sovietici e insieme critici di aspetti fondamentali dell’ «esperimento profano». Opere in cui il marxismo non poteva non apparire come il riferimento necessario di pensieri e di azioni.

Il sole tramontò E all’improvviso di luce elettrica sfolgorò la «Potëmkin»79.

Ecco il marxismo-metafora del 1905. Ecco il marxismo fulmine-illuminante. Il marxismo nell’atmosfera poetica e culturale di Aleksandr Blok, uno dei più grandi poeti russi, punto di riferimenti essenziale per la letteratura di inizio secolo. «Con Blok» dice Pasternak «io e una parte dei miei coetanei trascorremmo la giovinezza»80:

Blok aspettava questa tempesta e lo sconvolgimento i loro tratti infuocati, con paura e insieme sete di una soluzione…81

Ne Il dottor Zivago questo «fuoco […], penetrazione, visione personale del mondo» trova la sua traduzione in prosa, tramite il ricordo di Pavel Antipov, un giovanissimo nella rivoluzione del 1905, divenuto poi Strel’nikov, comandante militare rosso nella guerra civile iniziata nel «grande e terribile anno 1918 dalla nascita di Cristo»82.

Scoppiavano rivoluzioni, giovani pieni d’abnegazione salivano sulle barricate. Gli scrittori cercavano in ogni modo di sferzare l’animalesca sfacciataggine del denaro ed elevare e difendere l’umana dignità dei poveri. E venne il marxismo, che vide dov’era la radice del male, dov’era il mezzo per guarirlo, e diventò la forza motrice del secolo. E ancora:

[…] tutto il movimento operaio del mondo, tutto il marxismo nei parlamenti e nelle università d’Europa, tutto il nuovo sistema di idee, la novità e rapidità delle deduzioni, l’ironia, tutta la conseguente spietatezza elaborata in nome della pietà, tutto questo assorbì in sé ed espresse per tutti Lenin, che, come la personificazione della vendetta, si scagliò contro il vecchio sistema. Insieme a lui si levò l’anima immensa della Russia, che a un tratto sotto gli occhi di tutto il mondo, si accese come una candela votiva per tutta la miseria e le sofferenze dell’umanità83.

Poi, però, la coniugazione tra questo modo di intendere il marxismo e la rivoluzione, modo di cui il 190584 è, per Pasternak, il paradigma, si trasforma:

Quello che era stato concepito in modo nobile e alto, è diventato rozza materia. […] Se pensi all’espressione di Blok: «Noi, i figli degli anni terribili della Russia», vedrai subito la differenza delle epoche. Quando Blok diceva questo, bisognava intenderlo in senso metaforico, figurato. […] I terrori non erano terribili, ma provvidenziali, apocalittici, il che è un’altra cosa. Ma adesso tutto quello che era metaforico è diventato letterale: […] i terrori sono terribili, ecco la differenza85.

A quarant’anni dal 1905, a quasi trenta dall’Ottobre, ragionano in questi termini Misha Gordon e Nika Dudorov, amici dell’ormai scomparso Jurij Zivago, giovanissimi partecipanti, come Antipov/Strel’nikov, alle giornate del 1905. Il marxismo era diventato arido catechismo dei manuali scolastici, mutevole ideologia sempre a sostegno delle svolte politiche anche le più contraddittorie, giustificazione ultima di «un’ipocrisia costante eretta a sistema»86. Il marxismo aveva preso il fucile, come il soldato rosso Tarasjuk che durante la guerra «imperialista» aveva constatato quanto le armi fossero una forza.

È voluto diventare anche lui una forza. Un uomo armato non è più soltanto un uomo. […] Prova un po’ a togliergli il fucile, adesso. Ed ecco che proprio al momento giusto arriva l’appello: «Rivolgete la baionetta dall’altra parte» […]. Ecco tutta la storia e tutto il marxismo. E del più autentico, che nasce dalla vita stessa87.

Forza per la vittoria, dunque, è la «materia rozza» dell’«autentico» marxismo. Forza e pietra di paragone per giudicare la correttezza dei pensieri e delle azioni.

Vasilij Grossman in Vita e destino dà particolare rilievo ad ambedue questi aspetti, mettendo in scena il seguente dialogo tra Getmanov (commissario politico di corpo d’armata), Novikov (comandante del corpo d’armata carristi), Neudobnov (capo di Stato maggiore di Novikov). Sta per partire il grande movimento a tenaglia che chiuderà Paulus nella sacca di Stalingrado e la discussione verte sulla scelta di un nuovo comandante per una brigata corazzata.

«Per il momento potremmo affidarla al maggiore Basangov, la brigata» disse Novikov. «È in gamba, era già sui carri armati ai tempi di Novograd-Volynsk. Il commissario ha qualche obiezione?» «Nessuna, è ovvio,» disse Getmanov «che obiezioni potrei mai avere?… Tuttavia, ho una mia opinione in merito. Il vicecomandante della II brigata è un tenente colonnello armeno che, dunque, avrà come capo di Stato maggiore il calmucco Basangov. Aggiungerei che a capo della III brigata c’è uno che si chiama Lifsitz… Eviterei almeno il calmucco, non credete?». Guardò prima Novikov poi Neudobnov. «Il cuore e il buon senso le danno ragione, ma il marxismo ci insegna ad affrontare l’argomento in maniera diversa» dichiarò Neudobnov «L’essenziale è come il compagno in questione combatterà i tedeschi. È questo, il mio marxismo» sbottò Novikov88.

Di fronte alla evocazione del marxismo come supremo giudice per dirimere la questione, il nazionalismo russo del commissario politico, un nazionalismo che difficilmente avrebbe potuto trovare la strada per avere la comprensione di quel tipo di giudice, si vede costretto a fare marcia indietro.

Se noi, però, pensiamo i problemi della storia del marxismo mediante l’analisi del «marxismo secondo testi»89, di fronte a un giudice di questo tipo potrebbero reggere i marxismi di Novikov e Neudobnov? E anche tutte le altre forme delineate da un grande scrittore come Pasternak? Nessuna di queste forme di marxismo potrebbe trovare posto in una storia condotta all’insegna del «marxismo secondo testi». Eppure questi marxismi che «nasc[ono] dalla vita stessa», e quindi, per Pasternak «autentici», sono stati assai rilevanti nella «vita collettiva», cioè nella storia. Quanto alla loro «autenticità» è del tutto evidente che si tratta di una figura letteraria che niente ha a che vedere con pratiche di filologia testuale. Le figure letterarie dei grandi scrittori, però, hanno la facoltà di farci cogliere elementi di verità al di là delle narrazioni effettuali. «L’illuminismo russo è diventato la rivoluzione russa»90, scrive Pasternak, nella logica della trasformazione del pensiero nobile in «rozza materia» che, però, «scaturisce dalla vita stessa» o, più esattamente, dal contesto storico in cui quella vita è immersa. E un altro scrittore contrappone le ragioni della «rozza materia», a Karl Marx.

Non c’è nessuna internazionale, ma c’è la rivoluzione popolare russa, rivolta e nient’altro. Secondo il modello di Stenka Razin. – “E Karl Marx?” – domandano. – È tedesco, dico, e dunque scemo, – “E Lenin?” – Lenin, dico, è uno che viene dai mugik […] La terra ai mugik. I mercanti, via! I proprietari terrieri, via! […] Noi siamo per i bolscevichi, per i soviet, che tutto sia alla maniera nostra, alla russa. Si stava sotto i signori, sì, ma ora basta. Alla russa, alla maniera nostra. Facciamo da noi!91 In questi termini, in un romanzo di particolare originalità letteraria uscito nel 1922, l’autore fa parlare un mugik nel 1919, nel pieno della guerra civile.

«Energicamente funzionare!» […] Non c’è nulla che non si possa, perché non si può non fare». Ecco cosa sono i bolscevichi. […] Una selezione della soffice e grossolana pasta nazionale russa. […] Questi qui non li turlùpini con la limonata della psicologia: «così s’è deliberato – così sappiamo – così vogliamo – e basta!». Del resto Carlo Marx nessuno di loro l’ha letto92.

In questa letteratura c’è una rappresentazione plastica di un aspetto essenziale di quell’età degli estremi che, come si è detto, è uno dei parametri costitutivi di tutta la nostra lunga età contemporanea. Un altro dei grandi scrittori russo-sovietici, Isaac Babel, testimone e protagonista della rivoluzione del 1917, riesce a comprendere/spiegare estremi, ossimori, eccessi, attraverso uno stile estraneo a ogni eccesso. Secondo illustri slavisti quello del «piccolo ebreo gettato dal destino tra i violenti cosacchi» è uno stile lirico, con labili confini nei confronti di un pathos quasi intimista93, uno stile sostanzialmente «laconico»94. Uno stile, dunque, estraneo a ogni eccesso. Eppure gli eccessi rimangono nelle cose narrate.

Prendiamo uno dei quadri tracciati da Babel: Vita di Matvej Rodionyc Pavlicenko. Il generale rosso Pavlicenko «fu pastore nella tenuta di Lidino, presso il barin Nikitinskij». Il servo Matvej, non più, da non molto, giuridicamente della gleba, sposa la serva Nastja. Dopo un breve periodo di convivenza, un vecchio, altro servo della tenuta, va da lui e l’avverte: «Matvej da poco il padrone ha toccato tua moglie in ogni dove e vedrai che se la prenderà il padrone». Matvej va dal padrone, non per impedire quello che è, comunque, considerato naturale per i figli dei servi della gleba («Le vostre madri, cristiani ortodossi – dice il barin – me le sono godute tutte»), ma per chiedere il compenso del lavoro di pastore e andarsene. Ora può farlo, è formalmente libero. E se ne va senza nemmeno il salario, perché comunque, nella realtà di quella proprietà terriera, un servo aveva quasi sempre accumulato una situazione debitoria nei confronti del padrone. Poi venne «la dolce […] piccola annata del diciotto». Pavlicenko che combatteva contro i «bianchi» a poche leghe dalla tenuta di Lidino vi si reca e incontra Nikitinskij seduto nella sala da tè. Non lo chiama mai per nome, lo appella solo «proprietà terriera». Pavlicenko legge alla «proprietà terriera» una lettera di Lenin:

Presi il registro degli ordini del giorno, lo aprii ad una pagina pulita, anche se sono io stesso analfabeta fino nel fondo dell’anima: “in nome del popolo” leggo, e per creare una futura vita radiosa, ordino a Pavlicenko Matvej Rodionyc di togliere la vita a diversi uomini secondo il suo giudizio… Ecco, dico, ecco la lettera di Lenin per te […] proprietà terriera. […] Non cominciai a sparargli, non dovevo sparargli in nessun modo […] Calpestai il mio barin Nikitinskij. Lo calpestai per un’ora o più di un’ora e nel frattempo conobbi in pieno la vita. Con un colpo di pistola, ve lo dico, ci si può separare da un uomo: un colpo di pistola è per lui una grazia, per te una facilità disgustosa; con un colpo di pistola non si arriva mai all’anima, dove essa è nell’uomo o come si rivela. Ma io, se capita, non mi risparmio, il nemico lo pesto per un’ora o più di un’ora, voglio conoscere la vita com’è fatta dentro di noi…

Quale estremo, quale eccesso espressi in stile «laconico»! Quale spaccato di storia russa, della Russia contadina, cioè della quasi totalità della Russia! Servi della gleba, e servi liberati leggono insieme lettere di Lenin alla «proprietà terriera». Spaccato di storia specificamente russa che trascendeva l’esperienza bolscevica. Le stesse motivazioni di Pavlicenko, l’«odio feroce»95 accumulato in tempi assai lunghi, sono alla base di altri massacri di proprietari terrieri per mano del nazionalismo ucraino antibolscevico, antimarxista, di Symon Petljura.

Che cosa avevano in testa i contadini che odiavano questo pan hetman come un cane idrofobo? […]. Non c’era alcun bisogno di quella poca riforma fatta dai signori, ma era invece necessaria l’eternamente desiderata riforma contadina: –Tutta la terra ai contadini […]. – Non vogliamo più sentire nemmeno la puzza dei padroni96.

E ai proprietari terrieri, signori ufficiali, venivano intagliate le spalline direttamente sulla pelle. Antibolscevichi, antimarxisti, le cui azioni si basavano sulla parola d’ordine, sul programma, che permise ai «rossi» di vincere la guerra civile. Un abisso precipita tutto intero nella guerra civile, nell’atto di nascita del potere sovietico. Un abisso che si ripercuote su tutta la storia dei comunismi, sia pure in maniera molto diversa.

2. In questo contesto gran parte del «marxismo» diventa «marxismo di guerra», diventa un aspetto del «comunismo di guerra». E la stessa lettura de Il capitale è soggetta alle leggi di guerra. La «grande guerra» apre il Novecento: su questo l’accordo degli studiosi è generalizzato; non apre, però, un’altra epoca storica. I lineamenti di fondo del modo di produzione capitalistico (la storia profonda cioè) non cambiano, nonostante l’accelerazione del ritmo di mutamento delle sue forme. Cambia, invece, e piuttosto radicalmente, gran parte dei parametri della vita politica e sociale, della stessa antropologia culturale collettiva. Bisognerebbe interrogarsi sul rapporto tra i «totalitarismi» affermatisi tra le due guerre e il carattere «totale» della grande guerra. Non si tratta solo dei numeri degli uomini gettati nell’immane fornace della guerra, ma della mobilitazione «totale» degli stati, dall’economia a tutti gli aspetti, alti e bassi, relativi alla trasformazione dell’immaginario collettivo e persino alla modificazione di alcuni elementi delle mentalità collettive. D’altra parte, i numeri hanno una consistenza immane, sono fuori da qualsiasi termine di paragone rispetto alle guerre europee dei decenni precedenti. 65 milioni di mobilitati, quasi 9 milioni di caduti militari, 21 milioni di feriti, quasi 8 milioni tra prigionieri e dispersi. È il 1914-1918 a inaugurare l’età dei massacri.

L’esperienza di una guerra così brutale si ripercosse nella sfera politica: se era lecito condurre la guerra senza riguardo per il numero delle vittime e a ogni costo, perché non fare altrettanto anche nella lotta politica? […] I soldati che avevano superato la guerra senza ribellarsi contro di essa trassero dall’esperienza di essere vissuti insieme con coraggio davanti alla morte un sentimento inesprimibile di superiorità selvaggia97.

Il comunismo del Novecento nasce con la rivoluzione russa, e la rivoluzione russa è un evento del tutto interno alla «Grande guerra». Il comunismo del Novecento nasce e conserva per decenni le caratteristiche del «comunismo di guerra». E con «comunismo di guerra» non si deve intendere il periodo 1918-1921, quando furono presi provvedimenti economici eccezionali in una situazione disperata di guerra in atto, ma il contesto della nascita e il clima dominante fino all’altra grande guerra del Novecento: quella dal 1939 al ’45. Poi, dopo un intervallo brevissimo, il «comunismo da guerra fredda».

Il comunismo del Novecento, e il marxismo che ne derivò, dunque, furono tenuti a battesimo da due eventi terribili: la Grande guerra e la guerra civile russa. La prima segna una rottura netta con il modo in cui la cultura socialista aveva sviluppato il sistema di mediazioni tra teoria (filosofica, economica, sociale) e pratica politica. La seconda àncora saldamente, e con il collante di un sangue versato a fiumi e di crudeltà estreme, la nuova fase nata con la «catastrofe» a una storia particolare, quella della Russia. Quel contesto è fondamentale per comprendere la forza d’immagine, le proiezioni simboliche, la formazione di un’antropologia culturale «comunista» e di un marxismo che ne sia il rispecchiamento. La convinzione di Lenin, per cui il marxismo, proprio in quanto scienza, non può essere il prodotto spontaneo della classe operaia, ma deve essere portato dall’esterno al movimento operaio, e cioè dagli intellettuali che possiedono conoscenze scientifiche, divenne la struttura ideologica su cui costruire la teoria del partito-guida. Questa stessa concezione, però, poteva avere pratiche diverse a seconda dei contesti. Ad esempio, nel 1912, quando sulla scia della rivoluzione del 1905 restano aperti alcuni spazi per l’azione legale, Lenin propone una tattica di ricostruzione del partito su base “reticolare” e “fluida”, molto diversa da quanto perseguito da lui stesso nel 1903.

 Commenta un russista sulla base di recenti studi:

Si tratta di una tappa assai poco nota del percorso di Lenin. […] Date queste proposte leniniane, è difficile prevedere quale sarebbe stata l’evoluzione del partito bolscevico senza l’esplosione della guerra: di lì a poco più di un anno, infatti, il bolscevismo (e buona parte del menscevismo) fu ricacciato nella più completa illegalità dall’opposizione al conflitto. […] Un argomento in più per chi considera il bolscevismo versione 1917 un epifenomeno [della Grande guerra]98.

In verità il «bolscevismo» come tale non fu un epifenomeno della Grande guerra, ne fu una sua «forma». Non sappiamo quale «forma» si sarebbe imposta senza la «catastrofe». Quello che fu chiamato «leninismo», prima della codificazione in «marxismo-leninismo», si presentava certamente come una costruzione sistematica di teoria politica della lotta di classe, ma al contempo manteneva aperta una relativamente ampia criteriologia di scelte. Il cuore della sistematica che Lenin definiva «l’anima del marxismo» (del marxismo politico ovviamente) ruotava intorno alla sua concezione di un materialismo storico i cui strumenti erano particolarmente adatti a essere utilizzati per «l’analisi concreta di una situazione concreta». Quest’insieme teorico-pratico doveva essere guida anche del 

[…] modo specifico in cui congiungere propaganda e agitazione, condurre scioperi e dimostrazioni, istituire le alleanze di classe, rafforzare l’organizzazione di partito, affrontare l’autodeterminazione delle nazionalità, interpretare le congiunture interne e internazionali99.

Un insieme teorico-pratico che anche dopo la rivoluzione, per un periodo non brevissimo, non ebbe i caratteri di un blocco monolitico. Per citare i maggiori contributi sotto forma di libri e saggi, ancora per gran parte degli anni Venti, si pensi ai lavori di Trockij, Bucharin, Preobrazenskij, che, proprio a partire dai compiti del tutto inediti che si ponevano al nuovo stato sovietico, si cimentarono con quella problematica in termini originali, rifuggendo da ogni tipo di scolastica tanto dottrinale che politica. D’altra parte, si tratta di un periodo in cui anche sul piano della cultura letteraria e dell’arte sovietica, e dunque anche sul piano delle teorie artistiche e letterarie, assistiamo a un panorama amplissimo di sperimentazioni e contaminazioni. Quando, alla fine degli anni Venti, il combinato tra industrializzazione accelerata e collettivizzazione forzata della terra produrrà di nuovo il clima favorevole al «comunismo di guerra», l’immagine del marxismo russo si fuse con la realtà dell’«energicamente funzionare». E, allora, il marxismo non fu altro «che la dottrina filosofica e politica di Stalin, con la sua crestomazia di citazioni di Lenin, Engels, e Marx (secondo l’ordine di frequenza con cui vengono citati, e l’importanza che attribuisce loro)»100. Il catechismo (tra l’altro variabile a seconda delle circostanze tattiche) dei comunisti. E una lettura non «ortodossa» de Il capitale poteva portare al Gulag o direttamente alla liquidazione fisica.

La scrittura della storia del comunismo (dei comunismi) del Novecento è ancora in una fase iniziale. Non c’è dubbio che nel tempo darà luogo a capitoli storiografici immensi come l’oggetto «Riforma protestante» o l’oggetto «Rivoluzione francese». Nella storia del comunismo (comunismi) sono presenti insieme i momenti peggiori e i momenti migliori della storia umana: Gulag ed emancipazione.

Calogero guardava le fotografie degli incontri di Teheran e di Yalta, Roosevelt, Churchill e Stalin; ma Stalin era diverso, quei due erano senza dubbio grandi uomini, sapevano quel che facevano, ma lo sapevano per oggi; Stalin aveva invece il giuoco in mano per domani, per sempre, il giuoco di Calogero Schirò e del mondo intero; quando Stalin calava una carta, quella era la carta buona per Calogero Schirò e per l’avvenire dell’umanità. Roosevelt e Churchill pensavano alla guerra da vincere, il mondo liberato dalla nera minaccia, le navi dell’Inghilterra e dell’America a far rete di commerci nel mondo; Stalin invece pensava ai salinari di Regalpetra, agli zolfatari di Cianciana, ai contadini del feudo, a tutta la gente che nel lavoro gemeva sangue: e niente sarebbe stato vincere la Germania se uomini di Regalpetra e di Cianciana dovevano continuare a vivere come bestie101.

Stalinismo ed emancipazione all’interno della medesima storia. Stalin era comunista e insieme artefice di un terrore di massa. La sorte dei contadini e degli zolfatari di Regalpetra non aveva alcun peso nella visione strategica di Stalin per il dopoguerra. I contadini comunisti del meridione italiano, però, occupavano il feudo, anche con la forza che proveniva dalle vittorie di Stalin, e nel farlo scrivevano un pezzo di storia dell’emancipazione umana. Non è possibile espungere Stalin da questa storia, ma è necessario comprendere i nessi che hanno legato il comunismo di Stalin, il comunismo che viene dall’abisso delineato da Babel, al comunismo della liberazione dell’uomo.

La storiografia sui comunismi, la storiografia sulle grandi rivoluzioni dell’età contemporanea, la storiografia sugli «estremi» e sugli «eccessi», non ha nulla da imparare dal marchio letterario, espresso in maniera concisa, essenziale, breve, dal piccolo ebreo, soldato rosso dell’armata a cavallo di Budionny? Dal grande scrittore, fucilato nel 1940 per ordine di Stalin, secondo la stessa lettura di Pavlicenko della lettera di Lenin.

3. […] dal 1842 le insurrezioni dei servi contro i proprietari terrieri e i loro amministratori sono diventate endemiche; […] qualcosa come sessanta nobili, secondo le statistiche ufficiali del ministero degli interni, vengono assassinati dai contadini ogni anno… Se insorgono, avremo il 1793 della Russia: il regno del terrore di questi servi semiasiatici sarà qualcosa che non avrà pari nella storia102.

L’avevano ben compreso i protagonisti della grande stagione ottocentesca della letteratura russa, i Tolstoj, i Turgenev, i Čechov: senza una redistribuzione della terra nel mondo contadino, nel futuro prossimo della Russia ci sarebbe stata, su scala enormemente più vasta, la ripetizione delle rivolte contadine di Stenka Razin e di Emel’jan Pugaciov. Una condizione, quella dei servi della gleba russi, in cui è il lato animale dell’uomo a prevalere su quello umano. Nel contesto della servitù della gleba il lato animale è coerente con la condizione del contadino. Al filantropo, che vuol sottrarvelo tramite scuole e ospedali da istituirsi nelle comunità servili, un appartenente all’alta nobiltà russa, peraltro personalmente generoso e liberale, risponde:

Tu vuoi sottrarlo [il contadino] alla sua condizione animale e dargli dei bisogni morali. Ma a me sembra che [per lui] l’unica felicità possibile sia la felicità animale, e proprio di questa tu lo vuoi privare. […] Tu vuoi farlo diventare come me, ma senza dargli […] i miei mezzi103.

In quello stesso contesto, animali e servi si possono scambiare sul mercato, e certi animali hanno maggior valore di scambio rispetto ai servi. Il nobile proprietario terriero Ilagin, durante una partita di caccia, accarezza con lo sguardo la sua «piccola cagna di razza, dal mantello bianco-arancio, stretta ma con i muscoli d’acciaio […] per la quale un anno prima aveva dato a un vicino tre famiglie di servi domestici»104.

Allora bisogna dare a questi servi «i mezzi» per sviluppare ciò che di «umano è nell’uomo». Nelle potenzialità anticapitalistiche pensabili in una comune rurale autogovernata, Marx mette in rilievo proprio il processo della conquista di gradi progressivamente più alti di umanità, attraverso l’emancipazione dei contadini sia come comunità che come individualità. Le due liberazioni non potevano non essere intimamente legate. Il «nesso rurale», un «ambiente agricolo [che] ebbe tutte le caratteristiche di un sistema sociale distinto, completamente separato dalla società»105, è stato elemento centrale della storia russa e della riflessione marxiana su quella storia. Una riflessione cominciata già alla fine degli anni Cinquanta.

Sul rapporto tra analisi marxiana e il «nesso rurale» della storia russa si è sviluppata una letteratura ampia e articolata. Non poteva essere altrimenti, perché tale riflessione è momento essenziale tanto della meccanica interna dello sviluppo della teorica marxiana nel suo svolgimento di lungo periodo, quanto delle domande che il momento attuale pone sulla trasformazione in atto dei capitalismi in un mercato mondiale realmente totale. Una letteratura che, in gran parte, sembra utilizzare schemi interpretativi mutuati da espressioni come «l’ultimo Marx» e «l’altro Marx», dove spesso il Marx «ultimo» è «altro», nel senso di essere frutto di una cesura rispetto al Marx «non ultimo». Bisogna dire, però, che gli studiosi che hanno utilizzato le suddette espressioni come titolo dei propri libri sono stati assai più prudenti rispetto a molti di coloro che hanno utilizzato tali titoli come strumenti interpretativi. El último Marx (1863-1882) y la liberacion latino-americana, questo il titolo di un libro di Enrique Dussel uscito nel 1990 a Città del Messico. L’edizione italiana si è limitata semplicemente a L’ultimo Marx106. Un titolo, quello originale, che è di per sé un ossimoro; è impossibile, infatti, definire come «ultima» una fase dell’attività di Marx che ha occupato quasi la metà della sua vita scientifica e politica. Anche Ettore Cinnella, che ha usato l’espressione «un altro Marx» nel titolo di un suo volume107, fa iniziare il rinnovato interesse di Marx per la Russia alla fine degli anni Cinquanta.

Ciò significa che il Marx che studia storia e realtà russa a lui contemporanea, e che anche su tale base elabora analisi teorico-politica, è ancora del tutto interno alla logica di sviluppo di un insieme teorico in costruzione. Ciò significa, che, visti gli orizzonti più vasti dei suoi riferimenti teorici e della sua ricerca storica e del complesso delle sue indagini empiriche, la stessa «questione russa», seppure importantissima, è comunque una parte di una più generale riflessione in corso. Recentemente, una biografia intellettuale di Marx, preziosamente circostanziata, ha delineato, per il periodo considerato e in stretta connessione con le travagliate condizioni di lavoro, l’impressionante mole di materiale di studio utilizzata dall’autore de Il capitale. E proprio sulla base di tale studio, l’autore della citata biografia intellettuale scrive:

[…] è possibile che, nei libri de Il capitale ancora da scrivere, [Marx] volesse esporre le dinamiche del modo di produzione capitalistico in modo più esteso e su scala sempre più globale.[…] Inoltre è presumibile che egli fosse interessato a verificare, con grande attenzione, anche le modalità attraverso le quali il modo di produzione capitalistico si sviluppava in contesti e periodi differenti108.

Questi due aspetti, giustamente sottolineati, sono anche strettamente legati tra loro, e la natura del loro legame mi sembra rafforzi la tesi che Marcello Musto, l’autore della citata biografia intellettuale, ha avanzato, forse, con un eccesso di prudenza. Enrique Dussel, come si è visto, costruisce il lungo periodo dell’«ultimo Marx» a partire dal 1863 e lo fa mettendo in relazione «l’urgente questione di un ripensamento dell’accumulazione su scala mondiale»109, con la necessità che tale tema diventi argomento da svolgere e approfondire nell’analisi complessiva de Il capitale. L’ultimo Marx, infatti, è costruito quasi nella sua totalità sulla base dei manoscritti marxiani del 1862-1863, ed è componente importante dell’intero percorso analitico. Un percorso che rimane costantemente caratterizzato dal movimento del valore che va studiato, volta per volta, nelle specifiche forme assunte in specifici «ambienti storici». Ci si è chiesti quale relazione si esplica tra la «grammatica del modo di produzione capitalistico» e la concretezza dei «capitalismi storici», cioè una grammatica che è «una teoria astratta di come questo modello funzioni, ma come tale questo modello non è mai esistito e mai esisterà»110.

Una formulazione del problema, questa, sostanzialmente condivisibile, ma che necessita di ulteriori precisazioni. Bisogna aver ben chiaro, infatti, che quel modello teorico, come tale necessariamente astratto, è il frutto dello studio storico più denso e accurato prodotto nel suo tempo sui processi reali che hanno caratterizzato le componenti logiche della grammatica: la lunga accumulazione originaria e l’equilibrio dinamico raggiunto dal first comer che ha aperto al mondo la società del capitale. E che, dunque, Marx, per sviluppare ulteriormente la sua analisi, comincerà a svolgere gli elementi connotativi e strutturali della grammatica nei linguaggi differenziati in cui si manifestano nel capitalismo-mondo. Anche se quello di Marx è solo l’inizio di un processo analitico, il suo orizzonte non può rimanere all’interno delle logiche di funzionamento di un singolo modo di produzione considerato isolatamente. Le comparazioni, le transizioni non sarebbero possibili da analizzare senza la «storia nel suo complesso». È «la “storia nel suo complesso” […] l’argomento del discorso marxiano»111.

Una «totalità» che non si può leggere attraverso la generalizzazione dell’astratto modello teorico. Questa «totalità», infatti, «si caratterizza per discontinuità, disomogeneità, asincronia. Per pluralità di ritmi e temporalità evolutive. Per la molteplicità di sequenze dinamiche tra loro non commensurabili»112. Una «totalità» che, dunque, non può essere letta tramite modello «totale». La sua comprensione passa attraverso la ricerca storica empirica, proprio quella disprezzata dai teorici marxisti puri. A differenza della migliore storiografia marxista che, come abbiamo visto in una precedente lezione, pur sulla base di una ricerca empirica necessariamente condotta con scrupolo filologico, non disdegna certo l’utilizzazione di modelli teorici. E a differenza di Marx, la cui costruzione teorica emerge sempre da una prolungata immersione nella materialità della ricerca empirica.

«[…] la massa di materiale che ho, non solo sulla Russia, ma anche sugli Stati Uniti, mi fornisce un piacevole pretesto per continuare i miei studi, invece di concluderli e darli alle stampe». Avrò modo di ritornare, in diverso contesto, su questa affermazione marxiana del 1879 contenuta in una lettera a Daniel’son, il traduttore in russo del Libro I de Il capitale. Vi leggo ora un’altra affermazione, tratta dalla stessa lettera, che mi pare particolarmente indicativa in rapporto alla questione su cui stiamo ragionando:

Non avrei pubblicato a nessun costo il secondo volume prima che l’attuale crisi industriale in Inghilterra abbia raggiunto il suo apice. I fenomeni sono questa volta del tutto particolari, si differenziano sotto molti aspetti da quelli precedenti e ciò – prescindendo completamente da altre circostanze modificanti – si spiega con il fatto che la crisi inglese era stata preceduta da crisi immani negli Stati uniti, in Sud America, Germania, Austria ecc., che durano ormai da cinque anni.  Occorre dunque osservare il corso attuale fino a quando le cose siano maturate, soltanto allora è possibile “consumarle produttivamente”, cioè “dal punto di vista della teoria” [corsivo mio].

Non solo, come ormai abbiamo potuto verificare in tante parti di questo Corso, per Marx l’analisi storica è essenziale «dal punto di vista della teoria », ma tale analisi deve riguardare la «storia nel suo complesso». E il «presente» non è una dimensione esterna della storia. Solo lo studio minuzioso del «presente come storia» permette conoscenza del ventaglio di possibilità che ragionevolmente ci si può attendere dalle logiche dei processi in atto. È a questo studio che «l’ultimo (?) Marx» ha dedicato tanta parte della sua attività a partire dalla prima metà degli anni Sessanta. Uno studio che analizza la dinamica dell’accumulazione ormai insopprimibile nel capitalismo-mondo, alla luce dei suoi effetti tanto sulle società «sviluppate» che su quelle «arretrate». Tanto su India, Cina, Russia che sugli Stati Uniti.

La chiave migliore per “leggere” le differenze tra le strutture sociali dei [diversi] paesi [era] data dall’esame della “questione agraria”, e quindi dalla considerazione del modo in cui [si poneva] questo problema fondamentale per lo sviluppo del capitalismo113.

Lo studio della «logica specifica dell’oggetto specifico» non poteva non comportare mutamenti su giudizi prima desunti sulla base del modello astratto. Ad esempio, in una prima fase Marx aveva considerato il colonialismo inglese in India, pur negli orrori tipici di tutte le forme dell’«accumulazione originaria», come momento necessario per trascinare quel paese, urlante e scalciante, nell’area della modernità del capitale. Poi, affrontando progressivamente la realtà della colonizzazione in India, si rende conto che con «le ossa dei tessitori che imbiancano le pianure indiane»114, questa distruzione non è per sé progressiva, che «un mondo antico è stato distrutto, [ma] un mondo nuovo non è stato conquistato»115.

Lo studio di alcune aree coloniali e di alcune aree di arretratezza nello sviluppo del capitalismo-mondo fa emergere con chiarezza una realtà fatta di «impenetrazione di più sistemi socioeconomici e quindi di “più periodi storici” in un solo paese e in un medesimo tempo116». Lo avevano, del resto, ben compreso protagonisti della rivoluzione del ’17 come Lenin e Trotskij. La lunga riflessione marxiana sulla «questione russa», tramite le peculiarità della storia russa, deve essere considerata all’interno di tale contesto. La peculiarità su cui Marx concentra la sua analisi riguarda la forte tensione tra gli «anacronismi», i rapporti economico-sociali considerati residui dell’arretratezza russa, mere sopravvivenze di temporalità storiche «arcaiche», e la forza inglobante delle logiche dell’accumulazione del capitalismo moderno. «Dagli attriti di diverse temporalità, differenti traiettorie temporali diventa[va]no visibili. Queste [erano] possibili»117. Certo se

Quali nuove traiettorie, rispetto a quelle studiate nel caso del first comer e che sono servite come base per la costruzione del modello astratto, possono essere ipotizzate e quali sono le condizioni della loro possibilità? Il proposito antiutopico di Marx «consiste nel districare il garbuglio dei possibili, non per predire il corso necessario della storia, ma per pensare le biforcazioni sorte dall’istante presente»118. In questo senso la Russia della seconda metà dell’Ottocento è un campo perfetto dove provare insieme lo sviluppo del pensiero critico e della proposta politica. Uno spazio immenso in cui gli elementi comunitari della vita produttiva e della vita sociale non erano residuali, bensì l’aspetto dominante. Per questo, ancora prima dell’abolizione della servitù della gleba (1861), appena il problema diventò in Russia oggetto di dibattito, Marx ne comprese l’importanza: «Secondo me, il fatto più grosso che sta accadendo ora nel mondo è, da una parte il movimento degli schiavi in America […], dall’altra il movimento degli schiavi in Russia»119. Del resto appena due anni prima aveva scritto in un articolo sul «New York Daily Tribune»:

[…] i contadini, con idee eccessive anche di quello che lo zar voleva fare in loro favore si sono spazientiti per la flemma dei padroni. Gli incendi scoppiati in varie province sono segnali di malcontento inequivocabili. È noto inoltre che nella Grande Russia […] si sono verificate sommosse, accompagnate da atti di violenza terribili, a seguito dei quali la nobiltà è emigrata dalle campagne alle città, dove, sotto la protezione di mura e guarnigioni, può sfidare i suoi schiavi in rivolta. Alessandro II ha pensato bene di convocare qualcosa di simile ad una assemblea di notabili. E se questa convocazione costituisse un nuovo punto di partenza nella storia russa?120

C’è ancora, in questa impostazione, il modello della Grande Rivoluzione francese, un’assemblea di notabili come assemblea costituente, ma la prefigurazione di un «nuovo punto di partenza per la storia russa» comporta la necessità di immergersi in quella storia. Ed è ciò che Marx cominciò a fare, imparando rapidamente la lingua e misurandosi con l’immane mole di materiale documentario e bibliografico cui abbiamo fatto riferimento. Tra l’altro Daniel’son, il traduttore russo del Libro I de Il capitale, alla fine del 1869 gli aveva inviato anche 10 tomi dei Lavori della commissione tributaria. Marx ne trasse quattro grossi quaderni di appunti. Nei quaderni degli anni Settanta, inoltre, si trovano appunti particolareggiati sulla rendita fondiaria in Russia, sulla redditività dei terreni agricoli nelle varie provincie, in base alla fertilità del suolo, alla distanza dai mercati ecc., risultato di studi intrapresi di geologia, mineralogia, chimica agraria e delle scienze naturali. Nell’ambito di questo materiale vorrei rapidamente soffermarmi sulle considerazioni marxiane a proposito di un libro di Flerovskij.

Flerovskij, pseudonimo di Vasilij Vasil’evic Bervi, sociologo ed economista, già funzionario dell’amministrazione russa licenziato per aver scritto una lettera allo Zar in cui esprimeva critiche alla sua politica, aveva pubblicato nel 1869 un libro di 500 pagine il cui titolo, La situazione della classe operaia in Russia, riecheggiava quello del volume di Engels del 1844. E Marx rilevava tale analogia con grande soddisfazione:

È questo il primo scritto in cui viene detta la verità sulla situazione economica russa. Quest’uomo è un deciso nemico dell’“ottimismo russo”, come lo chiama lui. Non avevo mai avuto opinioni grandiose di quell’eldorado comunistico, ma Flerovskij supera ogni mia attesa. […] L’esposizione è assolutamente originale. […] Nessuna dottrina socialista, nessun misticismo della terra (benché sia favorevole alla forma della proprietà comunale), nessuna esaltazione nichilistica. Qua e là alcune chiacchiere vuote e benevole […]…). Ad ogni modo è il libro più importante che sia uscito dopo il tuo scritto sulla «Condizione delle classi lavoratrici». Anche la vita familiare del contadino russo – con quell’orrendo ammazzare di botte la moglie, l’acquavite e le concubine – è descritta bene [corsivo mio]121.

E di nuovo:

Il libro di Flerovskij su «La situazione della classe operaia in Russia» è un libro fuori dell’ordinario. […] Un lavoro coscienzioso. L’autore ha viaggiato per 15 anni dai confini occidentali del paese sino ai confini orientali della Siberia, dal mar Bianco al mar Caspio, all’unico scopo di studiare fatti [corsivo mio]122.

La conoscenza più precisa possibile dei fatti, dello stato dell’economia russa al momento presente, della sua determinante base agraria, dei suoi fondamenti storici, erano i presupposti imprescindibili per tentare di sciogliere il «garbuglio dei possibili». Non servivano né dottrine socialiste e neppure modelli teorici costruiti su altri presupposti, su altri svolgimenti storici. E inoltre non esisteva nessuna mitica «comunità rurale», ma solo reali organismi di produzione a proprietà indivisa, con specifiche forme di socializzazione. Realtà al cui interno convivevano aspetti per cui si può usare realisticamente il termine di «arretratezza», e altri passibili di positivi sviluppi. Solo se si fossero generate, però, le condizioni storico-politiche per l’evoluzione della comunità di villaggio in un contesto di più alta civiltà. Se…, dunque, al di fuori di qualsiasi determinismo.

L’analisi dello stato della comune rurale (obscina), delle sue dinamiche interne alla luce delle dinamiche esterne innescate dallo sviluppo del capitalismo in Russia e dalle risposte delle politiche governative, dunque, diventa per Marx elemento centrale per orientarsi nel ventaglio di possibilità aperte in quel momento della storia russa. E per quanto riguarda le dinamiche interne, diventa necessario anche quell’approccio antropologico testimoniato dai due Quaderni antropologici elaborati tra il 1881 e il 1882, questa volta davvero dall’«ultimo Marx». Un esito, che Marx considerava provvisorio, di un percorso conoscitivo iniziato da tempo.

Quello che è stato chiamato il «nesso rurale» della storia russa precedente la Rivoluzione d’ottobre si articola, pressoché per intero, nella vicenda dell’obscina. Ancora alla fine dell’Ottocento il 90% dei 126 milioni di abitanti dell’Impero russo viveva nelle campagne, e l’obscina era forma di conduzione della terra dominante, sebbene non esclusiva. Nelle parti non slave dell’Impero, infatti, esistevano forme diverse. La stessa obscina, del resto, nella parte occidentale slava, si presentava con varianti alcune delle quali non marginali.

I caratteri comuni, determinanti, consistevano nel fatto che la «comunità rurale» era costituita dall’insieme di aziende familiari allargate, ognuna delle quali diretta (comandata) da un patriarca, un piccolo zar contadino. L’assemblea composta dai rappresentanti delle famiglie-azienda (mir) decideva su tutte le questioni dell’obscina. In particolare sulla distribuzione della terra, in uso non in proprietà, alle famiglie, sulla base, in genere, del numero dei componenti.

Tutto ciò avveniva in un contesto caratterizzato da altri elementi, primo tra tutti un sistema culturale in cui […] all’aratro di legno corrispondeva analfabetismo di massa, credenze semimagiche, brutalità, violenza e una tendenza al conservatorismo ideologico rafforzata dall’esperienza di un’esistenza precaria, in cui i cambiamenti equivalevano spesso a catastrofi123.

Proprio ciò che Marx aveva chiamato ironicamente «eldorado comunistico», sul quale egli non nutriva alcuna illusione, ma s’interrogava, dopo il decreto di emancipazione dei servi della gleba, sulle possibilità di trasformazione.

I decreti del 1861 avevano sì cancellato il carattere specificamente feudale della conduzione agraria russa, ma avevano anche accentuato il carattere esplosivo della questione contadina. I contadini, infatti, venivano liberati senza riscatto personale, ma dovevano riscattare la terra e pagare un’indennità per i diritti feudali aboliti. La nobiltà divenne proprietaria della parte migliore, più fertile, delle tenute agrarie. Il risultato fu che le terre rimaste alle «comunità» erano del tutto insufficienti rispetto al numero di persone che dovevano nutrire. Si calcola che i nobili affittassero ai contadini liberi circa i 2/3 delle terre di cui erano diventati proprietari, provocando così il loro indebitamento costante. E i debiti venivano spesso pagati con il lavoro contadino nelle terre padronali, una sorta di riproposizione delle vecchie corvées. Quale era il «garbuglio dei possibili» innescato da tale contesto? Quali linee di svolgimento potevano uscirne? Per cogliere meglio il punto di vista marxiano sulla questione, ritorniamo alla lettera di Vera Zasulič, di cui abbiamo letto alcune righe all’inizio di questa lezione, righe nelle quali si metteva in luce l’enorme influenza esercitata da Il capitale sull’intelligencija russa e, più in generale, su tutto il movimento rivoluzionario. Continuiamone la lettura:

 […] ciò che probabilmente ignorate è il posto che il Vostro “Capitale” occupa nelle nostre discussioni sulla questione agraria in Russia e sulla nostra comune rurale. La questione, secondo me, è di vita o di morte soprattutto per il nostro partito socialista. […] Delle due l’una: o questa comune rurale, liberata dalle smisurate esigenze del fisco, dai pagamenti ai signori, dall’amministrazione arbitraria, è in grado di svilupparsi nella via socialista… In questo caso, il socialista rivoluzionario deve sacrificare tutte le sue forze all’affrancamento della comune e al suo sviluppo.

Se invece la comune è destinata a perire, al socialista come tale non resta più che dedicarsi a calcoli più o meno mal fondati per scoprire in quante decine d’anni la terra del contadino russo passerà nelle mani della borghesia, in quante centinaia d’anni, forse, il capitalismo raggiungerà in Russia uno sviluppo simile a quello dell’Europa occidentale. […] [Questa è la posizione dei marxisti russi]: «È Marx che lo dice»124.

Domande chiare e dirette quelle della Zasulič. Altrettanto chiara e diretta la risposta di Marx che non vuol lasciare dubbi «sul malinteso riguardo alla [sua] cosiddetta teoria», che non contempla davvero una universale «fatalità storica»125.

L’analisi data dal Capitale non offre […] ragioni né pro, né contro la vitalità della comune rurale; ma lo studio speciale che ne ho fatto, e di cui ho cercato i materiali nelle fonti originali, mi ha convinto che questa comune è il punto d’appoggio della rigenerazione sociale in Russia. Tuttavia, perché essa possa funzionare come tale, occorrerebbe prima eliminare le influenze deleterie che l’assalgono da tutte le parti, poi assicurarle le condizioni normali di uno sviluppo spontaneo126.

Una risposta che non lascia spazio a fraintendimenti, ma certo molto, molto concisa. In verità dietro la stringatezza della risposta c’è un lungo periodo di riflessione e di studio che, tra la fine degli anni Settanta e i primissimi Ottanta, raggiunge alcuni punti relativamente consolidati. Il primo espresso in una lettera del 1877 alla rivista letteraria russa «Otecestvennye Zapiski», in quel periodo sostenitrice del populismo. La lettera, mai spedita e resa nota solo nel 1886, si muoveva sul piano epistemologico/metodologico, insomma era un’esemplificazione di «materialismo storico». Al centro dell’argomentazione il netto rifiuto di chi, «marxista» o «populista» che fosse, intendeva lo «schizzo storico sulla genesi del capitalismo nell’Europa occidentale», delineato nel Capitolo XXIV de Il capitale, come «una teoria storico-filosofica del percorso universale fatalmente imposto a tutti i popoli, indipendentemente dalle circostanze storiche in cui si trovano posti». E a proposito, scriveva Marx, «prendiamo un esempio»:

In diversi punti de Il capitale ho accennato alla sorte che toccò ai plebei dell’antica Roma. Erano originariamente contadini liberi che coltivavano, ognuno per conto suo, il loro pezzetto di terra. Nel corso della storia romana essi vennero espropriati. Lo stesso movimento che li separò dai mezzi di produzione e di sussistenza comportava non solo la formazione della grande proprietà fondiaria, ma anche quella di grandi capitali monetari. Così, un bel giorno, [vi furono] da un lato degli uomini “liberi”, spogliati di tutto fuorché della propria forza-lavoro e dall’altro, per sfruttare il loro lavoro, i detentori di tutte le ricchezze accumulate. Che cosa successe? I proletari romani divennero non dei lavoratori salariati, bensì una “mob” nullafacente, ancora più abbietta dei ci-devant poor whites degli Stati meridionali degli Stati Uniti, e accanto ad essi si sviluppò un modo di produzione non capitalista, ma schiavista. Eventi di un’analogia sorprendente, ma verificatesi in ambienti storici diversi, produssero dunque risultati del tutto disparati. Studiando ognuna di queste evoluzioni separatamente e poi confrontandole, si troverà facilmente la chiave di questo fenomeno, ma non ci si arriverà mai con la chiave universale di una teoria storico-filosofica generale la cui virtù suprema consiste nell’essere soprastorica [corsivo mio]127.

In questa lettera il problema è impostato nei suoi termini generali, ma nella risposta complessiva alla Zasulič Marx entra direttamente nel merito delle possibilità di sviluppo della comune rurale. Ho usato il termine complessiva perché la lettera citata non è che il momento finale di una riflessione ben più corposa e problematica. Marx risponde alla Zasulič quasi due mesi dopo aver ricevuto la lettera in questione. Un tempo assai lungo per i ritmi della sua corrispondenza. Una trentina di pagine, assai tormentate, con numerosissime correzioni, rimandi ecc., scritte come abbozzi di risposta, sono la spiegazione sostanziale del ritardo.

Nonostante il carattere frammentario degli abbozzi è possibile cogliere il sistema di nessi tra etnologia storica e storia civile, tra antropologia e dinamica economica, e in particolare tra tale contesto e l’attualità socio-politica in cui si trovava a vivere l’obscina. Una comune agricola i cui destini restano affatto aperti. «Tutto dipende dall’ambiente storico in cui essa si trova collocata», sottolinea Marx. La categoria «ambiente storico», che pure è un po’ il filo rosso di tutta la teorica marxiana, acquista in queste pagine speciale rilevanza.

L’importanza ora assegnata alle “condizioni storiche” implicava […] il riconoscimento di una assai più libera e fortuita interazione tra una determinata forma economica e i fattori esterni (vicende politico-militari, ambiente geografico ecc.)128.

Vi leggerò alcuni brani di quegli abbozzi, ben conosciuti dagli specialisti, ma che a voi studenti potranno apparire sorprendenti. Forse, però, a questo punto di svolgimento del nostro Corso, vi potrete trovare anche un alto tasso di coerenza rispetto al modo marxiano di muoversi nel «continente storia». «Non ci si deve far troppo intimorire dalla parola arcaico» avverte Marx, per due motivi. In primo luogo «la formazione arcaica» che sopravvive fino in epoca moderna «contiene una serie di strati di epoche diverse» che così  ci vengono rivelati, e che dimostrano quanto sia problematica un’evoluzione lineare delle varie formazioni nel tempo. In secondo luogo l’arcaicità della obscina è totalmente inserita nella contemporaneità della produzione occidentale e ciò può permettere alla comune rurale di «incorporare […] tutte le conquiste positive elaborate dal sistema capitalistico»129 senza passare necessariamente a altre fasi.

Dal punto di vista storico, l’unico argomento serio addotto a favore della dissoluzione fatale delle comuni dei contadini russi è il seguente: Risalendo molto indietro, in tutta l’Europa occidentale si trova la proprietà comune di un tipo più o meno arcaico: essa è scomparsa dovunque col progresso sociale. Perché dovrebbe sfuggire alla stessa sorte nella sola Russia?

Io rispondo: Perché in Russia, grazie a una combinazione di circostanze unica, la comune rurale ancora stabilita su scala nazionale: proprio grazie alla contemporaneità della produzione capitalistica, può gradualmente liberarsi dai suoi caratteri primitivi e svilupparsi direttamente come elemento della produzione collettiva su scala nazionale: proprio grazie alla contemporaneità della produzione capitalistica, può appropriarsene le conquiste positive senza passare attraverso le sue orribili (atroci) peripezie. La Russia non vive isolata dal mondo moderno, e non è nemmeno la preda di un conquistatore straniero, come le Indie orientali. Se si sostenitori del sistema capitalistico in Russia negano la possibilità di una tale combinazione, dimostrino pure che la Russia per sfruttare le macchine, è stata costretta a passare per un periodo di incubazione della produzione meccanica! Che mi spieghino in che modo sono riusciti a introdurre nel loro paese, in qualche giorno per così dire, i meccanismi dello scambio (banche, società di credito ecc.) la cui elaborazione è costata secoli all’occidente. L’obscina «si trova collocata in un ambiente storico in cui la contemporaneità della produzione capitalista le presta tutte le condizioni del lavoro collettivo». Un «ambiente storico» che prova come la questione dello «sviluppo» dell’obscina non sia «più un problema teorico»130. Non c’è nessuna ragione teorica «né pro, né contro la vitalità della “comune rurale”, sosteneva Marx, come abbiamo visto, ma vi sono solo contesti storico-politici da analizzare specificamente, e sui quali intervenire politicamente.

Teoricamente parlando, la «comune russa» può conservare la sua terra, sviluppando la sua base, la proprietà comune del suolo, ed eliminando il principio della proprietà privata ch’essa pure implica; può divenire un punto di partenza diretto del sistema economico cui tende la società moderna; può far pelle nuova senza cominciare col commettere suicidio; può impadronirsi dei frutti di cui la produzione capitalistica ha arricchito l’umanità senza passare per il regime capitalista… […] Ma bisogna scendere dalla teoria pura alla società russa [il primo corsivo è nel testo, il secondo è mio]131.

E su questo piano, rimanendo il «modo attuale di sfruttamento», l’obscina, «schiacciata dalle esazioni dirette dello Stato, proditoriamente sfruttata dagli intrusi capitalisti, mercanti ecc. e “proprietari” fondiari, […] dagli usurai di villaggio, dai conflitti di interessi scatenati nel suo stesso seno dalla situazione che le si è creata»132, diventa realmente sopravvissuta, «arcaica», ed è destinata a dissolversi.

Per salvare la comune russa è necessaria una Rivoluzione russa. […] Se la rivoluzione scoppia a tempo opportuno, e concentra tutte le sue forze, se l’intelligenza russa concentra tutte le forze vive del paese per assicurare il libero slancio della comune rurale, questa si svilupperà ben presto come elemento rigeneratore della società russa e come elemento di superiorità sui paesi asserviti dal regime capitalista133.

Ancora una volta: se…, se… Né la dissoluzione dell’obscina, né il suo sviluppo «come elemento rigeneratore» sono iscritte in una «fatalità» storica, bensì in una contingenza storica in cui operano elementi di determinismo, i diversi lineamenti di una storia di lungo periodo, e altri di volontarismo: le scelte politiche possibili.

In queste pagine degli abbozzi è reso esplicito uno dei punti chiave per la lettura de Il capitale: la questione della molteplicità dei tempi della storia, una questione sulla quale ci siamo soffermati più volte nel corso delle nostre lezioni. Una questione di teoria e di metodo i cui effetti conoscitivi molti fanno fatica ancor oggi a utilizzare pienamente.

La consapevolezza di una contemporaneità caratterizzata dalla compresenza di tempi storici diversi, di tempi storici che hanno ritmi di mutamento diversi, apre a una analisi storica e a una analisi politica nelle quali i concetti di «progresso, «necessità», «inevitabilità» si trovano ad assumere instabili collocazioni. Di che cosa siamo veramente contemporanei? Di che cosa è intessuto l’adesso? Nel Capitale la trama di queste domande è continuamente sottesa, e si tratta di un unicum nella cultura dell’epoca.

Alcuni decenni dopo Walter Benjamin scriveva:

La storia è oggetto di una costruzione il cui luogo non è costituito dal tempo omogeneo e vuoto, ma da quello riempito dall’adesso. Così, per Robespierre, l’antica Roma era un passato carico di adesso, che egli estraeva dal continuum della storia134.

La rottura del continuum della storia, dunque, poteva avvenire sempre e imprevedibilmente ovunque, in qualsiasi adesso, e l’«ambito storico» della Russia del 1917 era particolarmente favorevole all’evento «rivoluzione». Marx, però, come abbiamo visto, non avrebbe mai potuto pensare che la salvezza dell’obscina, potesse avvenire nelle drammatiche forme della collettivizzazione forzata della terra.

74. Lettera di Marx a Bolte del 23 novembre 1871, MEOC, vol. XLIV, p. 337.

75. V. Zasulič a K. Marx, Ginevra, 16 febbraio 1881, in Il capitale, Libro I, Appendice, Torino, Utet, 2013, p. 1037.

76. R. di Leo, L’esperimento profano. Dal capitalismo al socialismo e viceversa, Roma, Ediesse, 2012.

77. L. Tolstoj, Resurrezione, Torino, Einaudi, 1963, pp. 487-488.

78. M. Yourcenar, Un uomo oscuro, in Come l’acqua che scorre, Torino, Einaudi, 1983, pp. 63-172; cit. a p. 133.

79. B. Pasternak, Poesie, Torino, Einaudi, 1959, p. 161.

80. B. Pasternak, Autobiografia e nuovi versi, Milano, Feltrinelli 1958, p. 39.

81. Ivi, p. 199.

82. M. Bulgakov, La guardia bianca, Torino, Einaudi, 1967, p. 11.

83. B. Pasternak, Il dottor Zivago, Milano, Feltrinelli, 1967, pp. 600 e 601.

84. B. Pasternak, L’anno Novecentocinque e Il luogotenente Schmidt, in Poesie, cit., pp. 141-210.

85. B. Pasternak, Il dottor Zivago, cit., p. 673.

86. Ivi, p. 627.

87. Ivi, p. 243.

88. V. Grossman, Vita e destino, Milano, Adelphi, 2008, p. 202.

89. L’espressione è di A. Macchioro, Sindacalismo rivoluzionario, pantaleonismo, mussolinismo, «Società e storia», 1999, pp. 109-138.

90. B. Pasternak, Il dottor Zivago, cit., p. 673.

91. B. Pil’niak, L’anno nudo, Torino, Utet, 2008, pp. 108 e 245.

92. B. Pil’niak, L’anno nudo, cit., pp. 34 e 217.

93. R. Poggioli, Un’epopea russa: “Konarmija” di I. Babel, «Rivista di letterature slave », IV, n. 4, luglio-agosto 1930, pp. 295-303; V, n. 6, novembre-dicembre 1930, pp. 470-480; luglio-agosto 1931.

94. E. Bazzareli, L’armata di Babel, «Corriere della sera», 8 maggio 1969.

95. M. Bulgakov, La guardia bianca, cit., p. 64.

96. Ivi, pp. 64-65.

97. E.J. Hobsbawm, Il secolo breve, cit., p. 39.

98. G. Carpi, Il marxismo russo e sovietico fino a Stalin, in Storia del marxismo, a cura di Stefano Petrucciani, Roma, Carocci, 2016, vol. I, p. 124.

99. P. Anderson, Il dibattito nel marxismo occidentale, cit., p. 18.

100. L. Kolakowski, Marxismo, utopia, antiutopia, Milano, Feltrinelli, 1981, p. 26.

101. L. Sciascia, Gli zii di Sicilia, Torino, Einaudi, 1958, pp. 79-80.

102. K. Marx, La questione dell’emancipazione, «New York Daily Tribune», 17 gennaio 1859, MEOC, vol. XVI, p. 148.

103. L. Tolstoj, Guerra e pace, cit., vol. I, p. 498.

104. Ivi, p. 658.

105. M. Lewin, Le basi sociali dello stalinismo, «Studi Storici», 4, 1976, pp. 35-64; cit. a p. 46.

106. E. Dussel, L’ultimo Marx, Roma, manifestolibri, 2009.

107. E. Cinnella, L’altro Marx, cit.

108. M. Musto, Karl Marx. Biografia intellettuale e politica. 1857-1883, cit., p. 170.

109. Prefazione dei curatori (L. Basso, M. Tomba) a L’ultimo Marx, cit., p. 8.

110. R. Fineschi, Marx, la storia, il capitale, «Dianoia» 26, giugno 2018, pp. 37-49; cit. a p. 43.

111. A. Burgio, Sulla storicità del capitalismo. Marx tra Althusser e Hobsbawm, cit., pp. 19-35; cit. a p. 27.

112. Ivi, p. 22.

113. P.P. Poggio, La rivoluzione russa e i contadini. Marx e il populismo rivoluzionario, Milano, Jaca Book, 2017, p. 42.

114. K. Marx, Il capitale, Libro I, cit., p. 471.

115. I. Consolati, Marx e gli “accidenti” della storia universale. L’India, lo Stato e il mercato mondiale, «Scienza & politica», 61, 2019, pp. 153-170; cit. a p. 156.

116. A. Graziosi, L’Urss di Lenin e di Stalin. Storia dell’Unione Sovietica 1914-1945, Bologna, il Mulino, 2007, p. 27.

117. M. Tomba, Attualità e anacronismi del comunismo, in L’altro Novecento, VI, Comunismo eretico e pensiero critico, Milano, Jaca Book, 2018, pp. 313-322; cit. a p. 317.

118. D. Bensaïd, Marx l’intempestivo. Grandezze e miserie di un’avventura critica, Roma, Edizioni Alegre, 2007, p. 53.

119. Lettera di Marx a Engels del 11 gennaio 1860, MEOC, vol. XLI, p. 6.

120. K. Marx, La questione dell’abolizione della servitù della gleba in Russia, «New York Daily Tribune», 19 ottobre 1858, MEOC, vol. XVI, p. 57.

121. Lettera di Marx a Engels del 10 febbraio 1870, MEOC, vol. XLIII.

122. Lettera di Marx a Laura e Paul Lafargue del 5 marzo 1870, MEOC, vol. XLIII.

123. A. Graziosi, L’Urss di Lenin e di Stalin. Storia dell’Unione Sovietica 1914-1945, cit., p. 26.

124. V. Zasulič a K. Marx, Ginevra, 16 febbraio 1881, cit., pp. 1037-1038.

125. Marx a V. Zasulič, Londra 8 marzo 1881, ivi, p. 1065. 126. Ibidem.    

Fonte: Rifondazione Comunista – http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=48092

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