Giacobine e giacobini si diventa

Trenta momenti di discussione, 35 relatrici e relatori, 200 partecipanti in presenza e 50 online. L’idea dell’apprendistato giacobino ha colto un bisogno di politica alternativa che esiste ma in un paese senza sinistra trova pochi luoghi credibili in cui cercarlo

In un paese in cui la scuola politica di cui parlano i giornali è quella di Matteo Renzi, divenuta celebre nelle cronache per il rolex al polso di uno dei suoi giovani partecipanti, c’era evidentemente bisogno di una scuola per chi non ha orologi costosi ma energie, voglia e idee per cambiare il mondo in modo radicale. 

La nostra prima Scuola Giacobina a Napoli è stato un successo oltre le nostre stesse aspettative. Nessuno e nessuna di noi aveva mai organizzato un’iniziativa così ambiziosa, con 30 momenti di discussione concentrati in 3 giorni, 35 relatrici e relatori, 200 partecipanti in presenza e 50 in diretta online, più di 100 persone da sistemare per dormire, 200 pasti serviti ogni sera e lezioni dislocate in due spazi sociali diversi distanziati da una salita tanto bella quanto faticosa da percorrere più volte al giorno.

Un’organizzazione imponente per una piccola struttura come la nostra che non sarebbe stata possibile senza il contributo degli spazi che ci hanno ospitato, lo Scugnizzo Liberato e L’ex Asilo Filangieri, senza la disponibilità militante di relatrici e relatori e senza l’entusiasmo degli stessi iscritti e iscritte, tutt’altro che semplici «utenti» ma attivi in prima persona per sistemare tavoli e sedie, offrire la propria consulenza per i collegamenti online o servire da bere nei momenti di socialità. 

Un clima bellissimo, tra persone che nella stragrande maggioranza dei casi non si erano mai viste prima e che eppure sembravano sentirsi «a casa». Un’atmosfera inserita in un contesto non neutrale, due spazi belli e funzionali a far dormire decine di partecipanti e allo stesso tempo protagonisti di esperienze di mutualismo e interni alla rete napoletana capofila in questi anni della sperimentazione dell’autogoverno dei beni comuni.

I partecipanti erano in perfetto equilibrio di genere (51% le donne), molto giovani, il 30% di età inferiore ai 25 anni e l’80% inferiore ai 35, con una provenienza geografica variegata anche se maggiormente concentrata nel centro-nord, una rappresentanza significativa del mondo universitario con il 42% dei partecipanti studente e l’8% ricercatore e ricercatrice. Ricalcando le caratteristiche politiche della stessa redazione di Jacobin Italia, la platea era plurale come appartenenza e attivismo politico: solo il 12% dei partecipanti ha dichiarato di essere stato iscritto negli ultimi tre anni a un partito mentre la maggior parte in questo stesso periodo è stata impegnata in centri sociali, associazioni di volontariato, collettivi o reti studentesche, spazi femministi, associazioni antirazziste, esperienze mutualistiche e movimenti ambientalisti. Il 15% delle iscritte e iscritti in questi ultimi anni non ha avuto invece alcun impegno politico attivo. 

L’idea dell’apprendistato giacobino ha evidentemente colto un bisogno di politica alternativa che esiste tra le nuove generazioni e non solo, ma che in un paese senza sinistra trova ben pochi luoghi credibili. E in effetti trovare le parole, i conflitti e i luoghi inaspettati per Vivere in un paese senza sinistra è stato il nostro obiettivo fin da quando abbiamo lanciato, con un po’ di incoscienza, la rivista – proprio nel momento in cui il vuoto a sinistra in Italia è divenuto evidente agli occhi di chiunque. Il successo della Scuola e l’entusiasmo che ci hanno restituito i e le partecipanti fanno intravedere i modi per provare a colmare questo vuoto. L’energia di queste giornate, così come le migliaia di abbonati e abbonate raccolti nei nostri primi tre anni di vita, segnalano che lo spazio per contenuti radicali, di opposizione netta alle politiche liberiste, razziste e all’oppressione di genere esiste ed è decisamente più consistente del quasi nulla che risulta a ogni tornata elettorale a causa della perdita di credibilità della sinistra politica. Ed esiste anche la voglia di nuove idee per tornare a pronunciare in modo credibile la parola «rivoluzione». La sfida è trovare i modi per far emergere questo spazio.

L’attenzione durante la tre giorni è stata costante, con tanta voglia di intervenire e fare domande alle lezioni ma anche di discutere in modo autorganizzato tra partecipanti. Chi di noi ha preso parte al movimento di Genova vent’anni fa, ha visto qualcosa di simile agli appuntamenti internazionali dei Social forum, con tanti e tante giovani senza grandi organizzazioni politiche alle spalle ma con carta, penna e la voglia di interpretare il mondo per trasformarlo. 

Le lezioni più partecipate delineano già da sole i temi, le pratiche concrete e il programma percepito come più urgente per affrontare i problemi del presente: il funzionamento del capitalismo razziale, la storia dell’intervento pubblico in economia e le alternative possibili al neoliberismo, il cambiamento climatico e l’ecologia politica, le caratteristiche del nuovo lavoro nel capitalismo globale, il femminismo decoloniale, il ritorno del mutualismo e la necessità di attraversare il tempo della rivolta per costruire nuove narrazioni in grado di «reincantare il mondo».

Seguite con rigorosa attenzione anche le plenarie. La presentazione dell’ultimo numero di Jacobin Italia, Le città ingovernabili, ci ha permesso di parlare dei temi di cui non parla nessuno nella campagna elettorale per le amministrative più depoliticizzata che si ricordi: come sta incidendo il capitalismo delle piattaforme nella nuova conformazione degli spazi urbani e nella loro composizione di classe; quali sono i meccanismi di limitazione democratica delle «città globali» che attraverso il ricatto del debito pubblico e la privatizzazione dei servizi svuotano i poteri dei consigli comunali; quali sono le possibili pratiche politiche alternative per ridisegnare le mappe delle nostre città e difendere gli spazi pubblici e di cura dall’individualismo, dal securitarismo e dalla speculazione finanziaria. Iniziando anche una discussione aperta per un bilancio con le e i compagni di Napoli su cosa resta dell’unico esempio compiuto di populismo di sinistra in Italia, quello degli ultimi dieci anni del sindaco De Magistris.

La plenaria sul «nuovo socialismo» ha raccontato l’esperienza statunitense di Jacobin magazine, nata nel 2010 su iniziativa di un gruppo di giovani ventenni e poi capace di divenire punto di riferimento plurale prima del movimento di Occupy Wall Street, poi delle mobilitazioni a sostegno delle campagne di Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez e infine del movimento Black Lives Matter, contribuendo in modo decisivo a ridare nuova vita a una parola da sempre tabù negli Stati uniti: «socialismo». Il contributo di un redattore di una delle altre riviste sorelle, Jacobin America latina, ci ha permesso di fare un bilancio su quello che in America Latina all’inizio del millennio fu definito «socialismo del XXI secolo» e su cosa si muove oggi a sinistra dopo l’esaurimento delle esperienze dei governi progressisti. Il tutto per provare ad andare oltre i fallimenti delle esperienze di socialismo passate preservandone le idee fondamentali: la lotta per la fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla donna, la necessità di una democrazia radicale e di una società fondata sulla cooperazione e la solidarietà e non sul profitto e la distruzione ambientale. Idee che necessitano nella pratica concreta e teorica di un approccio intersezionale, per riconoscere le oppressioni di genere, razza e classe con l’obiettivo di costruire alleanze sociali in grado di saper separare ciò che viene artificialmente presentato come unito e unire ciò che ad altri conviene sembri diviso.  

Ci siamo lasciati con tanto entusiasmo e con l’idea di rendere permanente l’apprendistato giacobino: l’invito a tutte e tutti è scegliere alcuni temi o filoni della Scuola e proseguirli localmente con autoformazioni e lezioni co-organizzate con la nostra redazione. Facendo tesoro dei contenuti della Scuola, le cui lezioni, tutte di alto livello, meritano di essere in futuro pubblicate in qualche forma. Infine a tutte e tutti noi è rimasta la voglia di rivivere quest’esperienza: l’impegno è organizzare per il prossimo anno la seconda Scuola Giacobina, per affilare ancora le nostre «ghigliottine» contro il pensiero e le politiche dominanti. 

Intanto, l’1% che detiene ricchezza e potere da oggi ha una nuova preoccupazione: qualche centinaio di giacobine e giacobini in più si aggira per l’Italia.

*Giulio Calella, cofondatore e presidente della cooperativa Edizioni Alegre, fa parte del desk della redazione di Jacobin Italia.

Fonte: Jacobin Italia – https://jacobinitalia.it/giacobine-giacobini-si-diventa/

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