Il revisionismo strumento egemonico per preservare il dominio di classe, Angelo d’Orsi candidato sindaco della Sinistra a Torino

Ringraziamo il prof Angelo d’Orsi, già Ordinario di Storia del pensiero politico dell’Università degli Studi di Torino, direttore di Historia Magistra. Rivista di storia critica e di Gramsciana. Rivista internazionale di studi su Antonio Gramsci, Angelo d’Orsi in perfetta coerenza con quanto scrive oggi per transform,!Italia ha fatto una scelta. Ha accettato la candidatura a sindaco di Torino con la lista Sinistra in Comune, che mette insieme Rifondazione Comunista, Sinistra Anticapitalista, DemA, Torino Eco Solidale e diverse associazioni. Una scelta netta e controcorrente, rispetto ad un mondo intellettuale spesso poco propenso a schierarsi e a impegnarsi in prima persona di cui è doveroso prendere atto e da sostenere.


Angelo d’Orsi*

Uno spettro si aggira per l’Europa: ahimè, non si tratta del comunismo, bensì del revisionismo. Una pratica che iniziata nella ricerca storica, si è poi diffusa all’ambito politico, trovando in giornalisti e “comunicatori” i suoi vessilliferi. In storiografia si è fatto inizialmente strada, in quanto pareva che il revisionismo fosse la stessa cosa della “revisione”, che è una pratica irrinunciabile della ricerca storica, in quanto ogni epoca, ogni generazione, ogni singolo studioso e studiosa, producono risultati nuovi, pongono domande nuove, trovano nuove fonti, e portano avanti, così, un incessante processo conoscitivo, che cresce nel corso del tempo, e via via subisce aggiustamenti, aggiunte, correzioni; ma mai rovesciamenti. Tale è la revisione.

Il revisionismo invece è una pratica ideologica, che partendo dalla storiografia fa un uso strumentale dei suoi risultati: un canonico esempio di uso e abuso politico della storia. Del resto si tratta di azioni facili da compiere. La storia è un grande magazzino al quale ciascuno può accedere e prendere quanto gli garba: e farne un uso spregiudicato. Questa, però, non è l’attività volta ad accertare la verità dei fatti, ma piuttosto mirata a presentare i fatti secondo le convenienze di una parte, di un partito, di una chiesa, di una nazione. Eppure la verità della storia è una, e unica; cambiano i giudizi, ma la ricostruzione deve poter raggiungere un identico risultato, almeno nella sostanza, appunto relativo ai fatti di cui ci occupiamo.

Si cominciò negli anni Sessanta-Settanta cercando di demolire la Rivoluzione Francese del 1789, poi si passò a quella Russa (la Bolscevica), del 1917, e poi fu la volta del fascismo e del nazismo, dei quali si cercò di minimizzare gli orrori, mentre si mettevano in luce, si amplificavano a dismisura e si brandivano come clave quelli (che indubbiamente ci sono stati, da Stalin a Pol Pot) del comunismo, fino ad arrivare alla sciaguratissima risoluzione del Parlamento della UE, del 19 settembre 2019, in cui si accomunava nella medesima condanna fascismo/nazismo da un lato, comunismo dall’altro, e si invitavano i governi nazionali a intraprendere una lotta ideologica persino contro i simboli non soltanto dei regimi, ma altresì delle “nefaste” ideologie. Coloro che aprirono i cancelli di Auschwitz posti sullo stesso piano di coloro che avevano sigillato quei cancelli…

Intanto procedeva la giuricidizzazione della storia, con leggi che miravano a punire chi negava o “minimizzava” la Shoah: gli studiosi più seri e attenti, compresi numerosi di origine ebrea, tentarono inizialmente di opporsi a un simile sviluppo, foriero di gravi conseguenze, facilmente prevedibili. Dopo le aperture in sede storiografica di Renzo De Felice, in sede giornalistica di personaggi come Giuliano Ferrara, e in sede politica di Bettino Craxi e Luciano Violante, si giunse via via a una sorta di equiparazione tra fascisti e antifascisti, tra partigiani e repubblichini, tra combattenti per la libertà e i loro nemici, tra le vittime e i carnefici: una oscena uguaglianza che non trovava giustificazione né storica, né politica, né morale.

Tutto ciò mentre la sinistra crollava, e l’intellettualità progressista si chiudeva nel silenzio complice o ignavo. E si giunse così alla “Legge del Ricordo”, sotto Berlusconi, nel marzo 2004, ma con la correità di tutto il cosiddetto Centrosinistra. In fondo con quella legge, e il suo uso disinvolto da parte di una destra sempre più aggressiva, l’equiparazione era bell’e fatta. Invano qualcuno anche in quel caso provò a suonare l’allarme, ma venne tacitato in malo modo, nel silenzio opportunistico o complice della quasi totalità dei “chierici”. E passo dopo passo si è giunta alla proposta proveniente da parlamentari di Fratelli d’Italia, e sostenuta fortemente dalla leader Meloni, di modifica al testo della legge che appunto criminalizzava e puniva con sanzioni pecuniarie e carcerarie (un vero obbrobrio giuridico e etico, oltre che un’inaccettabile intromissione della politica nella ricerca storica) non soltanto chi nega o “miniminizza” (termine quanto mai ambiguo, evidentemente) la Shoah, estendendo le medesime sanzioni anche a chi nega o minimizza le “foibe”.

Ecco dunque che gli eventi accaduti sul Fronte Orientale, negli anni Quaranta, durante la feroce, criminale occupazione italo-tedesca della Jugoslavia, e nella resistenza armata dei partigiani e nell’esodo forzato degli italiani, diventano pari, per gravità politica e morale, ai campi di sterminio nazista, e la foiba di Basovizza (secondo i pochi veri studiosi una sorta di clamoroso falso storico) diventa pari alla fabbrica dello sterminio chiamata Auschwitz-Birkenau. La più atroce industria di morte messa in atto dagli esseri umani contro altri esseri umani, con un tentativo di genocidio che ha prodotto alcuni milioni di cadaveri, passati nelle camere a gas e poi nei forni crematori, posta sullo stesso piano di alcune centinaia di individui gettati, già defunti, in cavità carsiche usate come tombe, e certo anche alcuni gettati vivi, nel fuoco di una guerra senza esclusione di colpi in cui gli jugoslavi erano le vittime che si difendevano e gli italiani gli aggressori. Non dimentichiamolo.

Tutto questo è inammissibile, sia sul piano storiografico, sia su quello etico-politico. E se esistesse un ceto intellettuale serio dovrebbe salire sulle barricate, e avrebbe dovuto farlo già da molto tempo, senza aspettare le ingiurie e le minacce a Eric Gobetti, poi a Tomaso Montanari, ma in precedenza a Claudia Cernigoi, Alessandra Kersevan, Sandi Volk, praticamente i soli studiosi che hanno lavorato in modo rigoroso sul tema “foibe”. Il fatto che siano arrivati a risultati che sono assai diversi da quelli del mainstream li ha resi eretici “vitandi”, per usare il codice della Santa Inquisizione.

Siamo davanti alla chiusura di un cerchio: il conglomerato di potere – finanziario, politico, culturale e mediatico – che ci cinge d’assedio, usa il revisionismo, anche nella sua forma estrema, quella che ho chiamato “rovescismo”, tanto nella produzione di testi (non dimentichiamo i libri infami di Giampaolo Pansa), quanto nella divulgazione giornalistica, quanto infine nell’azione legislativa e giudiziaria: lo scopo? Dimostrare che ribellarsi è vano, che lottare è inutile, che le rivoluzioni sono una macchia da cancellare nella carta storiografica, e che, infine, si debba chinare la testa, sempre, davanti all’autorità, anche quando essa giunga semplicemente dal bastone o dal denaro.

A costoro noi dobbiamo rispondere ripetendo “Ribellarsi è giusto, ribellarsi è possibile”, con l’idea che la ribellione ha molte forme e innumerevoli vie. Si può nuotare contro la corrente anche con l’arma del sapere, della cultura, dell’istruzione, che, alla fin fine, rimane la più potente delle armi. Non a caso Gramsci nelle tre frasi che poneva come insegna del suo “Ordine Nuovo”, nel 1919-20, collocava al primo posto questa: “Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza”.

Un secolo dopo, abbiamo ancora, e anzi più che mai, bisogno di seguire quel monito.

*Da Transform Italia

Fonte: Rifondazione Comunista – http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=48181

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