Condanne, arresti, chiusure di redazioni, rimozione di monumenti: a Hong Kong la libertà è sempre più sotto attacco

Le ultime settimane a Hong Kong sono scandite da condanne, arresti, chiusure di redazioni di giornali, rimozione di monumenti.

L’anno appena concluso e questi primi giorni del 2022 hanno visto una serie di eventi e provvedimenti nella Regione che confermano l’andamento di una progressiva e angosciante limitazione delle libertà.

Il 29 dicembre l’attrice e cantante Denise Ho, molto popolare nell’ex colonia britannica, è stata prelevata dalla sua abitazione da agenti della polizia che hanno sequestrato telefoni e computer. Ho era una delle sei persone arrestate in un’operazione che ha avuto luogo all’alba e che ha coinvolto membri della testata giornalistica online Stand News. La polizia ha successivamente confermato in una conferenza stampa di aver arrestato una settima persona. Sono tutte accusate di “cospirazione per la pubblicazione di materiale sedizioso”, un crimine che risale all’epoca coloniale.

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Ex membro del consiglio di amministrazione di Stand News, Ho è nata a Hong Kong ma cresciuta in Canada. Diventata famosa nei primi anni 2000 con una serie di album di successo, ha successivamente costruito una brillante carriera da attrice.

Ambasciatrice internazionale del movimento pro-democrazia di Hong Hong, nel 2019 Ho si era rivolta ai membri del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, a Ginevra, esortandoli a “proteggere il popolo di Hong Kong” – facendo eco alle preoccupazioni e alle proteste di milioni di abitanti – e a rimuovere la Cina dall’organizzazione per aver disatteso gli impegni assunti quando ha preso il controllo della Regione nel 1997.

Durante il discorso la donna è stata ripetutamente interrotta dai diplomatici cinesi che l’hanno accusata di aver violato la Carta delle Nazioni Unite e di aver attaccato “senza fondamento” il modello di governo “un paese, due sistemi” di Hong Kong.

Ho ha iniziato a interessarsi di politica per la prima volta nel 2012 dopo aver dichiarato pubblicamente la propria omosessualità ma ha assunto un ruolo più importante con il movimento degli ombrelli guidato dagli studenti nel 2014.

In occasione di manifestazioni e sit-in a favore della democrazia, la donna è scesa in strada, diventando una degli esponenti più in vista del movimento. «C’è una generazione di ragazze e ragazzi che ascoltano la mia musica», aveva detto alla CNN nel 2017. «Ho la responsabilità di dover fare la cosa giusta e di non diffondere la paura con il mio comportamento».

Il suo attivismo le ha causato non pochi problemi: l’inserimento nella lista nera e la censura nella Cina continentale. I media statali cinesi l’hanno attaccata definendola il “veleno di Hong Kong”. Nel 2016, a causa delle critiche di Pechino, l’azienda di cosmetici Lancôme ha annullato un concerto con la star per “motivi di sicurezza” provocando una valanga di proteste.

In attesa di ulteriori indagini Ho è stata rilasciata su cauzione il giorno successivo all’arresto, come da lei confermato con un post su Twitter. Dovrà presentarsi alla polizia alla fine di marzo.

Tre giorni dopo il rilascio Ho ha organizzato un mini concerto, trasmesso in diretta via streaming, che è stato seguito da più di 10.000 utenti.

«Non posso parlare molto. Le uniche cose che ho ripetuto negli ultimi giorni sono: ‘Non ho niente da dire’ e ‘Non sono ubriaca’. Adesso, cantiamo!», ha detto al suo pubblico.

Negli stessi momenti in cui alcuni agenti perquisivano l’abitazione della donna, più di 200 uomini in uniforme e in borghese facevano irruzione negli uffici di Stand News sequestrando materiale. A finire in manette il caporedattore ad interim della testata online Patrick Lam, il caporedattore Ronson Chan Ron-sing, l’avvocata ed ex membro del Consiglio legislativo Margaret Ng, l’ex caporedattore Chung Pui-kuen, due ex membri del cda, Christine Fang e Chow Tat-chi.

Stand News, fondata nel 2014 come organizzazione no-profit, era la più importante pubblicazione pro-democrazia rimasta in vita a Hong Kong dopo la chiusura, a giugno scorso, di Apple Daily del magnate Jimmy Lai attualmente in prigione dopo essere stato condannato, insieme ad altri imputati, a tredici mesi di reclusione per aver organizzato nel 2020 la veglia di commemorazione per le vittime di piazza Tienanmen, avervi preso parte e invitato alla partecipazione.

Secondo Al Jazeera la polizia ha congelato beni per un valore di 7,8 milioni di dollari e sequestrato “articoli sovversivi” che per la polizia “avevano come obiettivo dividere il paese”.

Dopo l’irruzione e gli arresti tutti i dipendenti sono stati licenziati e la testata ha interrotto le attività.

Sophie Richardson, direttrice di Human Rights Watch Cina, ha detto ad Al Jazeera che gli arresti “non hanno nulla a che fare con la sedizione”. «Sono una punizione del governo cinese che cerca di sradicare i media liberi di Hong Kong che documentano la condotta violenta di Pechino», ha aggiunto. «Le chiusure di Stand News, Apple Daily e altri media critici mettono a nudo quell’agenda».

Benedict Rogers, cofondatore e amministratore delegato dell’ONG Hong Kong Watch, ha affermato che gli arresti sono “a dir poco un assalto alla libertà di stampa a Hong Kong”. «Quando una stampa libera garantita dalla Legge fondamentale di Hong Kong viene etichettata come ‘sediziosa’, è un segno della velocità con cui questa città, un tempo grande, aperta e internazionale, è finita in quello che non è altro che uno stato di polizia», ha detto.

Dopo mesi di proteste antigovernative nel 2019, lo scorso anno Pechino ha imposto a Hong Kong una Legge sulla sicurezza nazionale che secondo i critici limita le libertà promesse all’ex colonia britannica nel 1997. Con la legge sono criminalizzati il “secessionismo”, la “sovversione”, il “terrorismo” e la “collusione con forze straniere”.

Da quando il provvedimento è entrato in vigore a giugno dello scorso anno, più di cento sostenitori della democrazia sono stati arrestati e molti altri sono fuggiti all’estero. Chi è rimasto ha provato ad andare avanti finché ha potuto.

Dopo cinque anni di attività ha chiuso anche la testata online indipendente Citizen News, a causa di quello che ha descritto come un deterioramento dell’ambiente mediatico nel territorio governato dalla Cina. L’annuncio è arrivato domenica scorsa via social.

Citizen News ha dichiarato di aver preso la decisione con “profondo rammarico”. Parlando con i giornalisti il fondatore della testata, Chris Yeung, ha detto che i media si trovano ad affrontare un “ambiente sempre più difficile” a Hong Kong. «Quelli che sono visti come critici o piantagrane, sono i più vulnerabili», ha affermato, sottolineando come il rischio dell’incolumità dei dipendenti sia stato uno dei motivi che ha portato alla chiusura.

Ciononostante la leader dell’esecutivo di Hong Kong, Carrie Lam, ha respinto le dichiarazioni secondo cui la libertà di stampa in città sta rischiando di scomparire. «Ho letto che a causa della chiusura di una testata online, la libertà di stampa a Hong Kong rischia di sparire. Non posso accettare questo tipo di accuse”, ha detto nel corso della conferenza stampa settimanale.

Nella stessa giornata, un’esponente di rilievo del movimento pro-democrazia è stata condannata a quindici mesi di carcere per aver incitato lo scorso anno alla partecipazione alla veglia annuale di commemorazione delle vittime della repressione di piazza Tienanmen del 1989, vietata a partire dal 2020 ufficialmente per le restrizioni imposte a causa della pandemia di COVID-19.

Chow Hang-tung, ex vicepresidente dell’ormai sciolta Hong Kong Alliance in Support of Patriotic Democratic Movements of China organizzatrice dell’iniziativa, sta già scontando una condanna a dodici mesi per altri capi d’accusa riguardanti la veglia del 2020.

Chow è stata inoltre accusata di reati che violerebbero la Legge sulla sicurezza nazionale che prevede pene fino all’ergastolo. «Il messaggio che invia questo verdetto è che accendere una candela è una colpa, che le parole sono una colpa», ha detto Chow alla corte.

«L’unico modo per difendere la libertà di parola è continuare a esprimersi», ha aggiunto, come riportato da France 24. «Il vero crimine è proteggere gli assassini con la legge e cancellare le vittime in nome dello Stato», ha sottolineato.

Chow, che si difende da sola in tribunale, durante il suo intervento ha letto alcune memorie dei familiari delle vittime di Tienanmen. Il gesto ha scatenato la reazione della giudice Amy Chan ed è stato accolto dagli applausi di alcuni presenti. Chan ha quindi ordinato alla polizia di identificare chi aveva applaudito.

Tienanmen è una spina nel fianco viva e profonda per le autorità cinesi. Lo scorso 22 dicembre una statua eretta più di venti anni fa presso l’Università di Hong Kong per ricordare il massacro avvenuto 32 anni fa è stata rimossa. Si trattava di uno dei pochi memoriali pubblici rimasti a Hong Kong per non dimenticare la strage.

L’Università di Hong Kong aveva inizialmente ordinato la rimozione della statua – intitolata “Pilastro della Vergogna” – a ottobre. «La decisione riguardo alla statua si è basata su una consulenza legale esterna e su una valutazione del rischio per il migliore interesse dell’università”, è stato riportato in una nota. «L’Università è inoltre molto preoccupata per i potenziali problemi di sicurezza derivanti dalla fragilità della statua».

L’autore dell’opera, lo scultore danese Jens Galschiot, ha dichiarato di essere “profondamente scioccato” e che avrebbe “chiesto un risarcimento per eventuali danni”.

I lavori di smantellamento sono durati una notte intera. Gli operai, nascosti da strutture di plastica, hanno portato in un deposito la statua di rame alta otto metri. Il personale della sicurezza ha impedito ai giornalisti di avvicinarsi e di documentare lo smontaggio.

Uno studente dell’Università di Hong Kong, il 22enne Billy Kwok, ha detto all’agenzia di stampa Reuters che la rimozione del monumento è “davvero triste”. «È davvero ironico. Non credo che la gente si aspetti che una cosa del genere accada in un’università», ha detto, che dovrebbe essere invece un luogo in cui “la cosiddetta libertà di espressione o libertà di parola” è tutelata.

Due giorni dopo, all’alba, sono state rimosse altre due statue.

Un’opera in bronzo alta 6,4 metri che rappresenta la “Dea della democrazia” che regge una fiamma è stata portata via dalla piazza del campus dell’Università cinese che la ospitava da più di dieci anni. In un comunicato, l’università ha affermato che la “statua non autorizzata” era stata eliminata a seguito di una “valutazione interna”.

La scultura si ispirava a una statua di cartapesta e polistirolo di 10 metri costruita nel 1989 dagli studenti in piazza Tienanmen per simboleggiare la loro determinazione a perseguire la libertà e la democrazia in Cina.

Sempre il 24 dicembre la Lingnan University di Hong Kong ha eliminato una scultura in rilievo dedicata a Tienanmen raffigurante la “Dea della democrazia”, una fila di carri armati fermi davanti al “rivoltoso sconosciuto”, come ritratto in una immagine iconica di Jeff Widener scattata il 5 giugno 1989, e le vittime del massacro.

Quando è stato chiesto da Reuters se le autorità di Hong Kong o cinesi avessero incaricato tutte e tre le università di rimuovere i monumenti dedicati alla memoria di Tienanmen, l’ufficio della leader dell’esecutivo di Hong Kong, Carrie Lam, ha risposto di non avere nulla da dichiarare.

Immagine in anteprima: frame video South China Morning Post via YouTube

Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/hong-kong-repressione-liberta/ – per l’indicazione esatta dell’autore fare riferimento a questo link che contiene il post originale.

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