Milano privatizza San Siro

L’operazione immobiliare attorno alla grande area dello stadio di Inter e Milan è un caso esemplare di un modello speculativo verniciato di ambientalismo

Da qualche anno le due maggiori società calcistiche meneghine aspirano ad avere uno stadio nuovo. Nel frattempo, nonostante la crisi economica dovuta alla pandemia, i processi di speculazione continuano a fluire senza alcuna interruzione, anzi si moltiplicano in questa nuova fase in cui «ripartenza» sembra essere il nuovo logos della classe dirigente. A Milano da sempre lo spazio urbano muta rapidamente, la città è capace di fagocitare il proprio passato senza pensarci due volte, ma è sicuramente negli ultimi anni, durante e dopo Expo2015, che questa tendenza ha assunto una portata di vaste dimensioni, e la «rigenerazione urbana» è diventata il principale motore del rilancio economico.

Sono svariati i progetti in cantiere per i prossimi anni (Pirelli39, MilanoSesto, Villaggio Olimpico di Porta Romana e gli ex scali ferroviari), rigorosamente tutti marchiati con il bollino green della sostenibilità. Non esagera il neo-assessore alla rigenerazione urbana Giancarlo Tancredi quando parla di «rivoluzione urbanistica». La stima è di 13 miliardi di investimenti, tra fondi pubblici e privati, entro il 2030, con oltre 4.000 interventi che interesseranno una superficie di 7 milioni di metri quadrati.

Tra i vari progetti è prevista anche la «rigenerazione» dell’area di San Siro e la demolizione dello stadio Meazza che verrà rimpiazzato da un nuovo impianto collocato all’interno di un intero distretto dedicato a «Sport & Entertainment». Tradotto vuol dire che verrà costruita l’ennesima mega area commerciale con negozi, hotel, superstore e tutto il necessario per agevolare il consumo, a generare più profitti per le società di Milan e Inter. Sono le stesse società, infatti, a promuovere il progetto, a detta loro per adeguarsi alle necessità del calcio moderno ed essere competitivi in Europa. In effetti questo nuovo modello di impianti fatti ad hoc per accogliere più consumatori nelle aree commerciali che tifosi sugli spalti, è già diffuso in alcune città europee e in Italia con lo Juventus Stadium a Torino.

Modello Milano: speculazione più green e social washing

A Milano questi mega progetti di speculazione immobiliare vengono lanciati attraverso grandi campagne di marketing che puntano a esaltare presunti aspetti green e social per renderli più digeribili all’elettorato di sinistra sensibile alle cause ambientali e sociali.

Sul sito nuovostadiomilano.com, appositamente creato da Milan e Inter per sponsorizzare il progetto, si trova un comunicato stampa dove si legge che il «distretto per lo sport e il tempo libero» che sorgerà nell’area di San Siro sarà «pedonale» con «110 mila metri quadri di aree verdi, il 40% dell’area».

Non solo verde, ma anche attenzione all’impatto ambientale: il nuovo stadio è all’avanguardia anche dal punto di vista energetico dato che «l’impianto, inserito in un contesto di verde urbano, sarà completamente a impatto zero e certificato Leed grazie ai migliori materiali e alle più recenti tecnologie di risparmio idrico ed energetico impiegate e all’abbattimento delle emissioni acustiche». Il progetto non fa mancare nulla, i club hanno pensato anche all’aspetto ricreativo, all’interno si svolgeranno «attività ludico-sportive gratuite o convenzionate con il Comune».

Presentato così, potrebbe sembrare un locus amoenus, come appare nelle immagini che stanno circolando in questi giorni: una foto dell’area immersa nel verde, che ha provocato non poche polemiche e tanta ilarità e meme nei commenti sul web. A un’analisi più approfondita lo scenario che emerge è tutt’altro. Nel comunicato stampa vengono descritti solo alcuni aspetti del progetto: non si menziona l’area commerciale, non si parla di che fine faranno le persone che vivono nelle case popolari che saranno abbattute per lasciare posto a nuovi grattacieli, tanto meno si dice che quell’area che fino ad oggi è stata pubblica verrà data in concessione con relativi diritti di superficie per i prossimi 99 anni alle due holding Suning e Eliot. Viene da chiedersi quindi quali siano state le ragioni che hanno mosso il Sindaco Beppe Sala a votare a favore della delibera di conferma della dichiarazione di pubblico interesse dato che di «pubblico» in questo progetto c’è ben poco. In realtà l’intera operazione è coerente a quel «modello Milano» che da anni sta trasformando lo spazio urbano della metropoli lombarda, rendendola una vetrina accessibile solo a una ristretta élite, basta dare un’occhiata ai prezzi degli affitti per averne conferma. Anche questo progetto, insieme all’attacco portato ad altre zone nella stessa area come Piazza d’Armi o l’ex Trotto e le scuderie della storica area ippica milanese, contribuirà a svendere una parte di città pubblica ai privati e a trasformare San Siro da quartiere popolare a zona di prestigio. Inoltre è ancora da chiarire che fine faranno gli abitanti delle case popolari dell’Aler, dato che il progetto di ricostruzione delle stesse non è ancora entrato nell’iter di approvazione.

Il fronte dell’opposizione

Come ci si poteva aspettare, date tutte le criticità del progetto, non tutti i milanesi sono pronti a salutare il Meazza e a lasciare che San Siro si trasformi in una «cittadella ludico-commerciale» per usare le parole del collettivo OffTopic che da anni si occupa del caso facendo un prezioso lavoro d’inchiesta.

Da un sondaggio condotto da Sgw all’inizio del 2020 emerge che il 57% dei milanesi considera inutile il progetto. Sono contrari soprattutto gli abitanti residenti nella zona, preoccupati dagli effetti della lunga cantierizzazione dell’area.

La partita politica sull’approvazione del progetto è stata tutt’altro che lineare, con un atteggiamento altalenante di Beppe Sala che se prima delle elezioni si mostrava ambiguo – ovviamente per compiacere una parte del suo elettorato contraria all’opera – immediatamente dopo le elezioni ha accelerato l’iter per concedere i permessi e dare il via alla realizzazione dell’opera, nonostante un’opposizione interna anche alla sua giunta da parte dei Verdi, contrari fin dall’inizio.

Nel panorama dell’opposizione all’opera sono molteplici i comitati, i partiti, i collettivi e le personalità dello spettacolo. Si guardi in particolare alla nascita del «Comitato Coordinamento San Siro» animato da residenti, collettivi e associazioni sensibili alle cause ecologiste, che da due anni promuovono attività di sensibilizzazione sul territorio per opporsi all’opera e allo stesso tempo propongono un piano di ristrutturazione che porterebbe gli stessi benefici, riducendo al tempo stesso i costi e l’impatto ambientale. Nel frattempo Luigi Corbani del comitato «Sì Meazza», che raccoglie al suo interno vari volti noti tra cui l’ex patron dell’inter Massimo Moratti, fa ricorso al Tar e in linea con il «Coordinamento San Siro» chiede che si opti per una ristrutturazione della struttura, al posto dell’abbattimento totale o parziale. Infine, lo scorso 17 dicembre alla Camera del Lavoro di Milano per la prima volta si è riunita un’assemblea per promuovere la nascita del comitato «Referendum x San Siro», a cui hanno aderito numerose associazioni, comitati e partiti, che si propone di dare parola ai cittadini per decidere quale sarà la sorte del Meazza e del quartiere che lo ospita.

Quest’ultima notizia non è stata accolta bene dal sindaco che in un’intervista ha dichiarato: «Referendum sullo stadio di San Siro? Lo facciano, ma le mie decisioni le ho già prese», per poi cambiare posizione messo alle strette da una forte opposizione pubblica, con una dichiarazione al Giornale in cui ha affermato che «Non bisogna sfuggire al dibattito. Io ho solo chiesto due cose. Siccome con la mia Giunta ho concesso la pubblica utilità poche settimane fa, non è che posso negare un mio atto, quella è la mia posizione di partenza. Secondo, ogni incontro deve vedere intorno al tavolo tutti, ha poca utilità che i comitati dicano a me che dobbiamo rimanere a San Siro, devono convincere le squadre, cosa che io non sono riuscito oggettivamente a fare per due anni, quindi è importante che ci si veda tutti», scaricando così le responsabilità sulle squadre e confermando la totale sudditanza di Palazzo Marino verso le holding, come se fossero queste ultime a dover decidere le sorti del territorio. 

Appare sempre più evidente come il progetto sia per le holding un modo per aumentare il valore delle squadre (nel caso dell’Inter un tentativo per salvarsi dalla bancarotta) per poi rivenderle e per il Comune una fonte di guadagno per avere i fondi utili alla riqualificazione di Selinunte, la parte povera di San Siro.

Chi si oppone al modello urbano di Milano?

A Milano di inquinamento si muore. Ogni anno sono circa 1.500 i morti per esposizione a concentrazioni troppo elevate di biossido di azoto (NO₂), proprio negli ultimi giorni di dicembre è stato imposto il blocco del traffico per l’eccessiva concentrazione di polveri sottili Pm10. Nonostante questi problemi legati all’aria satura di sostanze nocive, negli ultimi anni è stato portato avanti un attacco continuo alle aree verdi della città. Il problema dell’inquinamento atmosferico, non è legato unicamente al traffico di automobili e al costo eccessivo dei biglietti di trasporto per i mezzi pubblici (un biglietto ordinario costa 2 euro!), ma anche alla continua cementificazione e consumo di suolo. 

Un rapporto di quest’anno dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) riporta che tra il 2006 e il 2020 a Milano sono stati impermeabilizzati 2.153,2 ettari di territorio. La percentuale di suolo consumato nella città lombarda equivale al 58% (per fare un paragone Roma raggiunge il 23,5%), proprio per questo motivo sarebbe necessario un intervento serio per bloccare la continua cementificazione. La speculazione immobiliare non è solo un danno per l’ambiente e la salute delle persone, ma anche per le disuguaglianze sociali nei quartieri. È infatti diventato sempre più difficile vivere a Milano a causa dei prezzi degli affitti sempre più alti e in costante rialzo, i processi di gentrificazione si sono spinti ben al di fuori del centro e ormai anche zone come Giambellino, Corvetto, piazzale Cuoco, via Padova vengono colpite in modo sempre più forte da progetti spacciati come opere di «riqualificazione». Il risultato è un graduale processo di espulsione dei poveri dalla città, costretti a spostarsi nei paesi dell’hinterland per trovare luoghi dove il costo della vita non sia esorbitante. 

Per fortuna esistono molti comitati e collettivi che si oppongono a questo modello e chiedono un ripensamento delle politiche di gestione del territorio, come abbiamo visto anche nel caso di San Siro. Pur con richieste e vertenze specifiche per ogni singolo contesto, il leitmotiv di questi gruppi è un attacco alle politiche di Sala e la costruzione di un modello di città realmente vivibile sia da un punto di vista di salute ambientale, sia per quanto riguarda l’accesso e quindi i costi della vita. Milano non è solo la città degli squali della finanza e degli immobiliaristi, è anche la città dove durante la pandemia migliaia di giovani si sono attivati e hanno prestato servizio nelle reti di volontariato e mutualismo  per fronteggiare la crisi sanitaria, è una metropoli piena di comitati, collettivi, gruppi informali che lottano ogni giorno per contrastare l’attacco che viene dai gruppi immobiliaristi che provano a privatizzare e ricavare profitti dall’incessante attività dell’industria edile. È una metropoli piena di contraddizioni, non è solo la patria della finanza popolata da giovani Gordon Gekko, nei suoi quartieri si possono trovare anche migliaia di persone che lottano per un’alternativa al Modello Milano. 

*Federico Scirchio, laureato in filosofia e militante di ecologia politica, si occupa di temi legati all’ecologia e alle nuove tecnologie. 

Fonte: Jacobin Italia – https://jacobinitalia.it/milano-privatizza-san-siro/

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