L’industria dell’infotainment e i suoi cortigiani

Quando il format dei talk show diventa la continuazione della guerra con altri mezzi

Il contesto per brevi tratti può essere descritto così: c’è un nemico alle porte – vero o costruito in questo caso è poco rilevante – e questa presenza richiede l’assiepamento della Nazione per esigenze geopolitiche. Un calcolo delle cancellerie può imporre ad esempio che l’opinione pubblica debba essere convinta che sia arrivato il momento di bombardare la Libia o al contrario di difendere l’Ucraina dalle bombe del nemico. Lo sciovinismo nazionale ne prende atto, la stampa si allinea, e i big players dell’informazione partecipano a una gara per metafore tesa a issare la più implacabile gogna mediatica per il nemico. 

Tutto accade come in un copione abusato. Complice la smemoratezza tipica della neocultura occidentale, tutto ci suona assolutamente nuovo a ogni singola iterazione. Non mi dilungo su questo, Noam Chomsky e molto prima di lui Charles Wright Mills ne hanno ampiamente parlato descrivendo i tratti sociologici dell’era dominata dal complesso militare-industriale. Nonostante l’ampiezza di questo battage sciovinista emergono però immancabilmente ampie crepe e contraddizioni nella narrazione ufficiale, che spesso altro non sono che semplici incrostazioni di vecchio buonsenso. E così anche le rotative arrugginite del polo antagonista (sia esso figlio del terreno del conflitto sociale o di quello più propriamente pacifista) vengono rimesse in funzione. Al coro baritonale degli oligarchi (e dei loro naturali sodali a libro paga) fa da controcanto il coro acuto degli oppositori. È un conflitto ideale e ideologico che vede fronteggiarsi opposte retoriche, potente, soverchiante. Da una parte i D’Annnunzio, dall’altra gli Scalarini. Da una parte i Luttwak, dall’altra i Gino Strada. I primi godono dell’egemonia mediatica donata dalle cannoniere cartacee degli oligarchi, i secondi muovono invece dalle piazze, spesso egemonizzando anche quelle virtuali. Tra i primi domina l’interesse alla mobilitazione nazionale, all’interventismo, all’imbustamento dei proiettili, tra i secondi invece l’interesse al mantenimento della lucidità, alla riattivazione sociale, alla neutralità del paese, alla diserzione. Il terreno del contendere è ovviamente l’opinione pubblica, in essa tutto sorge quindi decanta e infine si spegne. 

La principale tattica di questa contrapposizione retorica consiste ovviamente nello scompaginare la narrazione del campo opposto, in un gioco di sponda agito sulle fragilità e contraddizioni dell’avversario. L’arma propagandistica più efficace resta così – da sempre – quella del dissidente del campo avverso, la figura del pentito. 

La defezione nel campo delle cancellerie ad esempio, può prendere le fattezze di un ministro dissidente che si oppone alla guerra voluta dalla maggioranza del suo stesso governo. Oppure può anche avere la forma di un alto papavero accademico, magari molto noto per le sue entrature nelle alte sfere della difesa, che ora invece propugna a sorpresa la neutralità del paese. Costoro si candidano per ovvie ragioni a divenire delle icone della compagine pacifista. Ci direbbe il Machiavelli che il popolo troverà nel dissidente dell’élite quel novello Principe sotto la cui ala benevola godere di nuova protezione. Ma soprattutto le parole di costui sembreranno più credibili alla pubblica opinione non solo per lo sforzo che si immagina debba fare per tradire il suo ambiente, ma anche perché quelle parole mantengono la medesima forma d’un tempo, veicolando però ora dei contenuti nuovi. Si traghetta in questo modo la credibilità altrove acquisita. 

La storia ci dimostra che un veterano o un generale dissidenti convincono le folle assai più che una moltitudine di Cristi disarmati. Il ministro-colomba indossa ancora infatti quella sua solita cravatta e ha pure quel bel paltò griffato, ostenta ancora quei simboli che anche visivamente ci riportano ai vertici della piramide sociale, lassù, nell’empireo di chi conta qualcosa. L’immediata notorietà  che ne consegue crea per costui una rinnovata e cospicua visibilità posizionale che in ogni volgare calcolo contabile finisce certo nella colonna delle entrate. Qualche grigio burocrate può così essere allettato da questo cambio di casacca, anche (e direi frequentemente) per motivi non propriamente nobili. Certo il «principe del popolo» con tutta probabilità subirà a questo punto il prevedibile ostracismo compatto dell’élite ma potrebbe (nelle giuste condizioni storico politiche) trovare altrove una sua comfort zone, e questa potrebbe prospettarsi perfino più renditiera.

Esiste anche il caso contrario? La defezione mediatica di un oppositore a favore del discorso del suo blocco imperiale? Sicuramente. Ed è giusto qui (e in questo lungo tramonto della cultura occidentale) che compare la figura di quella maschera sociale che possiamo chiamare del «cortigiano interinale».

L’intellettuale ingrigito nell’opposizione, il militante logorato nell’attesa della rivoluzione, il libero battitore politico specializzato nell’imprevisto, oppure anche lo scrittore engagé in declino di notorietà, potrebbero essere molto tentati dall’interpretare questo ruolo. In fondo si richiede all’interprete una narrazione semplice, si tratta di un compito banale quanto facile da indossare: stare formalmente ancora dentro «l’altrove» usando però il frame del dominio. Lisciare il pelo alla retorica ufficiale, alla sua narrazione tossica, ma vestendo ancora quella vecchia tunica da opposizione. Giungere alle medesime conclusioni «fattuali» che in fin dei conti propugna la propaganda mainstream ma rivestendole di una sensibilità politica che ne sarebbe per natura la negazione. Ricordiamo tutti Marco Pannella (ghandianamente certo) indossare una mimetica Croata.

Ecco così giungere l’intellettuale che «da sinistra» festeggia l’invio di «disinteressati doni» della Nato, che dettaglia ogni giorno nei suoi taglienti corsivi la bellicosità potenziale di Saddam Hussein, che ricorda quanto sia berlusconiano Gheddafi e il suo harem. Una maschera narrante intrinsecamente funzionale a sostenere con originali puntelli sociali e finezze retoriche la medesima vulgata che appesta la comunicazione ossessiva del blocco imperiale a cui appartiene. Soffiando il vento nella medesima direzione in cui lo soffiano i padroni del vento. Lo farà sobillando ovviamente, ironizzando, con la retorica liquida d’un mondo liquido, ovviamente; ma ecco che il suo personaggio torna improvvisamente alla ribalta, eccolo uscire dal cono d’ombra mediatico. Ecco che Repubblica gli dedica un inserto, eccolo diventare l’oppositore sagace ospitato con rispetto dal Corsera. I suoi compagni magari stentano a riconoscerlo (la barba incolta però è sempre quella) mentre invece improvvisamente quei cori baritonali degli oligarchi iniziano a riservare qualche rigo dello spartito a questo strano marrano, lo invitano in qualche salotto televisivo, e poi si chiedono, melensi: che sia forse questo il nuovo leader dell’opposizione? Fa notizia la fine del suo isolamento. Eccolo qua, solo qualche istante dopo, schierato a fare il canto acuto, da riempimento.

Potremmo pensare questa sia una caratteristica tipica del trasformismo all’italiana, di quell’eclettismo politico che vide ascendere al rango di Duce un vagabondo socialista (antimilitarista e bestemmiatore) che guidò poi l’Italia nella sua peggiore avventura clericale e militarista, ma non è questo il livello. Non è nemmeno quello della «quinta colonna» traditrice e mercenaria. Siamo in una di quelle repliche in cui la storia si ripete come burla, siamo nei tempi supplementari della società dello spettacolo, e il format dell’informazione è ormai quello di un «giornale luce» indissolubilmente fuso con i volti e le inquadrature di una puntata di «x factor». Persino Kim Jong-un ora fa quei suoi nuovi video coi missiloni all’interno di un format in cui sembra proprio voler interpretare il cattivo della Marvel, ad attestare quando l’immaginabile in quest’epoca sia inesorabilmente confinato. Qui da noi invece l’infotainment e i suoi troll finiscono solo per essere la desublimazione repressiva della mobilitazione sociale. 

L’ascesa o discesa mediatica di questi personaggi ricorda così più le meteore che l’infinito ciondolare dei pianeti. Le loro episodiche fiammate di notorietà sono figlie dei tempi dei meme nell’era degli influencer, non sono certo le battaglie parlamentari d’un rinnegato Kautsky. Dal format si migra alla politica e da questa si ritorna nuovamente al format, con estrema disinvoltura.

E così la cortigianeria ha un suo spazio mediatico e spesso termina in quello, è insomma interinale. Che sia cortigiano interinale il rinnegato Zjuganov (che accompagna con bandiere rosso brunite alla guerra imperiale l’ultimo volto della matrioska del potere) o che lo sia nel nostro campo geopolitico un ex militante di Lotta continua che incarta ogni giorno sul suo foglio i doni della Nato per Azov – suggerendo però di scriverci «armi per il Mir» sull’etichetta – poco cambia, si tratta dell’opposizione di cartone che ciascun oligarca imperialista vorrebbe trovarsi in casa nei giorni della chiamata alle armi dei diciottenni, o in quelli ancor più distopici dell’arruolamento mercenario di esaltati che pensano di partecipare a un videogame. Il compito del cortigiano interinale è di benedire le stesse casse di munizioni per motivi diversi.

A noi non resta che ricostruire la nostra Zimmerwald, uno spazio e un luogo dell’internazionalismo che non ceda alla retorica degli oligarchi, sordo a ogni crepitio di logore bandiere nazionali, alle forniture militari di pace e alla discesa in campo degli ultimi coscritti tra i fischi dei proiettili. Noi siamo disertori alle guerre tra le nazioni e in special misura quando la questione sociale non sostanzia il principio dell’autodeterminazione. Non daremo il nostro sangue per nessuna oligarchia minore. La liquefazione degli eserciti è per noi una prospettiva sociale, è da sempre la premessa e il contesto in cui una resistenza rifonda «nella» questione sociale una lotta di liberazione nazionale. Tutto per noi inizia quando gli eserciti si disarticolano. Il resto in quest’epoca è solo arruolamento ausiliario in una compagine imperiale o peggio nel ruolo di pedoni sacrificali della sua squallida partita.

*Giancarlo Ghigi, laureato in Scienze Politiche all’Università degli Studi di Padova, è libero professionista nel settore della comunicazione e attivista nella tutela dei beni comuni. Ha collaborato con Pearson, Il Mulino, Inchiesta, Stati Generali, Il granello di Sabbia.

Fonte: Jacobin Italia – https://jacobinitalia.it/lindustria-dellinfotainment-e-i-suoi-cortigiani/

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