Valerio Evangelisti: Il giardino degli antiamericani suicidi

Ci ha lasciato Valerio Evangelisti, un compagno di quelli imprescindibili. Rimangono i suoi libri, i suoi articoli, l’esempio del suo rigore. Era un comunista che non ha mai perso la bussola.

Il dilagare dell’antiamericanismo, a cui assistiamo ultimamente, è un fenomeno davvero inquietante. Certa gente, ingrata, si scorda il debito che abbiamo tutti nei confronti degli Stati Uniti, del loro popolo, della loro cultura. Un debito enorme, difficile da estinguere. Eppure c’è chi si dedica al facile sport della denigrazione, o a quello, non meno grave, dell’oblio.Vogliamo fare i nomi? Facciamoli. Giuliano Ferrara, Oriana Fallaci, Fiamma Nierenstein, Maria Giovanna Maglie, Gianni Riotta, Vittorio Feltri e decine e decine di altri, fino ad Alberto Sordi e a Paolo Villaggio. Il peggio è che tutti costoro si sono convertiti all’antiamericanismo viscerale subito dopo l’11 settembre, e cioè nel momento stesso in cui gli Stati Uniti non dovevano essere lasciati soli. Disprezzo, ignoranza o cos’altro? Credo ignoranza, o almeno voglio pensarlo. Basterebbe un semplice test. Domandare ad alcuni dei personaggi che ho elencato chi sia Jello Biafra. Sembra impossibile ma non lo sanno, così come non sanno chi fossero i Dead Kennedys (se non nel senso letterale dell’espressione). Nessuno di loro ha mai letto Due tette e niente testa di Naomi Jaffe e Bernardine Dohrn, Fallo! di Jerry Rubin, Cogliere l’occasione di Bobby Seale, La controrivoluzione globale di Huberman e Sweezy, Lavoro e capitale monopolistico di Harry Braverman, Col sangue agli occhi di George Jackson, La crisi fiscale dello Stato di James O’ Connor, La prossima volta il fuoco di James Baldwin. Sto citando ovviamente alla rinfusa: è evidente che nessuno può conoscere tutti i libri esistenti. Ma se uno vuole occuparsi di Stati Uniti d’America, qualcosina dovrebbe sapere. Altrimenti nasce il sospetto che una lacuna limitata e superficiale ne nasconda altre abissali; che non sapere chi sia Jello Biafra segnali l’ignoranza più completa di chi fossero Big Bill Haywood ed Elizabeth Gurley Flynn, Eugene Debs e Daniel DeLeon. Gli antiamericani di professione non sanno certamente nulla degli scioperi durante la guerra di secessione, dell’organizzazione degli Knights of Labor, dell’epopea dinamitarda dei Molly Maguires, dell’anarchismo di Johann Most. Non hanno mai udito parlare delle lotte multietniche di Lawrence e Paterson, dello sterminio pianificato e sistematico degli Industrial Workers of the World. Conoscono Arlo Guthrie per qualche vecchio film, ma ignorano Woody. La nascita della CIO li lascia indifferenti (a loro preme solo la CIA).

Interpellati su tutto ciò e su altro ancora, risponderebbero che si tratta di fenomeni marginali. Un punto di vista del tutto identico a quello di Bin Laden. Ma è marginale il fatto che, negli Stati Uniti, il movimento studentesco degli anni Sessanta sia riuscito a bloccare la guerra nel Vietnam? E’ marginale che si sia saldato con la disaffezione dei soldati e il rigetto dei veterani, capaci di disfarsi di medaglie e nastrini in impressionanti riti collettivi?

Marginale un accidente. Esiste, ed è sempre esistita, un’America non inquadrata nelle scelte delle élites al potere. Capace, all’occorrenza, di rovesciarle, malgrado una repressione senza riscontri al mondo, per volontà di annientamento. Da Joe Hill a Wesley Everest, castrato e impiccato dall’American Legion, da Sacco e Vanzetti ai Rosenberg, da Fred Hampton a Mumia Abu-Jamal a Silvia Baraldini, il capitale statunitense si è sempre liberato senza troppe cerimonie degli elementi perturbatori. In linea con la politica condotta sul piano internazionale, priva di scrupoli nel sostenere regimi inverecondi e nell’abbatterne altri solo indocili, con totale disprezzo per la loro sovranità. Non è mai riuscito, però, né a sintetizzare l’anima del paese, né a cancellarne completamente i sussulti libertari. In piena “era Reagan”, quando in America Centrale governi votati al genocidio erano proposti a modello e i militanti delle squadre della morte venivano promossi eroi, negli USA operavano oltre 2000 comitati di sostegno al Salvador. Attori di fama come Christopher Walken, Martin Sheen, Ed Harris si mettevano in marcia verso il Nicaragua minacciato da bande mercenarie. Si faccia un parallelo con i Sordi e i Villaggio che, patetici su un palco, agitano uno straccetto a stelle e strisce. L’America era la prima. La seconda è la sua miserevole caricatura. Anzi, diciamo pure che ne è l’antitesi. Gli antiamericani di professione, arrivati fin qui, diranno che la tolleranza delle espressioni di dissenso è l’ennesima dimostrazione della grandezza delle forme di governo statunitensi, capaci di tollerare gli anticorpi. Balle. Molti dei nomi che ho elencato corrispondono ad omicidi, ad arresti arbitrari, a forme di emarginazione. Degli scrittori che ho citato, almeno due sono morti di morte violenta, mentre altri si sono fatti anni di prigione. Le organizzazioni cui taluni di essi appartenevano, tipo gli IWW, le Pantere Nere, il Partito Comunista, sono state oggetto di infiltrazioni, assassinii individuali, provvedimenti di messa al bando. Le espressioni artistiche sono state meno colpite, certo. Però l’attrice Jean Seberg fu costretta dall’FBI ad abortire e poi spinta al suicidio. Il documentario di Barbara Trent The Panama Deception, che documenta la verità sul massacro compiuto dai marines a Panama nel 1989, negli USA non ha mai circolato, pur avendo vinto l’Academy Arward. Il film di Haskell Wexler Latino (Urla di guerra dal Nicaragua) venne proiettato in una decina di cinema, tra New York e San Francisco, sebbene tra i finanziatori avesse nientemeno che George Lucas. Un’apposita commissione, l’USIA, visiona tuttora i film in produzione a Hollywood, e nega o accorda il suo benestare alla realizzazione e all’esportazione a seconda dei contenuti.

Il popolo americano, sia nelle sue espressioni antagonistiche, sia nella sua componente maggioritaria estranea alla politica (e poco interessata al ruolo di gendarme del mondo), è dunque sottoposto a violente forme di disinformazione che, se inefficaci, possono sfociare nella brutalità più spietata. Quel popolo va aiutato, capito, incoraggiato – perché no, amato.Lo chiedeva di recente una accorata Lettera di 102 intellettuali americani ai loro amici europei, che si apriva con una riflessione importante: “Il sofisma fondamentale di coloro che fanno l’apologia della guerra è confondere i ‘valori americani’ con gli effetti dell’esercizio del potere degli Stati Uniti all’estero”. Continuava mettendo in guardia dal “timore di essere etichettati ‘antiamericani’: la stessa etichetta che viene assurdamente applicata agli Americani che si oppongono alle politiche belliciste, le cui proteste sono facilmente annegate nel fiotto di considerazioni scioviniste che domina i media statunitensi”. E asseriva che “la maggior parte dei cittadini americani non sanno che gli effetti del potere degli Stati Uniti all’estero non hanno niente a che vedere con i ‘valori’ celebrati nel loro paese e che, di fatto, servono spesso a privare la gente di altri paesi della stessa possibilità di provare a fruire di quei valori, se lo desidera.” Chi scrive su questa rivista avverte il preciso dovere di raccogliere l’appello. Si è nutrito di una letteratura che, se non è nata in America, là ha comunque trovato il suo massimo rigoglio. Ha concepito mondi alternativi attraverso la fantascienza avventurosa e favolosa, ha sogghignato amaro tramite Robert Sheckley e Philip K. Dick, ha conosciuto gli inferni metropolitani sulle pagine di Hammett, Goodis, Thompson, ha coniugato l’aspro realismo di Steinbeck e di Dos Passos con la modernità ribelle di Sol Yurick e di Chuck Pahlanjuk, ha imparato da Ellroy la scabra attinenza col presente della

narrativa di genere. Un debito enorme, che oggi gli impone di difendere l’America che ama da chi la denigra fingendo di esaltarla, mentre esalta solo il suo governo e la sporcizia e il sangue di cui dissemina il mondo.E’ una lotta per certi versi analoga a quella contro l’antisemitismo feroce di chi vorrebbe amalgamare all’ebraismo, o a qualcosa a esso attinente, l’attuale violenza del governo di Israele. E’ un contare sulla cattiva memoria. Come se ci si fosse già dimenticati che due anni fa (sembra una vita) i ragazzini palestinesi uccisi erano più di un’ottantina, quando è caduto il primo israeliano; dopo di che la progressione della barbarie era avviata. Ma, soprattutto, come non si sapesse che tantissimi ebrei, di Israele e di tutto il mondo, avevano espresso fin dal primo istante il loro raccapriccio, per atti che ferivano la loro storia prima ancora che le loro credenze. Il parteggiare per il governo israeliano nel momento stesso in cui umilia un altro popolo, l’esaltare l’amministrazione Bush allorché promuove guerre senza fine e rispolvera il peggiore arsenale dell’imperialismo (con tentato golpe in America Latina incluso nel campionario), sono in realtà altrettante espressioni di un atteggiamento sempre più corrente: quello di irridere alle vittime e di attribuire ogni possibile ragione agli aguzzini, magari presentando questi ultimi, con una serie di sofismi, nei panni abusivi dei perseguitati. E’ un rovesciamento di valori morali di portata epocale, che lascia scorgere la sostanza spirituale del capitalismo scorta da Max Weber nell’etica protestante: successo e potenza sono segni certi di conformità al bene, debolezza e sconfitta riflettono adesione al male e tare ripugnanti. Così si acclama a gran voce la giornalista che incita all’odio

contro gli immigrati, il commentatore che denuncia l’arroganza dei palestinesi acquattati nei loro villaggi ridotti in macerie, il saggista che ci dimostra l’inferiorità connaturata di civiltà devastate dal colonialismo. Vincere non è solo bello: è anche giusto. Schiacciare gli sconfitti significa punirli della loro abiezione. Chi si ribella all’inversione dei valori è un ingenuo abbarbicato alla favoletta del politically correct, e merita la sorte di coloro per cui si schiera. Adottato questo schema, si ha la cifra esatta di tante prese di posizione recenti. Comunque Carmilla non può occuparsi di tutto. Questo numero vuole essere anzitutto un duro colpo all’antiamericanismo. Da leggere con la cuffia sulle orecchie mentre si riascoltano i Circle Jerks e i Public Enemy, gli Steppenwolf e Woody Guthrie. Le voci vere di un’America vera, che va aiutata a sottrarsi al destino indicato da Richard Wright nel più bello dei suoi romanzi, Fame americana: “Se questo paese non riesce a trovare la via di un sentiero umano, se non può informare il proprio comportamento con un senso profondo della vita, allora tutti noi, neri e bianchi, finiremo nella stessa fogna”.

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Fonte: Rifondazione Comunista – http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=50301

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