Ha ancora senso considerare l’India di Modi “la più grande democrazia del mondo”?

Ha ancora senso considerare l’India di Modi “la più grande democrazia del mondo”?

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11 min lettura

di Matteo Miavaldi

Lo scorso mese di marzo, già nel vivo del conflitto portato dalla Russia in territorio ucraino, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha descritto come «traballante» la volontà dell’India di prendere una posizione netta contro la Russia.

Con l’India succede sempre così: uno Stato da 1,4 miliardi di persone – probabile paese più popoloso della Terra quando arriveranno i dati ufficiali dell’ultimo censimento indiano – capace di rimanere anche per mesi fuori dal cono d’ombra dello scrutinio internazionale. Finché, improvvisamente, ci si ricorda della sua esistenza. 

Questa volta il pretesto è arrivato dal Palazzo di Vetro di New York il 25 febbraio 2022, quando i membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sono stati chiamati a votare la risoluzione di condanna dell’«operazione speciale» russa in Ucraina, promossa da Stati Uniti e Albania. La Russia, membro permanente del Consiglio, ha fatto valere il proprio diritto di veto, bloccando la risoluzione; tra gli altri Stati membri è finita con 11 voti a favore e tre astensioni: Cina, Emirati Arabi Uniti e India.

Lo spettro delle interpretazioni a posteriori della stampa occidentale ha presentato una serie di alternative: 

  1. L’India si è astenuta, quindi appoggia Putin e ha tradito il cosiddetto «blocco democratico liberale».
  2. L’India si è astenuta perché dipende troppo dalle importazioni di armi ed energia dalla Russia, quindi appoggia Putin e ha tradito il cosiddetto «blocco democratico liberale».
  3. L’India si è astenuta per consuetudine storica, la Russia per decenni è stata il principale alleato di New Delhi nella regione all’interno di una dottrina del non-allineamento cara al paese sin dall’Indipendenza del 1947. E quindi appoggia Putin e ha tradito il cosiddetto «blocco democratico liberale».

Il tradimento, la postilla «o con noi o contro di noi» che da qualche mese a questa parte la fa da padrone nel discorso pubblico internazionale è uno schema interpretativo che esclude un’analisi profonda e smaliziata delle ragioni storiche, strategiche e politiche che hanno prodotto l’astensione indiana. 

Partiamo dalle ragioni storiche. 

Dal 1947 a oggi l’India, in chiave geopolitica, ha sostanzialmente mantenuto un’equidistanza tra blocchi e schieramenti che le ha permesso di stringere rapporti e alleanze bilaterali di scopo, libera da qualsiasi vincolo di appartenenza. 

È l’onda lunga della dottrina del non-allineamento introdotta dal primo ministro Jawaharlal Nehru all’alba dell’India indipendente, quando il sogno di una terza via alternativa ai blocchi di Usa e Urss accomunava gran parte dei paesi sorti da movimenti di liberazione post-coloniali. 

Con la fine della Guerra Fredda e, più recentemente, con la sferzata di realpolitik portata dalla globalizzazione, la via indiana alla geopolitica – mandata in soffitta l’ambizione politica collettiva e terzista dei paesi non allineati – si è sovrapposta perfettamente a un contesto geopolitico di fatto multipolare, in cui tutti sono alleati di tutti e di nessuno. E in cui guerra e affari – salvo casi eccezionali piegati alle cicliche sanzioni internazionali – sono condotti su rette parallele: si portano avanti insieme, senza incrociarsi mai.

Quindi, nella pratica, l’India può mantenere al Consiglio di Sicurezza dell’Onu una consuetudine di astensione piuttosto radicata – si è astenuta nel 1991 sulla guerra in Iraq, nel 1992 sulla guerra in Jugoslavia, nel 2011 su quella in Libia… – e continuare serenamente a occuparsi dei propri affari con chiunque, senza temere stravolgimenti radicali del proprio posizionamento internazionale. Nelle ultime settimane, lo ha fatto con Francia, Germania, Stati Uniti e, addirittura, con la Cina, con cui prosegue la normalizzazione dei rapporti dopo gli scontri tra militari cinesi e indiani sull’Himalaya del maggio 2020. 

E lo ha fatto con la Russia, paese con cui l’India intrattiene da decenni rapporti di collaborazione molto proficui. Fu l’Unione Sovietica infatti a fornire alla neonata Repubblica indiana – all’epoca, e fino alle liberalizzazioni del 1991, orgogliosamente «socialista» – consulenza, formazione e supporto tecnico-scientifico. 

La lunga amicizia tra Mosca e New Delhi ha radici storiche, strategiche e geografiche molto chiare. Da un lato, l’incompatibilità di un’alleanza con la Cina in ascesa prima come leader asiatico e poi come leader globale, ruoli che l’India ha sempre immaginato alla propria portata; dall’altro, i rapporti a lungo tesi con l’amministrazione statunitense che, in modo sistematico, ha condiviso intenti politico-militari (non sempre cristallini) col vicino Pakistan, tecnicamente considerato tuttora uno Stato belligerante da New Delhi.

Rimaneva allora l’Unione Sovietica – aperta a una partnership strategica che non includesse l’adesione totale al blocco – e rimane oggi la Russia, con la sua energia venduta a buon mercato, ma che l’India acquista in percentuali ridicole.1,3% delle importazioni di carbone, 1% delle importazioni di greggio, il gas naturale che l’India compra dalla Russia è pari allo 0,2% delle esportazioni di Mosca. Cifre troppo basse per tenere in ostaggio la politica estera indiana.

Diverso, almeno aritmeticamente, il discorso sulle armi russe, la spina dorsale della potenza bellica indiana. Secondo le stime più recenti, tra il 60 e l’85% delle importazioni di armamenti complessive in India proviene dalla Russia. 

Ma, almeno dal 2010, l’India sta progressivamente cercando di affrancarsi per non dipendere da Mosca. Tra il quinquennio 2011-15 e il 2016-20, si legge su Indian Express, le importazioni di armamenti da parte indiana sono scese del 33%. Il quotidiano indiano, citando il rapporto dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri) del 2021, indica: «La Russia è stato il principale fornitore di armi per l’India sia nel 2011-15 sia nel 2016-20. Ma le consegne russe sono scese del 53% tra i due periodi e la percentuale nelle importazioni di armamenti complessive è scesa dal 70 al 49%».

New Delhi si sta rivolgendo sempre più a partner commerciali come Stati Uniti – primo esportatore di armamenti al mondo, il doppio della Russia – Francia e Israele. Cui si aggiunge il potenziamento della produzione locale anche in collaborazione con partner stranieri, più complicata a causa del vincolo di trasferimento di tecnologie belliche che New Delhi vorrebbe imporre ai partner, e che quasi tutti i partner – ad esclusione, fatalità, della Russia – si guardano bene dall’accettare.  L’India che vuole diventare superpotenza sa che non può permettersi alcun tipo di dipendenza, soprattutto nel settore bellico.

Non a caso, fresco di rielezione al secondo mandato da primo ministro, il leader del Bharatiya Janata Party (Bjp) Narendra Modi ha sublimato il proprio progetto politico per l’India di domani nello slogan Atmanirbhar Bharat: ovvero, «India Autosufficiente».

Il tema dell’autosufficienza, della non dipendenza da terzi e della libertà d’azione in ambito geo-strategico, viene spesso colpevolmente sottovalutato quando si parla di India. Eppure molto ha a che fare con l’ambizione che ispira qualsiasi mossa di New Delhi sullo scacchiere geopolitico.

L’India di Modi, un po’ come l’Italia fascista di Mussolini, intende recuperare il proprio passato di splendore pre-coloniale – cioè pre-islamico e pre-britannico – e “riprendersi” il posto che le spetta di diritto tra i vertici della comunità internazionale. Che questo paradigma sia storicamente accurato o intriso di populismo pseudo-mitologico non importa granché, ai fini dell’analisi. Importa invece fissare come punto di partenza analitico non cosa l’India possa fare per “noi” – occidente? Democrazie liberali? “mondo libero”? – ma cosa l’India abbia intenzione di fare di sé, e se quello che “noi” vorremmo dall’India rientra nei suoi piani.

La risposta a un simile quesito è no. Non rientra nei piani indiani abbandonare la propria equidistanza e mettere immediatamente a repentaglio i buoni rapporti che intercorrono tra Mosca e New Delhi. Anche perché, dalla prospettiva indiana, qual è l’urgenza? Il conflitto in corso in Ucraina, nonostante il tuonare della propaganda da una e dall’altra parte, non è una guerra mondiale. Almeno, non ancora.

Difficile sostenere il contrario se si prende in considerazione che un intero subcontinente da 1,4 miliardi di persone – cioè un quinto della popolazione mondiale – appare assolutamente disinteressato alle sorti ucraine, tanto che nella piramide di notiziabilità dei media in lingua inglese indiani, la cronaca della guerra in Ucraina è decisamente relegata verso il fondo. Per quelli nelle lingue locali, spesso si tratta proprio di una non-notizia.

Del resto, in questi anni e soprattutto in questi mesi, di cose in India ne sono successe parecchie. Sono perciò altri i temi che importano all’opinione pubblica, alla politica e ai media.

Nel solo mese di aprile, in concomitanza con le festività religiose di Hanuman Jayanti e Ram Navami – rispettivamente il compleanno del dio Hanuman e quello del dio Ram, entrambi del pantheon hindu – la tensione tra la maggioranza hindu e la cospicua minoranza musulmana è tornata a insanguinare il paese.

Da New Delhi al Madhya Pradesh, dal Gujarat al Rajasthan, migliaia di hindu si sono riversati per le strade per celebrare ricorrenze che interessano due tra le divinità più “bellicizzate” dalla propaganda ultrahindu degli ultimi decenni. E con bellicizzate si intende anche iconograficamente mostrificati, incattiviti, anabolizzati: due divinità tutte muscoli e marzialità, sbandierate in faccia alle minoranze non-hindu del paese come dire: «Vedi questa? Significa che non ti vogliamo».

È il messaggio che dall’inizio del secolo scorso diffonde nel paese la galassia dei gruppi ultrahindu, ora componente politico-religiosa prevalente all’interno del Bharatiya Janata Party di Narendra Modi: i suoi membri – compreso Modi, cresciuto politicamente in quei gruppi extraparlamentari – si ispirano alla dottrina dell’hindutva, il suprematismo hindu secondo cui l’India è la casa degli hindu, e basta. Tutti gli altri – a partire dai musulmani, oltre 200 milioni nel paese  – o accettano uno status di cittadinanza di serie b, oppure è bene che se ne vadano da qualche altra parte.

Ma torniamo ai “festeggiamenti”. Organizzati dai quadri delle formazioni ultrahindu locali, migliaia di giovani hindu hanno sfilato per le strade cantando e ballando la loro devozione.

In molte località, specie a maggioranza musulmana, sono però apparse tra la folla sciabole e pistole, mentre dai sound system pompava la disco-identitaria di Disc Jockey Hindutva, riprendendo questo interessante articolo di Brahma Prakash pubblicato su Scroll.in. Un altro pezzo di Scroll.in, firmato da Aishwarya Yier, linka e riporta i testi di alcune delle canzoni più gettonate tra la gioventù dell’estremismo hindu rajasthano, con passaggi come:

«Il giorno in cui gli hindu si sveglieranno, la conseguenza sarà

Che chi indossa lo zucchetto si inginocchierà e dirà viva viva lord Ram

Il giorno in cui il mio sangue ribollirà nelle vene, ti rimetterò al tuo posto

E allora non parlerò più, lo farà la mia spada»

A suon di «jai shri ram! jai shri ram!» – «viva viva lord Ram» – i fedeli hanno sfilato nei quartieri a maggioranza musulmana, di fronte a moschee e luoghi di ritrovo della comunità islamica, sventolando bandiere e vessilli arancioni, il colore dell’hindutva.

I musulmani, specie i più giovani, hanno risposto alle provocazioni lanciando pietre contro gli hindu, scatenando scontri intercomunitari che ormai da anni, a cadenza regolare, interessano larghe parti del paese.

La polizia, come da copione, è intervenuta per «sedare gli animi». I giorni seguenti, le pagine dei quotidiani riportavano il solito bilancio di sangue e arresti: feriti a decine, e decine gli arrestati, soprattutto musulmani.

Ma questa volta, si è aggiunta una novità che indica l’ennesima escalation tra le due comunità: da una parte, i musulmani; dall’altra, gli hindu, la polizia e lo Stato.

Nel quartiere di Jahangirpuri, periferia nord di New Delhi a maggioranza musulmana, e nel quartiere a maggioranza musulmana di Khargone, in Madhya Pradesh, il giorno dopo gli scontri si sono presentate in strada le ruspe. Mandate dalle rispettive amministrazioni locali, guidate dal Bjp, col compito di demolire «edifici e insediamenti costruiti illegalmente».

Nonostante l’ordine di sospensione delle demolizioni emanato dalla Corte suprema, per due giorni i bulldozer hanno raso al suolo decine di proprietà di cittadini musulmani. Quali? Quelli accusati di aver preso parte al lancio di pietre dei giorni precedenti.

Tra le vittime di questa spedizione punitiva extragiudiziale c’è anche Wasim Sheikh, commerciante del distretto di Khargone che la polizia ha inserito nella lista di chi ha lanciato pietre contro i caroselli hindu. Wasim Sheikh ha entrambe le braccia amputate

Da Modi in giù, nessuno nel governo né nel Bjp – partito di maggioranza – ha speso una parola di condanna nei confronti della maggioranza hindu. Anzi. 

I lacché governativi, che presidiano talk show e redazioni giornalistiche – quando non li conducono o dirigono, salvo rarissime eccezioni – hanno martellato l’opinione pubblica con una ricostruzione faziosa e vittimista già proposta nei numerosi casi analoghi che hanno interessato la società indiana negli ultimi dieci anni: gli hindu non stavano facendo nulla di male, sono stati provocati e si sono difesi.

Pratap Bhanu Metha, accademico ed editorialista dell’Indian Express, nel suo commento pubblicato pochi giorni dopo gli scontri, ha scritto: «Ora in India ci sono quasi tutte le precondizioni per una violenza stile pogrom diffusa. Si ha quasi il terrore al pensiero che l’India abbia raggiunto un punto dove la domanda non è più “se”, ma “quando”».

Da anni intellettuali, scrittori, accademici, ONG e analisti mettono in guardia l’opinione pubblica internazionale: l’India è una pentola a pressione e sta per esplodere.

Oltre all’odio intercomunitario incessantemente incoraggiato da personaggi vicinissimi o organici all’amministrazione Modi – per motivi di spazio non ci possiamo dilungare oltre, ma vi invito a digitare in un motore di ricerca Amit Shah (ministro degli Interni) e Yogi Aditiyanath (chief minister dell’Uttar Pradesh) – alcune delle precondizioni cui fa riferimento Metha sono indice lampante della parabola disastrosa intrapresa dal 2014 ad oggi dalla cosiddetta «più grande democrazia del mondo».

Il tasso di disoccupazione in India continua a essere altissimo. Come altissima è l’adesione ai lavori saltuari non specializzati promossi da programmi di impiego governativi ad hoc. Significa che il sistema India non riesce a creare posti di lavoro stando al passo della crescita demografica. Il risultato è: sempre più giovani disoccupati, sempre più giovani pronti a entrare nei ranghi delle uniche organizzazioni davvero capillari del subcontinente indiano, quelle ultrahindu.

L’India è il primo paese al mondo per sospensione della rete internet ordinato dallo Stato. Cioè, quando le autorità decidono in casi eccezionali – durante scontri intercomunitari o elezioni – di tagliare fuori dalle comunicazioni intere aree del proprio territorio. È una strategia comune del governo indiano, specie nella regione del Kashmir – a maggioranza musulmana – interessata da blackout di mesi. Secondo Access Now, l’India nel 2021 l’ha fatto 106 volte; al secondo posto, il Myanmar, con 15 volte.

Il primo gennaio 2022 il governo indiano ha modificato la normativa che permette alle organizzazioni non governative attive in territorio indiano – locali e straniere – di poter raccogliere e utilizzare donazioni provenienti dall’estero. In 24 ore, quasi 13mila ong si sono ritrovate la licenza per accedere alle donazioni straniere scaduta, e dovranno rifare richiesta ufficiale all’esecutivo. 

Ndtv scrive che «respingere la richiesta di licenza è considerata dagli oppositori del governo una strategia per sopprimere le organizzazioni il cui lavoro o i cui funzionari non sono considerate sufficientemente a favore del governo».

Secondo il rapporto pubblicato da The Polis Project, tra maggio 2019 e agosto 2021 in India sono state documentate 256 istanze di violenza ai danni di reporter sul campo. La cifra include anche l’incarcerazione arbitraria, le minacce e le percosse subite per mano della polizia.

Nel World Press Freedom Index 2022 stilato da Reporters Sans Frontiers, l’India si è classificata al 150esimo posto, perdendo 8 posizioni rispetto all’anno precedente. Nella stessa classifica, la Russia di Vladimir Putin si trova al 155esimo posto.

E questa è solo l’aneddotica più superficiale e recente dell’epopea modiana in India. Parlare di Kashmir, repressione del dissenso, persecuzione dei dalit, propaganda cinematografica, raid mirati dell’agenzia delle entrate alle redazioni indipendenti, arresti e incarcerazioni arbitrarie di decine di attivisti, giornalisti, poeti e scrittori invisi al governo richiederebbe molto altro spazio.

Ma quanto detto fin qui può contribuire a inquadrare meglio le motivazioni delle recenti prese di posizione indiane in ambito internazionale. E incoraggiare una riflessione: ha ancora senso, alla luce della cronaca indiana degli ultimi dieci anni, continuare a considerare acriticamente l’India di Modi come «la più grande democrazia del mondo», potenziale alleato – riluttante – del «free world»?

Immagine in anteprima: Prime Minister’s Office, Government of India, GODL-India, via Wikimedia Commons

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/india-modi-democrazia/ – per l’indicazione esatta dell’autore fare riferimento a questo link che contiene il post originale.

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