Ahmadreza Djalali: “Sono uno scienziato, non una spia”. L’Iran annuncia l’impiccagione imminente del ricercatore iraniano-svedese

Ahmadreza Djalali: “Sono uno scienziato, non una spia”. L’Iran annuncia l’impiccagione imminente del ricercatore iraniano-svedese

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Altre volte in passato si era già manifestato in tutta la sua crudeltà lo spettro dell’esecuzione. Questa, però, potrebbe davvero essere l’ultima: l’impiccagione di Ahmadreza Djalali, cittadino iraniano-svedese, è prevista entro il 21 maggio.

A comunicarlo le autorità iraniane, come riferito da Amnesty International, da anni impegnata a seguire il suo caso e per la quale Djalali è un prigioniero di coscienza. L’avvocata della difesa ha confermato che l’ordine è partito.

L’annuncio ha coinciso – come riportato dal New York Times – con la conclusione, in Svezia, di un caso giudiziario storico che ha visto come imputato un ex funzionario iraniano processato per crimini contro l’umanità.

Sotto la giurisdizione universale (che permette ai governi di perseguire i cittadini stranieri per crimini di guerra e altri crimini contro l’umanità, indipendentemente dal luogo in cui sono stati commessi) i pubblici ministeri svedesi hanno chiesto l’ergastolo per il funzionario Hamid Nouri, arrestato nel 2019 durante un viaggio in Svezia, accusandolo di essere responsabile dell’esecuzione di massa di 5.000 dissidenti avvenuta in Iran negli anni ’80. Nouri ha negato le accuse. Il verdetto è atteso a luglio.

Come racconta su Washington Post il giornalista Jason Rezaian (pure lui arrestato e condannato per spionaggio, come Djalali, al termine di un processo che si è svolto in Iran a porte chiuse nel 2015 e che ha scontato 544 giorni di carcere), il governo iraniano sta facendo tutto il possibile per bloccare la sentenza. Il ministero degli Esteri ha convocato l’ambasciatore svedese a Teheran mostrando contrarietà rispetto al procedimento. Poco dopo il governo svedese ha chiesto ai propri cittadini di evitare viaggi non necessari in Iran. Non è chiaro se questa decisione sia dovuta alla rinnovata minaccia alla vita di Djalali o al presunto arresto di un altro cittadino svedese, un turista in visita in Iran.

Per Rezaian una probabile esecuzione di Djalali rappresenterebbe un precedente allarmante. A meno che i governi democratici non si uniscano e trovino il modo di scoraggiare la presa di ostaggi da parte dello Stato iraniano, esiste il pericolo concreto di un aumento di casi analoghi con un numero maggiore di paesi che potrebbero trovarsi ad affrontare la situazione in cui si trova attualmente la Svezia.

I gruppi per i diritti umani hanno condannato la Repubblica islamica per quello che hanno definito “un modello” di diplomazia degli ostaggi, in base al quale i cittadini con doppia cittadinanza o stranieri vengono arrestati con accuse inventate di spionaggio e poi sfruttati politicamente per liberare fondi congelati o riscuotere crediti (come nel caso di Nazanin Zaghari-Ratcliffe) o, ancora, per essere scambiati con cittadini iraniani incarcerati in altri paesi.

«La magistratura iraniana, annunciando la propria intenzione di mettere a morte Djalali, ha chiarito che si tratta di un ostaggio e che la sua vita viene utilizzata per influenzare una decisione giudiziaria in Svezia», ha affermato Hadi Ghaemi, direttore del Centro per i diritti umani in Iran, una ONG con sede a New York che promuove la protezione e la difesa dei diritti umani.

Secondo quanto riferito dai media iraniani, il portavoce della magistratura, Zabihollah Khodaian, ha negato la correlazione tra i casi di Djalali e Nouri o che l’Iran stia cercando uno scambio.

«Non si sta discutendo di uno scambio e la magistratura agirà in base al verdetto emesso», ha detto Khodaian all’agenzia di stampa iraniana ISNA.

Il caso di Ahmadreza Djalali

Di origini iraniane e residente in Svezia, Djalali, 50 anni compiuti quest’anno, è docente e ricercatore in medicina dei disastri e assistenza umanitaria ed è stato condannato a morte e al pagamento di 200.000 euro di multa per “corruzione sulla terra” (“efsad-e fel-arz”) al termine di un processo gravemente irregolare davanti alla sezione 15 della Corte Rivoluzionaria di Teheran.

L’accusa è di aver lavorato come spia per Israele nel 2000. Secondo uno dei suoi avvocati, il tribunale non ha fornito alcuna prova a sostegno del’incriminazione, così come non ha consegnato la copia del verdetto che è stato letto in tribunale il 21 ottobre 2017 in presenza di uno dei legali.

Ahmadreza Djalali, che ha insegnato presso varie università in Belgio, Italia (all’Università del Piemonte Orientale di Novara) e Svezia, si trovava in Iran per una serie di seminari quando è stato arrestato dai funzionari del ministero dell’Intelligence nell’aprile del 2016. Per dieci giorni alla famiglia non sono state date informazioni sul luogo di detenzione.

Si è poi appreso che è stato trattenuto per una settimana in una località sconosciuta prima di essere trasferito nella sezione 209 della prigione Evin di Teheran, dove è rimasto per sette mesi, di cui tre in isolamento. Successivamente è stato condotto nella sezione 7 dello stesso istituto detentivo.

Djalali ha raccontato di non aver avuto accesso a un avvocato e di essere stato costretto a “confessare” di essere una spia davanti a una videocamera, leggendo dichiarazioni scritte da altri.

Per estorcergli la confessione, l’uomo sarebbe stato sottoposto a forti pressioni tramite tortura e altri maltrattamenti, incluse minacce di morte nei confronti dei due figli che vivono in Svezia e della madre da poco deceduta. A Djalali non è stato concesso di incontrarla prima che morisse, né di partecipare al suo funerale.

Il ricercatore iraniano-svedese nega le accuse a suo carico e sostiene che siano state fabbricate dalle autorità. In una lettera dell’agosto del 2017 scritta dalla prigione ha affermato che sono state le autorità iraniane nel 2014 a chiedergli di “collaborare con loro per identificare e raccogliere informazioni provenienti dagli Stati dell’UE” e che la sua risposta è stata negativa perché “sono solo uno scienziato, non una spia”.

Il 24 ottobre 2017, durante la conferenza stampa settimanale con i giornalisti, il procuratore generale di Teheran, Abbas Ja’fari Dolat Abadi, ha detto, senza specificare il nome di Ahmadreza Djalali, che “l’imputato” aveva tenuto diversi incontri con l’agenzia di intelligence israeliana Mossad a cui forniva informazioni sensibili su siti militari e nucleari iraniani in cambio di soldi e della residenza in Svezia. Così però non è.

Lo ha raccontato in un incontro pubblico, nel corso dell’ultima edizione del Festival Internazionale del Giornalismo, a Perugia, la moglie di Djalali, Vida Merhannia, che ha ribadito l’innocenza del marito, confermando che in passato all’uomo era stato chiesto dalle autorità iraniane di fare la spia. E non è stato il solo.

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Nell’incontro, organizzato con la collaborazione di Amnesty International, Merhannia ha spiegato la difficoltà nel riuscire a mantenere contatti diretti, l’impossibilità da parte dei figli – una ragazza di 19 anni e un bambino di 10 – di parlare col padre che non vedono da sei anni, la paura che possa essere messo a morte da un momento all’altro e l’angoscia per aver saputo dagli avvocati che si è ammalato. Dal momento dell’arresto Djalali ha perso 24 chili. Nel 2018 è stato sottoposto a un intervento chirurgico all’ernia e dopo l’operazione le sue gambe sono state inutilmente incatenate al letto dell’ospedale. Visite e cure mediche gli sono state negate.

Alla richiesta di bloccare l’impiccagione dell’uomo risparmiandogli la vita l’Ambasciata iraniana in Italia ha così replicato in due tweet: “Coloro che sono stati direttamente coinvolti nell’assassinio e nel martirio di importanti scienziati iraniani e che si sono venduti per pochi soldi ad agenzie di spionaggio, compreso il Mossad israeliano, sono [persone] inaccettabili secondo le consuetudini internazionali e i loro crimini non possono essere dimenticati. L’attuazione della giustizia e delle sentenze islamiche nei loro confronti è volontà della nazione iraniana e in conformità con i principi umani e la conservazione del valore della dignità umana”.

Ma di giustizia e di umano, in questa situazione, non c’è traccia, da parte del paese che ormai stabilmente detiene il record di esecuzioni effettuate ogni anno nel mondo (nel 2021 più di 300), secondo solo alla Cina, e ormai tra i pochissimi a mettere a morte minorenni all’epoca del reato (o del presunto crimine compiuto) contravvenendo alle norme internazionali.

Cosa fare per scongiurare l’esecuzione

Per cercare di salvare la vita ad Ahmadreza Djalali si può:

– partecipare alle iniziative che saranno organizzate nei prossimi giorni da Amnesty International e che saranno pubblicate sul sito dell’associazione e diffuse sui canali social;

– firmare e condividere l’appello di Amnesty International;

– scrivere tweet per chiedere che sia risparmiata l’esecuzione di Ahmadreza Djalali inserendo l’hashtag #FreeAhmadreza e taggando l’Ambasciata iraniana in Italia @iraninitaly

La pressione dell’opinione pubblica è importante. Mantenere i riflettori puntati è fondamentale. Non si può restare in silenzio di fronte a un uomo impiccato ingiustamente. Se si resta impassibili si diventa complici.

Immagine in anteprima Luca Zammito 

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/ricercatore-iran-condannato/ – per l’indicazione esatta dell’autore fare riferimento a questo link che contiene il post originale.

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