L’uccisione della giornalista Francisca Sandoval ripropone la questione della riforma dei Carabineros in Cile

L’uccisione della giornalista Francisca Sandoval ripropone la questione della riforma dei Carabineros in Cile

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di Susanna De Guio

Dopo 12 giorni internata in gravi condizioni nell’ospedale del centro di Santiago, è morta giovedì scorso Francisca Sandoval, giornalista dello storico canale tv indipendente Señal 3 La Victoria. Era stata colpita da un proiettile al cervello durante la manifestazione del 1 maggio nella capitale cilena, all’altezza del quartiere commerciale Meiggs, dove sono rimaste ferite anche altre due persone. Secondo la ricerca effettuata dal periodico CIPER sulle immagini e i video disponibili della giornata, erano 11 i soggetti armati in cui si è imbattuto il corteo convocato dalla Central Clasista de Trabajadores al suo passaggio per la zona. Attualmente solo tre di loro si trovano in carcere preventivo: Marcelo Naranjo, identificato come la persona che ha colpito la giovane giornalista, e altri due detenuti dalla polizia il 1 maggio, e che fino alla morte di Francisca erano stati mantenuti ai domiciliari.

“Il lavoro dei giornalisti è fondamentale per tenere informata la popolazione sugli eventi. Allo stesso tempo, svolge un ruolo importante nel dare conto sulle azioni dello Stato e della Forza Pubblica”, ha affermato Rodrigo Bustos, direttore esecutivo di Amnesty International Cile.

Centinaia di manifestanti si sono radunati nel centro di Santiago per chiedere “giustizia” per la morte della giornalista Francisca Sandoval. Riuniti nella simbolica Plaza Italia – centro delle proteste che ha scosso il paese a ottobre 2019 – i partecipanti hanno cercato di dirigersi verso il centro della città portando manifesti con su scritto: “No all’impunità”, “L’hanno uccisa” e “Giustizia e verità per Francisca Sandoval”. Diversi forum in Cile hanno chiesto che le forze di sicurezza, in particolare i Carabinieri e la Polizia Investigativa (PDI) intensifichino la lotta contro le diverse bande della criminalità organizzata che si sono insediate nel paese, dedite a ogni tipo di traffico illegale, dalle armi alla droga e alle persone.

“Chi ha sparato era un sicario, però l’atteggiamento dell’Istituto Nazionale per i Diritti Umani (INDH), della Procura e del Ministero dell’Interno sono deplorabili”, afferma il noto giornalista cileno Mauricio Weibel, dando voce all’indignazione diffusa per la debole reazione dello Stato davanti al delitto, che inoltre è una violazione alla libertà d’espressione. Weibel è stato vittima di spionaggio da parte dell’esercito nel 2017, quando investigava su uno scandalo di corruzione nelle forze armate chiamato “milicogate” e conosce quali sono i limiti delle istituzioni democratiche nel garantire l’esercizio della sua professione. 

Perfino la giudice del processo preliminare si è sorpresa che il Pubblico Ministero non abbia chiesto il carcere preventivo per gli arrestati, considerando la gravità dei fatti. Sebbene il sottosegretario dell’Interno, Manuel Monsalve, abbia avviato un’indagine interna a Carabineros, non ci sono stati per ora altri sforzi per perseguire le persone armate che, oltre a sparare sui manifestanti, sono state fotografate mentre conversavano con gli stessi uniformati.

Inevitabilmente, queste misure cautelari minime stridono con i lunghi mesi, e in diversi casi anni, di detenzione preventiva scontata da centinaia di ragazzi arrestati durante la protesta sociale cilena scoppiata in ottobre 2019. I familiari dei prigionieri della rivolta stanno chiedendo con forza al governo di Boric la liberazione dei giovani che, in alcuni casi, in attesa del processo hanno compiuto in carcere una pena più lunga di quella che alla fine gli è stata imputata. Senza contare le gravi violazioni dei diritti umani di cui si sono resi responsabili i Carabineros durante le proteste, lasciando oltre 30 morti e 460 lesioni oculari tra i manifestanti. 

Leggi anche >> La violazione dei diritti umani in Cile [articolo 2019]

Gli stessi presunti venditori ambulanti di Meiggs, armati – come hanno dichiarato – a difesa dei loro locali commerciali, sono anche responsabili di aver picchiato un ragazzo di 16 anni, durante un corteo studentesco lo scorso 25 marzo, finito in ospedale in prognosi riservata, dove è rimasto per settimane intubato e con diverse fratture.

Se la relazione tra le forze dell’ordine e la delinquenza organizzata nel quartiere commerciale dove è avvenuta la sparatoria resta un tema da indagare a fondo, in queste settimane i Carabineros sono stati anche al centro di un nuovo scandalo di corruzione relativo al Fondo di risparmio abitativo dell’istituzione, l’ultimo di una lunga lista di casi scoperti negli ultimi anni (il più famoso, per la somma del furto, ha preso il nome di Pacogate). Come se non bastasse, un mese fa è uscito un libro della giornalista d’inchiesta Josefa Barraza che descrive le strategie dei poliziotti infiltrati tra i partecipanti alle proteste durante i mesi della rivolta sociale cilena con l’obiettivo di costruire prove false e realizzare detenzioni arbitrarie.

Per tutte queste ragioni, una delle richieste al nuovo governo, che si fa sempre più insistente, è la riforma strutturale dei Carabineros e la destituzione del direttore Ricardo Yañez indagato per diversi crimini di lesa umanità durante la rivolta sociale, quando era a capo della direzione dell’ordine pubblico, insieme all’allora direttore Mario Rozas.

Da parte dell’esecutivo, tuttavia, i segnali di questi primi mesi al governo sono stati di totale sostegno ai Carabineros, a cominciare dalla simbolica visita della ministra dell’Interno Izkia Siches alla scuola dei sottoufficiali il 29 marzo, giornata che in Cile storicamente ricorda l’omicidio dei fratelli Vergara Toledo a mano degli stessi Carabineros durante la dittatura di Pinochet. Lo scorso 4 maggio la ministra ha poi annunciato il rinforzo della forza pubblica con 700 nuovi agenti, mentre il tema della sicurezza, al centro dell’agenda politica, sta creando numerose difficoltà al governo di Boric anche nella gestione dei conflitti nelle regioni del sud del paese. L’esecutivo ha infine deciso di decretare nuovamente lo Stato d’eccezione, strumento che ha implicato la militarizzazione nella zona per 8 mesi durante l’ultimo periodo del precedente governo.

Immagine in anteprima: frame video Euronews

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/cile-violenze-giornalisti/ – per l’indicazione esatta dell’autore fare riferimento a questo link che contiene il post originale.

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