Teniamoci liberi e teniamoci stretti. Il lavoro al bivio della nostra epoca oscura

Teniamoci liberi e teniamoci stretti. Il lavoro al bivio della nostra epoca oscura

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17 min lettura

di Francesca Coin

Il 10 aprile ho avuto la fortuna di partecipare a una edizione vitale e ricca di sollecitazioni del Festival del Giornalismo Internazionale di Perugia, insieme a Mohamed Arafat, che lavora nel polo logistico più grande d’Italia, Marco Bazzoni, operaio metalmeccanico che da anni si occupa di morti sul lavoro, Tiziana De Biasio di GKN, Maria Iftimoaiea, bracciante e attivista, e Massimo Alberti, giornalista di Radio Popolare che da anni si occupa con dedizione e zelo di temi legati al lavoro e che in quell’occasione era in veste di moderatore oltre ad avere curato, con altrettanta attenzione e premura, la composizione e i contenuti del panel.

Il dibattito si proponeva di parlare di lavoro sovvertendo la narrazione dominante e portando al centro le voci di chi lavora. La nostra epoca è avara di attenzione nei confronti del lavoro: se ne parla poco e male. Il discorso sul lavoro è spesso pietistico; criminalizzante, quando stigmatizza chi rifiuta di lavorare per pochi euro; o fiabesco, come nel caso del rider felice che ama così tanto la bicicletta che lavorerebbe gratis. L’obiettivo del panel era affermare una diversa prassi ed etica del giornalismo, tanto semplice quanto radicale: lasciare che di lavoro parlassero le lavoratrici e i lavoratori, in libertà e autonomia, per cominciare a scrivere in questo modo la propria storia di autoaffermazione. Invisibili a chi? il futuro del lavoro non è scritto”, titolava il panel (organizzato in collaborazione con Radio Popolare), con uno slogan che suona ancora come un auspicio.

“Non siamo qui per piangerci addosso, siamo qui per combattere”, ha esordito Maria Iftimoaiea mentre raccontava cosa significa essere una bracciante nelle campagne italiane. Stefania Prandi nel suo “Oro rosso: pomodori, molestie e sfruttamento nel mediterraneo” (Settenove, 2018) ha raccontato le condizioni quotidiane del lavoro agricolo e cosa implicano per le donne. Figlio di un’inchiesta durata due anni, il testo di Stefania Prandi raccontava il lavoro di chi raccoglie il cibo che arriva sulle nostre tavole e metteva in evidenza il coraggio delle donne che non solo resistono a uno sfruttamento quotidiano esteso e intensivo ma sono spesso soggette a turni estenuanti e a una disciplina violenta. Molestie sessuali, ricatti, violenze verbali, fisiche e stupri: è così che si costringono le donne a svolgere turni lunghi e sottopagati, in un quadro di sfruttamento che è legato indissolubilmente alla violenza. 

Era questo un tratto comune delle testimonianze di quel giorno, il fatto che, nei settori chiave dell’economia italiana – l’agricoltura, l’industria e la logistica – la violenza è strutturale. Persino necessaria, verrebbe da dire, per disciplinare il lavoro. Lo possiamo riscontrare in tutti i racconti, incluso quello di Mohamed Arafat, sindacalista del Si Cobas, che da anni è uno dei perni delle lotte dei lavoratori della logistica a Piacenza, uno dei più importanti poli logistici d’Europa. Quando FedEx ha annunciato la chiusura del proprio magazzino, Mohamed è stato arrestato insieme a Carlo Pallavicini, a sua volta sindacalista di SI Cobas, dopo uno sciopero di sei giorni per scongiurare la chiusura del sito di Piacenza e con esso il licenziamento di oltre 600 persone. In quei giorni i lavoratori si sono scontrati con una repressione fatta di arresti, multe e fogli di via: erano quelle le modalità con cui l’azienda tentava di liberarsi dei lavoratori più attivi nel sindacato, nel tentativo di costringerli ad accettare una riduzione del costo del lavoro da undici a sei euro all’ora. 

Di fatto, gli attacchi al sindacato sono una prassi quotidiana nella logistica, da molti anni, perché sono l’unica modalità di disciplinamento capace di romperne la resistenza e di costringere i lavoratori ad accettare una condizione di “quasi-schiavitù” nella quale spostare merci pesanti come lavatrici e elettrodomestici, in cambio di una paga da fame.

Negli ultimi anni si è parlato spesso di violenza nei luoghi di lavoro. Secondo la Occupational Safety and Health Administration del Ministero del Lavoro degli Stati Uniti, gli atti di violenza e altre lesioni sono attualmente la terza causa principale di infortuni mortali sul lavoro negli Stati Uniti. Il problema è che quando parliamo di violenza sul luogo di lavoro non parliamo solo di una condizione congiunturale o incidentale. In tutte queste storie, la violenza sui luoghi di lavoro è strutturale. In altre parole, è parte integrante dell’organizzazione del lavoro e della modalità con cui le aziende disciplinano i lavoratori e tentano di vincerne la resistenza. 

Tornano a mente le parole dell’amministratore delegato dell’Enel Francesco Starace, quando, nel 2016, nel corso di una lezione alla Luiss, ha spiegato che:

per cambiare un’organizzazione aziendale è necessario che un manipolo di cambiatori distrugga fisicamente i gangli che si oppongono al cambiamento. A tal fine bisogna creare malessere e poi colpire le persone che si oppongono al cambiamento in modo da suscitare paura nell’intera organizzazione. Così in pochi mesi l’organizzazione capirà perché alla gente non piace soffrire. 

Le parole, che all’epoca avevano indotto Sinistra Italiana a chiedere un’interrogazione parlamentare, erano preziose nella loro chiarezza perché indicative di una tendenza in atto in molti luoghi di lavoro da vari anni e in base alla quale è necessario ricorrere alla paura, alle minacce, alla violenza e talvolta a pratiche antisindacali, per costringere i lavoratori ad accettare un “cambiamento” che spesso implica l’abbandono di diritti conquistati con decenni di sacrifici e di lotte. Di fatto, questa violenza è stata, in molti casi, il simbolo del mercato del lavoro italiano, che ha fatto della compressione del costo del lavoro e dello sfruttamento il vero elemento distintivo del made in Italy.

Tiziana De Biasio, che lavora per una delle aziende in appalto per la GKN, ha parlato di violenza per descrivere la email con cui il 9 luglio 2021 la GKN di Campi Bisenzio ha annunciato la chiusura dello stabilimento con effetto immediato e con essa il licenziamento di più di 450 persone. “Siamo stati licenziati con una modalità atroce e con una violenza psicologica impressionante”, ha scritto il collettivo GKN sul testo Insorgiamo, uscito di recente per Edizioni Alegre (2022)

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Era l’ultima di una lunga serie e la prima di un’ulteriore serie di chiusure e delocalizzazioni, scrive il collettivo, e lasciava centinaia di famiglie in una condizione di disperazione economica scandendo così un’uscita dalla pandemia segnata dalla delocalizzazione e dalla disoccupazione. Tiziana racconta il percorso che l’ha portata a lavorare per il consorzio dei servizi che a GKN fornisce pulizie facchinaggio e logistica a partire dal settembre 2011, quando era stata assunta per gestire i contratti di circa quaranta lavoratori anzitutto stranieri e maschi che lavoravano in appalto. Racconta come le veniva richiesto di essere “stronza”, e di sbarazzarsi di chi era troppo legato alle rappresentanze sindacali. In quanto donna, racconta Tiziana in questa testimonianza raccolta da Massimo Alberti per Radio Popolare, le veniva chiesto dal management di punire i propri colleghi, e quando si è ribellata è stata messa a fare le pulizie, in un demansionamento punitivo che per lei, al contrario, ha significato una nuova libertà. “Ero finalmente libera. Potevo fare gli scioperi che volevo, aiutare chi aveva bisogno quando subiva un ingiustizia, mandare a qual paese quei due maschi della nuova ditta che mi vessavano ogni giorno con frasi sconce e battute sessiste per portarmi all’esasperazione e costringermi a dimettermi”. 

Una violenza strutturale

Le storie personali condivise in quel panel dicevano varie cose dell’organizzazione del lavoro odierna. Dicevano anzitutto come si lavora in alcuni dei settori più importanti dell’economia italiana, in cui non solo il diritto del lavoro spesso non esiste, ma la compressione del costo del lavoro poggia in modo sempre più strutturale sull’esercizio della violenza. 

Invano, Marco Bazzoni da anni denuncia come questo sistema mieta vittime. Come ha ricordato nel suo intervento a Perugia, le morti sul lavoro non sono bianche: “Le chiamano morti bianche, perché l’aggettivo bianco allude all’assenza di una mano direttamente responsabile dell’accaduto, invece la mano responsabile c’è sempre, a volte più di una”. Né queste morti sono dovute alla casualità, alla fatalità o alla sfortuna, ha continuato. Sono, a tutti gli effetti, omicidi sul lavoro che avvengono nel silenzio e con indifferenza, perché spesso le aziende non rispettano “neanche le minime norme per la sicurezza sul lavoro”, e talvolta “le vittime non risultano nemmeno nei libri paga dei loro padroni”. Di fatto, la violenza strutturale del mercato del lavoro italiano miete vittime con numeri sempre crescenti: sono ormai tre lavoratori che ogni giorno non tornano a casa, una vera e propria strage quotidiana.

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In questo contesto di guerra quotidiana, faceva impressione ascoltare queste storie di riscatto collettivo, perché mostravano come, negli anni, la resistenza allo smantellamento dei diritti del lavoro sia stata portata avanti dalle lavoratrici e dai lavoratori che più sono sotto ricatto. È sicuramente questo uno degli elementi che più dovrebbe far riflettere di queste testimonianze, e cioè il fatto che la lotta per i diritti nasce precisamente nei luoghi in cui essi più sono assenti, nonostante in questi stessi luoghi questa sia più difficile a causa, spesso, dei debiti, della responsabilità nei confronti della famiglia o dei ricatti quotidiani. 

Eppure, proprio in questi contesti, queste forme di solidarietà non sono solo uno strumento di lotta. Come dice Tiziana parlando di GKN, le rappresentanze sindacali sono qualcosa di “meraviglioso”, piene di persone pronte a battersi per chiunque, che sia “donna o uomo, grande lavoratore o vagabondo oppure che fosse un crumiro”, perché non possono “permettere a nessuno di dividerli per nessuna ragione”, sino a diventare un polo di attrazione per un diverso modello di società. È così che Maria non ha ceduto alla rassegnazione ed è diventata un’attivista sindacale, esattamente come Tiziana e Mohammed sono diventati un punto di riferimento all’interno di reti di lotta e di solidarietà capaci di superare la frammentazione del lavoro e l’isolamento che ne deriva, riscattando insieme la propria storia individuale e quella collettiva.

Era impossibile, ascoltando queste testimonianze, non essere travolti dalla forza di queste voci, quando innescano un ciclo di lotte capaci di sovvertire il presente. Era impossibile anche non chiedersi cosa accade quando questo virtuoso processo collettivo non si innesca, perché il sindacato non esiste o collabora con le aziende o perché i lavoratori sono divisi, isolati, minacciati, in competizione una contro l’altra o sotto ricatto, come accade per le migliaia persone che hanno perso il posto di lavoro durante la pandemia, o che la notte tornano a casa circondate dal silenzio.

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C’è un gigantesco buco nella letteratura sul lavoro, ed è cosa accade quando la violenza riesce a precludere la nascita di una solidarietà tra gli sfruttati. È la domanda che si poneva Goeffrey Best quando E. P. Thompson ha pubblicato la storia della classe lavoratrice in Inghilterra, nel 1963. Per quanto Best fosse il primo ad ammettere che la sua era una domanda impopolare, chiedeva a E. P. Thompson dove fosse la storia di quella parte della classe lavoratrice che “saluta la bandiera, odia gli stranieri e rispetta i pari”, una parte, questa, che con tutta evidenza era tragicamente popolare anche negli anni Sessanta. 

La domanda ha dato vita, allora, a un interessante dibattito che continua sino ai giorni nostri, quando il razzismo, il nazionalismo, la misoginia e l’omofobia sono tornate a essere temi di discussione, dopo che la Brexit Trump e le destre in tutto il mondo ne hanno rivelato la triste attualità. La bandiera distrae i lavoratori dal proprio nemico di classe e offre loro un avversario esterno che incarna ogni male, scriveva Stefan Zweig nel suo bellissimo libro sulla Prima Guerra mondiale, Il mondo di ieri (Mondadori, 1964). Negli ultimi anni, la letteratura si è interrogata su quali modalità sia utile usare per creare alleanze trasversali e impedire alla bandiera di eccitare ancora il desiderio di riscatto di chi viene sfruttato: per impedire alla classe di identificarsi con la nazione, con il razzismo o con il patriarcato, come ci ha insegnato Kimberle Crenshaw con il concetto di intersezionalità. Eppure, da quando è iniziata la guerra, questa domanda pare insufficiente per comprendere il presente, o per prevenire i potenziali scenari oscuri del futuro, come se fosse diventato necessario chiedersi non solo come si agisce per arginare la solitudine e creare alleanze trasversali a diversi assi di oppressione, ma anche come si è agito negli anni per acuirla e per usarla al servizio del nazionalismo e della bandiera.

L’epoca di Caino

Gli autori che hanno risposte più esplicite a questa domanda sono, forse non a caso, autori di destra, che da anni non si fanno remore a scavare nelle passioni tristi dell’umanità per insinuare in loro risposte reazionarie e razziste. 

Uno tra questi è Jordan Peterson, già professore di psicologia dell’Università di Toronto, oltre che intellettuale di riferimento del movimento per i diritti degli uomini (il cosiddetto Men’s Rights Activism, un movimento sostanzialmente anti-femminista) e strenuo difensore del razzismo e del patriarcato, temi osceni a cui ha dedicato oltre ai suoi libri la sua attività “terapeutica”. Leggendo Peterson si ha l’impressione che il fine stesso della sua pratica professionale e politica sia incanalare la frustrazione della nostra società nella vendetta. Lo vediamo quando racconta la storia di Caino e Abele, i due fratelli nati dopo la cacciata dall’Eden di Adamo ed Eva, che vengono evocati ripetutamente in questi giorni come simbolo del fratricidio e della guerra tra popoli. 

Nel racconto biblico, Caino fa l’agricoltore e Abele fa il pastore. Il destino, tuttavia, regala ad Abele ogni fortuna mentre Caino non fa che sacrificarsi senza alcun riconoscimento. L’analisi di Peterson ci porta nella psiche ferita dell’epoca contemporanea, quando racconta come Caino si ritrova “depresso, arrabbiato, risentito”, e privo di riconoscimento per i suoi sacrifici, al punto di vendicarsi contro Dio uccidendo il fratello. Per Peterson, quella di Caino:

“È una vendetta contro Dio per il crimine di esistere. È Caino e Abele. Hey Dio, hai scelto Abele? E allora cosa ne pensi se lo porto fuori e lo uccido di botte? Cosa ne pensi di questo? Tutti i miei sacrifici sono stati inutili, non sono stati premiati. Ecco cosa c’è al fondo dell’inferno delle cose”.

Per Peterson, Caino è l’epitome dell’epoca contemporanea. 

“Persone come questa mi scrivono continuamente”, ammette Peterson. “L’ho visto in molti, molti clienti. Spesso non hanno 20 anni; più comunemente ne hanno 30. A volte, 40. Le loro vite non sono andate bene. Sono in un pozzo di disperazione, in una forma o dell’altra. Non solo, ma sono straordinariamente arrabbiati e Dio solo sa cosa farebbero con quella rabbia se avessero l’opportunità di darle voce”. 

Di fatto, l’inferno interiore di Caino per Peterson è il simbolo del presente e la summa delle sue opportunità politiche, non a caso la sua pratica terapeutica si è incentrata negli anni sulla necessità di riportare i propri clienti in contatto con la propria parte oscura. In modo cinico e esplicito, Peterson insegna a entrare nel deserto del proprio risentimento e a indulgere in fantasie di violenza sempre più elaborate, esattamente come ha fatto Caino. Caino, dice Peterson: 

“Entra nel deserto della sua stessa mente. Si ossessiona sulla sua sfortuna e sul suo tradimento. Nutre il suo risentimento. Indulge in fantasie di vendetta sempre più elaborate. La sua arroganza cresce fino a proporzioni luciferiane. Sono maltrattato e oppresso, pensa. Questo è uno stupido maledetto pianeta. Può andare all’inferno. E con questo, incontra Satana nel deserto, e cade in preda alle sue tentazioni. Si rivolge al Male per ottenere ciò che il Bene gli ha proibito, e lo fa volontariamente, consapevolmente e con malizia. Chi ha orecchi ascolti”.

È una pedagogia della vendetta, quella di Peterson, ed è persino troppo esplicita nel suo tentativo di reclutare gli sfruttati alla destra e di incanalarne il risentimento contro i migranti, le donne le comunità Lgbtqi+ o gli antifascisti, come dice in questa intervista, colpevoli di turbare l’ordine naturale della società. Il punto fondamentale è che, per Peterson, esiste un luogo privilegiato per questo reclutamento. Caino vive, infatti, nei luoghi di lavoro. 

“Immaginate di avere un lavoro come cassiere in un negozio di alimentari. È un lavoro poco qualificato. Puoi essere un miserabile, risentito, orrido bastardo che fa quel lavoro. Puoi entrare lì e trasudare risentimento e amarezza, e fare errori, e assicurarti che ogni cliente che ti passa accanto abbia una giornata leggermente peggiore del necessario… Puoi prendere la tua posizione umile e trasformarla in una bella fetta d’inferno. Questo è sicuro”. 

Il collasso psichico del lavoro

In Italia, il mercato del lavoro produce strutturalmente persone “depresse, arrabbiate e risentite”, proprio come emerge nella descrizione che Peterson faceva di Caino. Sono almeno tre decenni che i sacrifici di chi lavora non trovano alcun riconoscimento. Salari che scendono, precarietà che galoppa con contratti sempre più spesso a termine, turni troppo lunghi, weekend al lavoro, obiettivi irrealistici con carichi del lavoro sempre più elevati e organici sempre più ridotti, il tutto dentro un contesto caratterizzato da un tasso di disoccupazione tanto elevato da costringere chi è già sottopagato a ringraziare per il privilegio di avere un lavoro. 

Non sorprende che, in una situazione come questa, il mercato del lavoro produca rabbia e frustrazione. Il Quinto rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale mostra che l’82,3% dei lavoratori contemporanei è insoddisfatto e sente di meritare di più nel proprio lavoro. La maggioranza, inoltre, vorrebbe andarsene, ma è costretto a non farlo “obtorto collo” per il timore di non trovare altro. Di fatto, la maggior parte degli occupati in Italia si sente in gabbia, come se non esistessero alternative, perché il sindacato non è stato in grado di produrne e il mercato men che meno. In questa situazione, la maggioranza degli occupati si è trovata esposta per decenni al deterioramento continuo delle proprie condizioni psichiche.

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Ce lo dicono da anni inchieste frammentarie su troppi luoghi di lavoro, che parlano di persone che sembrano “una pentola a pressione”, che fanno crescere farmacie di tranquillanti e antidepressivi accanto alle proprie postazioni lavorative, o che vivono in una condizione di stress e burnout permanenti, come ci dice il recente rapporto della Bicocca sul burnout delle cassiere dei supermercati. È impressionante la convergenza con l’analisi di Peterson, se pensiamo al livello inedito di stress, esaurimento, cinismo e sofferenza psicologica tra i cassieri e le cassiere dei supermercati di cui ci avvisa la ricerca della Bicocca, la stessa categoria di cui parlava il conservatore statunitense.

Lo psichiatra Stephen Diamond, per descrivere il presente ha parlato di lavoratori insoddisfatti – disgruntled employees – che si aggirano nel mondo come mine vaganti dentro un turbine di passioni tristi che cercano di tenere a bada, un po’ come accadeva in una puntata dei Simpson teneramente straziante, nella quale il protagonista tappezza la sua postazione a lavoro, un lavoro che odia, con le foto della figlia neonata e una scritta che tuona “fallo per lei”. In un contesto di paralisi, in cui chi lavora si sente in gabbia, e costretto, troppo spesso, a fare un lavoro di merda, ogni giorno, ogni settimana e ogni anno, per sempre, senza alternative, tocca dirci che non abbiamo più il lusso di ignorare cosa accade quando, nonostante tutto, le motivazioni per continuare a farsi sfruttare non bastano. Cosa accade, quindi, quando qualcuno just snaps, semplicemente perde la testa.  

La solidarietà è la nostra arma

Manca, purtroppo, ancora un pezzo, a tutto questo, perché quanto abbiamo detto sin qui non parla della guerra. Alla guerra sono riservate le nostre discussioni quotidiane, le nostre paure per il futuro e anche gli investimenti del governo, destinati per il 2% del PIL al riarmo entro il 2028, in un processo parassitario che si nutre di risorse destinate ad altro, come il welfare ad esempio. Prima ancora di questa guerra, l’interruzione delle catene di valore, il blocco degli approvvigionamenti, la crescita dei contratti a termine, delle delocalizzazioni, della disoccupazione e delle morti sul lavoro avevano fortemente deteriorato il mercato del lavoro italiano. Oggi, il combinato disposto di crisi energetica e alimentare, inflazione, caro vita, spread e potenziale crescita dei tassi di interesse richiesti dalle banche per finanziare il debito italiano, creano una situazione di crisi. Non è forse superfluo ricordare che tutte le crisi recenti sono state scaricate su chi lavora: la crisi del debito è stata scaricata sui poveri con l’austerità e la pandemia è andata a colpire chi lavorava in modo precario lasciandolo, spesso, senza lavoro senza protezioni da un giorno all’altro. 

La guerra non sarebbe da meno. Per quanto le previsioni siano ancora caute, gli scenari di previsione del Bollettino economico della Banca d’Italia ipotizzano, in caso di arresto totale o parziale delle forniture di gas dalla Russia, strozzature per le attività manifatturiere ad alta intensità energetica, con una conseguente diminuzione di occupazione, redditi e domanda aggregata e un calo proporzionale del PIL, le cui entità variano in ogni proiezione a seconda degli scenari, tutti piuttosto prudenti. Il Centro Studi di Confindustria, dal canto suo, prevede un triplice shock derivante dal caro-bollette, dall’inflazione e del rincaro di tutte le materie prime, uno scenario che, secondo Bonomi, metterebbe a rischio il 46% delle imprese: “Il 16% delle aziende italiane, già oggi, ha sospeso o ridotto le produzione e se proseguiremo con queste condizioni, nei prossimi tre mesi, un altro 30% delle imprese italiane ridurrà o sospenderà le produzioni; vuol dire che metà degli impianti industriali andrà a scartamento ridotto”. 

Pur nell’incertezza, è evidente che tutto questo avrebbe ricadute enormi sull’occupazione e sulla povertà. La Cgia di Mestre parla di 4 milioni di famiglie costrette a scegliere tra pagare le bollette e mangiare, a causa del caro bollette e dell’aumento dei prezzi alimentari, una tendenza, questa, che rischia di aumentare il numero di persone in povertà assoluta, quelle, cioè, che non possono permettersi le spese minime per condurre una vita accettabile, e il cui numero è già triplicato a partire dalla grande recessione grazie all’esternalizzazione delle crisi sui poveri, portandolo a circa 5,6 milioni di individui nel 2021, prima della guerra. Si tratta di previsioni cupe, specie in un contesto già provato dalla pandemia in cui, secondo l’Unione Inquilini, gli sfratti sono triplicati e il PNRR non offre risposte per l’emergenza abitativa. In un contesto di già grave lacerazione materiale e psichica, è difficile non chiedersi quale impatto avrebbe il proseguimento o l’aggravarsi dell’attuale guerra.

La storia ci racconta come le società reagiscono alle guerre, quando parole gloriose fanno da paravento a passioni distruttive. La guerra, scriveva George Mosse in questo splendido articolo che si riferisce alla Prima Guerra Mondiale, porta il mito al popolo e produce per molti “un senso di libertà dai fardelli della vita quotidiana”. Avvolgendo se stessa in un nucleo di valori ideali, la guerra “dà uno scopo a vite senza scopo” e diventa una fuga dalle costrizioni della fatica di ogni giorno: “Un evento esaltante per la sua eccezionalità, che si pone al di fuori e al di sopra della routine quotidiana”. È straordinariamente attuale la descrizione della guerra che fa qui Mosse, e il modo in cui questa ha la capacità di farsi spazio nella società. E però è preoccupante perché ci racconta che quando c’è fame di vita fuori dallo sfruttamento, la guerra trasforma le promesse di emancipazione in carneficine e in “episodi di straordinario fanatismo e violenza sociopatica”. Devo ammettere che mi spaventa il modo in cui una certa esaltazione per la guerra, per l’abbigliamento verde militare e per le armi viene usata per eccitare gli animi e per capitalizzare sul malessere sociale, incanalando la frustrazione del lavoro verso pulsioni ciniche e distruttive. Lo abbiamo visto ripetutamente in questi anni, quanto rapidamente le crisi innescano processi reazionari, rinvigorendo i movimenti di estrema destra, pensiamo ad esempio all’assalto della sede della Cgil a Roma da parte di gruppi fascisti, alle minacce successive alle sedi del sindacato locale, o ai molteplici episodi di odio e razzismo dentro e fuori i luoghi di lavoro. 

È in questo contesto di fragilità, paura e incertezza che le testimonianze di Mohamed Arafat, Marco Bazzoni, Tiziana De Biasio e Maria Iftimoaiea sono importanti, perché dicono che c’è una sola arma contro la deriva cinica della società di Caino ed è la capacità di far crescere un movimento di solidarietà che impedisca alla società e ai nostri stessi luoghi di lavoro di essere un luogo di guerra. Ce lo insegnano le lotte delle lavoratrici e dei lavoratori dell’agricoltura, che sono riuscite a portare la solidarietà dove era solo un arsenale di sfruttamento; i lavoratori della logistica che da anni resistono a episodi quotidiani di intimidazione e razzismo e ce lo insegnano anche i portuali di Genova, da tempo impegnati a bloccare le armi che transitano nel porto per impedire che vadano a massacrare i poveri in terre lontane da noi. 

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Il 15 maggio alla partecipatissima assemblea nazionale del Collettivo di GKN, Dario Salvetti ha trovato le parole per dire che cosa possiamo fare, insieme, in questa fase difficile, in cui la guerra rischia di diventare la forma stessa della nostra società. Le parole chiave sono “insorgere per convergere, convergere per insorgere: i due momenti non sono separabili”. Convergere non è un obiettivo banale, significa agire in modo eterogeneo, ma solidale, unendo le mobilitazioni del movimento studentesco alle lotte operaie e precarie, le lotte urbane e contadine ai movimenti Lgbtqi+ pacifisti e ambientali, lavorando insieme “fuori dall’emergenza, dentro l’urgenza”, per spostare una istanza alla volta i rapporti di forza. Teniamoci liberi e teniamoci stretti, dunque, a partire dalla mobilitazione contro la guerra e l’economia di guerra indetta dal sindacalismo di base per venerdì 20 maggio (qui i dettagli) sino al presidio contro la base militare di Coltano del 2 giugno. Come ripete da mesi il collettivo di fabbrica GKN, il futuro “non dipende tutto da noi ma dipende da noi tutti”.

Immagine in anteprima via Eppela

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/lavoro-lotte-diritti-solidarieta/ – per l’indicazione esatta dell’autore fare riferimento a questo link che contiene il post originale.

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