Come un gruppo di donne indipendenti punta a rivitalizzare la democrazia australiana

Come un gruppo di donne indipendenti punta a rivitalizzare la democrazia australiana

Iscriviti alla nostra Newsletter

5 min lettura

di Nadia Addezio

Nel momento in cui scriviamo, l’Australia attende il risultato delle elezioni per il rinnovo del Parlamento federale australiano: 151 i seggi alla Camera bassa dei rappresentanti e 40 (dei 76) al Senato che potrebbero essere occupati, oltre che dagli esponenti dei partiti tradizionali, da nuovi attori politici, i “teal independents” (indipendenti verde acqua).

«È un movimento di persone che sentono di non essere rappresentate e, avendone abbastanza, sperano che le cose cambino». La candidata indipendente alle elezioni parlamentari australiane Allegra Spender per Wentworth, intervistata da Damien Cave per il New York Times, spiega che gli indipendenti verde acqua sono un gruppo di più di 20 candidati a maggioranza femminile che intende sfidare lo status quo maturato negli anni dai partiti Liberale e Laburista – a presenza prettamente maschile – per portare nell’agone elettorale temi che hanno urgenza di essere affrontati: il cambiamento climatico, la corruzione, la parità di genere. 

Secondo la ricerca “Trust and Democracy in Australia – Democratic decline and renewal” [2018], condotta dal Museum of Australian Democracy e dall’Institute for Governance and Policy Analysis dell’Università di Canberra su un campione rappresentativo di 1021 cittadini australiani, la soddisfazione nei confronti del funzionamento della democrazia risulta più che dimezzata dal 2007 (86%) al 2018 (meno del 41%), con un forte calo a partire dal 2013 (72%). Il 90% degli australiani ha una visione negativa dello standard di integrità e onestà dei propri politici, ritenendoli incapaci di portare a compimento l’agenda politica proposta durante le campagne elettorali e non ricettivi rispetto alle questioni che toccano più da vicino i cittadini. Un aspetto interessante che emerge dallo studio è che un gruppo sempre più ampio di australiani, critico dei principali partiti politici, è alla ricerca di un’alternativa, motivo per cui sarebbe più propenso a sostenere candidati indipendenti perché percepiti come radicati nella comunità e affidabili.

Proprio da questo malcontento nascono le Voices 4, comunità locali formate da residenti con lo scopo di rinsaldare l’impegno civico, incoraggiando e sostenendo i giovani a partecipare al processo democratico, identificando potenziali candidati alle elezioni politiche. Il confronto ha luogo nelle cosiddette “kitchen table conversations”, occasioni di incontro e condivisione organizzate da un ospite autoproclamato (host) che invita piccoli gruppi ad avere conversazioni su temi precisi. Alla conclusione delle conversazioni al tavolo della cucina, l’host sarà tenuto a fare un riepilogo delle idee e opinioni emerse e inoltrarlo al comitato della Voices della divisione elettorale. Si tratta di esperienze di democrazia partecipativa.

La prima a riscuotere successo e divenuta modello da replicare, il cosiddetto “Indi way”, fu Voices for Indi: nel 2012 un gruppo di 425 residenti della divisione di Indi, nello Stato di Victoria, si riunisce in 53 conversazioni al tavolo da cucina per discutere di questioni locali rimaste sino ad allora inascoltate dalla coalizione liberale-nazionale che aveva il seggio. Si giunse alla conclusione di scegliere un candidato indipendente da presentare alle elezioni del 2013: Cathy McGowan, divenuta la prima parlamentare indipendente. Dopo due mandati, la McGowan ha ceduto il testimone a Helen Haines, sostenuta come candidata indipendente da Voices for Indi dal 2019 e oggi in corsa per le elezioni 2022.

Il “fare politica in modo diverso” della comunità di Indi ha ispirato negli anni altre divisioni elettorali – ad oggi vi sono oltre 30 gruppi che hanno scelto i propri candidati indipendenti – e sta imponendo la sua influenza soprattutto sotto il profilo dei princìpi e dei valori. L’organizzazione nazionale australiana per l’ambiente (Australian Conservation Foundation), che monitora le politiche i partiti intendono attuare, nel Tracciamento delle politiche degli Indipendenti ha sottolineato la centralità dell’emergenza climatica nell’agenda politica della gran parte degli independents. Come spiega Allegra Spender in un’intervista all’emittente televisiva statunitense Abc News, «il clima è urgente e la politica climatica australiana è così in disaccordo con ciò che è necessario fare per mantenerci a 1,5 gradi, che ha fatto sì che divenisse il principale fattore da affrontare in queste elezioni». Spender mira a una riduzione del 50% delle emissioni di gas serra entro il 2030. 

Discorso diverso per la coalizione Nazionale-Liberale (sostenitrice dell’attuale primo ministro uscente, Scott Morrison) e per i Laburisti (a sostegno di Anthony Albanese): la prima si è impegnata a ridurre le emissioni climalteranti del 26-28% entro il 2030, e a portarle a zero entro il 2050; i secondi si sono impegnati a ridurle del 43% entro il 2030 e totalmente entro il 2050. Alla COP26 di Glasgow, il thinktank globale britannico sull’energia Ember aveva presentato un’analisi delle emissioni di Co2 dell’Australia che definiva il paese “il primo inquinatore sia nel G20 che nell’OCSE, […] brucia così tanto carbone per produrre elettricità che nel 2021 sono state rilasciate quattro tonnellate di anidride carbonica per ogni australiano. La persona media nel mondo emette solo 1,1 tonnellate di anidride carbonica dalla produzione di elettricità a carbone”.

Gli indipendenti sembrano ben orientati all’attuazione di politiche ambientali efficaci ed efficienti, e se saranno eletti sarà anche grazie al supporto economico del Climate 200, un fondo che sovvenziona i gruppi locali e i candidati da loro individuati che hanno a cuore i temi dell’ambiente, l’integrità, l’uguaglianza di genere. Il verde acqua (“teal”) identificativo degli independents è mutuato proprio dal colore che utilizza il fondo per rappresentarsi. Secondo quanto si apprende dal sito web, Climate 200 avrebbe puntato a raccogliere 15 milioni di dollari australiani (10 milioni e 500mila dollari americani) per assicurare una competizione elettorale “alla pari” ai 23 sostenuti nel confronto coi partiti.

Non è casuale, infine, la prevalenza di candidature femminili. 

Se l’equità di genere è uno dei principali obiettivi da centrare dell’agenda politica degli independents, un motivo non scontato va cercato nel fatto che l’Australia figura tra i paesi occidentali con più scandali sessisti e misogini. Sempre nella ricerca “Trust and Democracy in Australia – Democratic decline and renewal”, di cui abbiamo parlato prima, emerge che le donne sono più insoddisfatte del funzionamento della democrazia (38%) rispetto agli uomini (43%), insoddisfazione che i ricercatori fanno risalire – probabilmente – agli alti livelli di sessismo, tra gli atri campi, in politica (58%). Il quotidiano australiano The Sydney Morning Herald ha pubblicato lo scorso marzo un articolo che spiega la rilevazione della ricerca International Women’s Day 2022 condotta dalla società multinazionale dei sondaggi, IPSOS, per conto del Global Institute for Women’s Leadership, in 30 paesi. L’istituto presieduto dalla ex prima ministra australiana, Julia Gillard, riporta che, alla domanda se sia considerato accettabile l’utilizzo di un linguaggio sessista o misogino online, l’8% risponde positivamente, con gli uomini più propensi a ritenerlo accettabile (11%) contro il 5% delle donne. In Australia la percentuale si alza, con il 23% degli uomini che trova accettabile un linguaggio misogino e sessista contro il 5% delle donne. Ancora: all’affermazione “la disuguaglianza di genere non esiste”, se il 55% (nel mondo e in Australia) risponde negativamente, i numeri cambiano mettendo a fuoco l’Australia: il 30% degli uomini concorda col quesito di sondaggio, affermando che non esiste la disparità di genere, contro il 14% delle donne.

Se le forme di democrazia partecipativa analizzate, che hanno consentito la candidatura di persone sinceramente interessate alle soluzioni da apportare ai difetti della democrazia australiana, contribuiranno ad alimentare il coinvolgimento dei cittadini nella decisione politica e riportarlo ai livelli di soddisfazione precedenti, nell’immediato, se i candidati indipendenti saranno eletti, cosa succederà? In caso di “hung parliament” (parlamento sospeso), – condizione che si realizza quando nessuno dei partiti riesce a ottenere una maggioranza assoluta (50% + 1, almeno 76 seggi) -, le candidate e i candidati indipendenti potrebbero avere la possibilità di decidere chi affiancare nella prossima legislatura. The Guardian ha posto a 13 independents una serie di domande – “Quali sarebbero per te le questioni politiche più importanti nei negoziati? Ci sono impegni politici non negoziabili che pretenderesti dai partiti principali prima di dare loro il tuo sostegno? -, Kate Chaney, indipendente per Voice for Curtin, ritiene premente una commissione anticorruzione, nel 2020 vi era stata una proposta di legge per istituirla, poi arenatasi. In generale, per tutti, l’urgenza non negoziabile è il clima.

Immagine in anteprima via Allegra Spender

Segnala un errore

Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/australia-elezioni-donne-indipendenti/ – per l’indicazione esatta dell’autore fare riferimento a questo link che contiene il post originale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.