Il massacro di Buffalo e la teoria del complotto più letale al mondo

Il massacro di Buffalo e la teoria del complotto più letale al mondo

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Sono all’incirca le due di pomeriggio del 14 maggio quando vengono esplosi i primi colpi di arma da fuoco nel parcheggio del supermercato Tops a Buffalo, una città nello stato di New York.

L’uomo che spara esclama “devo farlo”, e poi entra nella struttura imbracciando un fucile AR-15 modificato. Indossa attrezzature militari e monta una GoPro sull’elmetto, con cui trasmette in diretta l’attentato sulla piattaforma di streaming Twitch.

È una carneficina: tre persone rimangono gravemente ferite, dieci invece sono uccise. Tra queste ci sono la guardia privata 55enne Aaron Salter, che prova a fermare l’attentatore; Heyward Patterson, un diacono di 67 anni che aiutava le persone del luogo a fare la spesa; Ruth Whitfield, una 86enne che aveva appena visitato suo marito in una casa di cura; e Andre Mackneil, 53anni, che stava comprando una torta per il compleanno del figlio.

Tutte le vittime sono afroamericane; l’attentatore sceglie i suoi bersagli in base al colore della pelle. A un certo punto mira contro una persona che si nasconde dietro una cassa, ma vedendo che è bianco si scusa e non spara.

La polizia arriva sul posto quando però è troppo tardi. L’uomo è già fuori dal supermercato e si sta puntando un fucile alla testa. Dopo una breve contrattazione con gli agenti depone l’arma e si arrende.

Le forze dell’ordine risalgono subito alla sua identità: Payton Gendron, di appena 18 anni. Per raggiungere Buffalo ha guidato per più di 300 chilometri da Conklin, una cittadina (sempre nello stato di New York) in cui vive con la famiglia.

Secondo un articolo dell’Associated Press, nel 2021 Gendron è stato brevemente attenzionato dalle forze dell’ordine. Mentre era al liceo aveva pronunciato frasi minacciose e in un compito aveva espresso l’intenzione di compiere un “omicidio-suicidio”.

Nel maggio dello stesso anno era stato portato in ospedale da agenti della polizia locale per una valutazione psichiatrica, venendo dimesso dopo un solo giorno. L’attentatore aveva detto che si era trattato di uno “scherzo” – solo che non lo era affatto. Gendron aveva da tempo pianificato in maniera certosina la strage dal punto vista operativo, ideologico e comunicativo.

Il giorno dell’attentato ha infatti pubblicato un manifesto di 180 pagine e i log del suo diario che ha tenuto per sette mesi in un server privato di Discord. Secondo quanto è emerso dalle indagini, mezz’ora prima di aprire il fuoco Gendron ha dato l’accesso a quel server a un gruppo ristretto di persone (di cui al momento non si conosce l’identità).

Dall’analisi di quei documenti emerge che nulla – davvero nulla – è stato lasciato al caso. Tra le varie cose Gendron spiega com’è riuscito a procurarsi le armi, nonostante lo stato di New York abbia una legislazione più restrittiva rispetto altri stati degli Usa; dettaglia il processo di autofinanziamento dell’attentato, che secondo i calcoli della ricercatrice Jessica Davis è costato in tutto poco più di diecimila dollari; e racconta di aver scelto quella zona di Buffalo perché abitata in larga misura da persone afroamericane.

Attraverso i testi lasciati da Gendron si può ricostruire interamente il suo percorso di radicalizzazione. Il 18enne scrive di aver iniziato a frequentare la imageboard 4chan all’inizio della pandemia di Covid-19, finendo progressivamente risucchiato nel gorgo dell’estremismo di destra a forza di meme razzisti, propaganda neonazista e – soprattutto – manifesti di altri terroristi bianchi.

“Questi uomini hanno combattuto per me e avevano i miei stessi obiettivi”, dice nel suo diario, “e così mi sono trovato a chiedermi: ‘perché non faccio qualcosa?”

I molti santi del terrorismo bianco

La sua principale fonte d’ispirazione è indubbiamente l’attentatore di Christchurch, l’australiano Brenton Tarrant.

Oltre ad aver copia-incollato buona parte del manifesto e trasmesso in diretta la strage, Gendron originariamente voleva compiere l’attentato il 15 marzo del 2022 – ossia il giorno del terzo anniversario dell’eccidio in Nuova Zelanda. Il piano è però saltato per un malfunzionamento all’arma.

Per il resto, esattamente come Tarrant, anche Gendron si definisce un fascista, un ecofascista, un accelerazionista e un suprematista bianco. Come Tarrant, anche Gendron ha ricoperto la propria arma di citazioni e mantra neonazisti (come “14”, numero che indica lo slogan delle “quattordici parole”). E come Tarrant, anche Gendron ha messo al centro del suo universo valoriale una precisa teoria del complotto: quella della “sostituzione etnica”.

L’immagine iniziale del manifesto di Gendron, con il Sonnenrad in stile fashwave.

A grandi linee, questa teoria sostiene l’esistenza di un piano ordito da oscure “élite globaliste” – una parola in codice per dire “ebrei” – per sommergere l’Europa e gli Stati Uniti di migranti, e per l’appunto “sostituire” le popolazioni “autoctone” (ossia bianche e cristiane).

Secondo una versione ancora più estrema, chiamata “genocidio dei bianchi” (white genocide), i cambiamenti demografici e sociali degli ultimi decenni – tra cui i matrimoni egualitari, il multiculturalismo, il liberalismo, il femminismo, i diritti LGBTQ+ e l’aborto solo per citarne alcuni – sono tutti volti all’annientamento della “razza bianca”.

I due miti nascono pressoché in contemporanea tra gli anni Settanta e gli Ottanta su entrambe le sponde dell’Atlantico: negli Stati Uniti all’interno di circuiti neonazisti, soprattutto per opera di David Lane (un ex membro del gruppo terroristico The Order); mentre in Francia a partire dal romanzo razzista e distopico Il campo dei santi di Jean Raspail.

Per diverso tempo, la teoria rimane confinata in quel recinto ideologico. Le cose cambiano negli anni Dieci, quando in Francia esce un libro destinato a far discutere parecchio e lasciare un impatto profondo sul dibattito pubblico europeo e statunitense: Le Grand Remplacement (“La Grande Sostituzione”). L’autore è Renaud Camus, un intellettuale con trascorsi nel Partito Socialista e da ex redattore di riviste come Le Gai Pied, accusato più volte d’antisemitismo e di essere vicino all’estrema destra.

Ovviamente, la teoria non ha alcuna aderenza con la realtà né la minima base statistica. La sua principale attrattiva è piuttosto una “dimensione cospiratoria”, come l’ha definita il giornalista Guido Caldiron, “la cui posta in gioco è riassumibile nella sopravvivenza o meno della razza bianca”. Ed è anche per questo motivo che la “sostituzione etnica” è uno dei principali – se non il principale – collante ideologico dei terroristi suprematisti.

Inoltre, la teoria si adatta molto bene al modello organizzativo del terrorismo di estrema destra. Se una volta c’erano partiti e movimenti organizzati (basti pensare al già citato The Order, oppure a Ordine Nuovo in Italia), adesso siamo di fronte a una rete informale, globale, decentralizzata e senza leader che sforna continuamente “martiri” – come sono chiamati gli attentatori nel loro ambiente di riferimento.

Un estremista di destra di fianco a un santino di Brenton Tarrant. Immagine tratta dal saggio Aceleracionismo y extrema derecha.

Nel gergo estremista, decidere di “diventare un santo” vuol dire essere pronti a commettere una strage e caricarsi sulle spalle il peso morale, politico e giudiziario di una simile scelta.

La “sostituzione etnica” fornisce una potente giustificazione a tutto ciò: di fronte a una minaccia così esistenziale, l’unica risposta possibile è la violenza.

La normalizzazione della “sostituzione etnica”

Il massacro di Buffalo ha posto l’attenzione anche su un altro punto: l’incredibile normalizzazione politica della teoria.

Solo negli ultimi mesi, annota un articolo di VICE, negli Stati Uniti decine tra parlamentari e candidati repubblicani hanno rilanciato la leggenda della “sostituzione etnica” in un modo o nell’altro, incolpando i democratici e le solite fantomatiche élite.

Un’analisi del New York Times ha evidenziato come il popolare conduttore di Fox News Tucker Carlson sia letteralmente ossessionato dalla teoria – al punto tale da citarla ben quattrocento volte nel corso degli ultimi anni. Lo scorso aprile, giusto per fare un esempio, Carlson ha detto che “il Partito democratico sta cercando di sostituire gli elettori attuali con elettori più obbedienti provenienti dal terzo mondo”.

Più in generale, osserva la giornalista Talia Lavin su Rolling Stone, la mania sui tassi di natalità dei bianchi o i cambiamenti demografici – due elementi centrali nella teoria della “sostituzione etnica” – non è affatto marginale nella politica statunitense. Anzi:

L’angosciante paura di un’America in cui i bianchi si trovano a essere una minoranza ha totalmente consumato l’ideologia conservatrice negli ultimi cinquant’anni, e ha creato nel Partito Repubblicano una completa fissazione verso il nativismo e la fertilità dei bianchi. […] Quello che unisce assassini come Gendron, e la lunga lista di suprematisti che cita con ammirazione, con il conservatorismo mainstream è il sogno di una nazione bianca.

E quando si arriva alla “demonizzazione manichea degli avversari” o non rimane altro che “il consolidamento del potere bianco”, aggiunge Lavin, allora “è inevitabile che una retorica del genere lasci dietro di sé una lunga scia di corpi”.

La questione va ben al di là degli Stati Uniti, ovviamente.

Nelle ultime elezioni presidenziali francesi la “sostituzione etnica” ha dominato in lungo e in largo il dibattito pubblico a causa della candidatura di Eric Zemmour – il maggior propagandista francese della teoria. La sua onnipresenza mediatica ha avuto anche l’effetto di spostare ancora più a destra Valérie Pécresse, la leader dei Républicains, che al termine della sua campagna ha evocato lo spettro della “grande sostituzione” nel tentativo (fallito) di rosicchiare l’elettorato del rivale.

Anche da noi gli esempi abbondano. Matteo Salvini ha detto più volte che in Italia è in corso una “sostituzione etnica” o addirittura “il genocidio contro il popolo italiano”, citando pure il cosiddetto “piano Kalergi” (un’ennesima variazione sul tema elaborata dal neonazista austriaco Gerd Honsik).

Il presidente della regione Lombardia Attilio Fontana, intervenendo nel 2018 su Radio Padania, ha affermato che “non possiamo accettare tutti gli immigrati che arrivano: dobbiamo decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società devono continuare a esistere o devono essere cancellate”. E anche Giorgia Meloni, ossia la leader di quello che secondo i sondaggi è il primo partito italiano, si è detta convinta che dietro “l’immigrazione incontrollata” ci sia “un disegno di sostituzione etnica in Italia”.

Insomma: il mito della “sostituzione etnica” è sia un terrificante vettore di radicalizzazione, che un argomento politico legittimo e legittimato. Ed è proprio tale caratteristica a renderla la teoria del complotto più letale al mondo, almeno in questo momento storico.

*Articolo pubblicato anche sulla newsletter Complotti!, che si occupa dell’impatto delle teorie del complotto sulla politica, sulla società e sulla cultura. Per iscriverti alla newsletter Complotti! clicca qui.

Immagine in anteprima: frame video CBC

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/attentato-buffalo-sostituzione-etnica/ – per l’indicazione esatta dell’autore fare riferimento a questo link che contiene il post originale.

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