Dalla nascita dei diritti umani alla propaganda in tempo di guerra

Dalla nascita dei diritti umani alla propaganda in tempo di guerra

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La cantina di Lukashivka era diventata un microcosmo del fronte propagandistico della guerra. Da una parte c’erano i russi, che ripetevano una litania di falsità che erano state raccontate sulla loro aggressione; dall’altro gli ucraini, chiedendosi come potesse essere accaduto che la loro casa era stata distrutta da aggressori spinti da una finzione. I soldati ripetevano che questa non era una guerra, piuttosto un’“operazione speciale”: una volta finita, avrebbero potuto vivere tutti felici sotto il governo di Putin. Irina ribatté che non aveva alcun bisogno di essere salvata, che non voleva vivere sotto Putin. Insisté: “Perché siete qui?”. I russi risposero che erano venuti aspettandosi non di combattere ma di essere accolti come in una festa: “Siamo venuti per una marcia della vittoria su Kiev”.

Doppio standard sui diritti umani

Definire cosa è “hate speech” è un compito arduo. È un concetto informe che spesso trova una sua definizione a seconda degli interessi particolari degli Stati. Per cui spesso viene usato come arma contro le critiche e il dissenso.

In tale ottica la Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale (ICERD), adottata dall’assemblea generale delle Nazioni Unite nel dicembre del 1965 (entrata in vigore nel 1969) cerca di affrontare le discriminazioni razziali ad ogni livello delle società moderne: dall’assicurare l’eguaglianza dinanzi alla legge fino alla garanzia del diritto di accesso ai servizi e agli spazi pubblici. In particolare l’articolo 4 si occupa dei discorsi, criminalizzando l’incitamento alle discriminazioni razziali.

La stesura dell’articolo 4 fu molto complicata. Si discusse a lungo su due testi. Uno, proposto dagli Stati Uniti, aveva un approccio più “conservativo”, sostenendo che solo l’incitamento che porta (o è probabile che porti) alla violenza dovrebbe essere proibito (in ossequio alla tutela del discorso prevista dal Primo Emendamento). L’altro testo era supportato dall’Unione Sovietica e dalla Polonia, e proibiva le organizzazioni razziste, fasciste, e che praticavano o incitavano la discriminazione razziale. Quest’ultimo testo, quindi, criminalizzava ogni forma di “propaganda” e “superiorità della razza”, proponendo un’azione diretta contro tutti i messaggi di hate speech.

Il testo finale fu il risultato di un compromesso proposto dai paesi nordici (Rights in Context: Law and Justice in Late Modern Society, a cura di Reza Banakar).

Articolo 4
Gli Stati Parte condannano ogni propaganda e organizzazione che siano fondate su idee o teorie di superiorità di una razza o gruppo di persone di un certo colore o di una certa origine etnica, o che tentino di giustificare o promuovere l’odio e la discriminazione razziale in qualsiasi forma, e si impegnano ad adottare immediatamente misure positive finalizzate ad eliminare ogni incitamento alla discriminazione o atto discriminatorio; a questo fine, nel dovuto rispetto dei principi incardinati nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, nonché dei diritti chiaramente enunciati all’art. 5 della presente Convenzione:
     a. gli Stati Parte considereranno reato punibile per legge ogni diffusione di idee basate sulla superiorità o sull’odio razziale, ogni incitamento alla discriminazione razziale, nonché ogni atto di violenza o incitamento a tali atti, rivolti contro qualsiasi razza o gruppo di individui di diverso colore o origine etnica, così come ogni assistenza ad attività razzistiche, compreso il loro finanziamento;
     b. gli Stati Parte dichiareranno fuorilegge e vietate le organizzazioni, nonché le attività di propaganda organizzata ed ogni altro tipo di attività di propaganda, che promuovano ed incitino alla discriminazione razziale, e considereranno reato punibile per legge la partecipazione a tali organizzazioni o attività;
     c. gli Stati Parte non consentiranno alle autorità o istituzioni pubbliche, nazionali o locali, la promozione o l’incitamento alla discriminazione razziale.

Come altri testi analoghi, la ICERD è figlia di una specifica era, nella quale l’idea di giustizia sociale era sempre più sentita come essenziale, ma nel contempo la Convenzione è stata pesantemente editata da quegli stessi Stati che non esitavano a limitare la libertà di espressione per finalità di controllo del dissenso. Alcuni videro la proposta dell’Unione Sovietica come niente altro che una mossa cinica da parte di una nazione che solo con Khrushchev ha finalmente iniziato a considerare i diritti delle sue stesse minoranze. Nonostante ciò quel testo fu applaudito da varie personalità, purtroppo senza una reale disamina dell’applicazione pratica di quei principi all’interno dello stesso territorio dell’Unione Sovietica. All’epoca della discussione della Convenzione internazionale molte voci si sollevarono contro gli Usa focalizzandosi sugli aspetti più deleteri (come le croci del Ku Klux Klan per le strade), stranamente mostrandosi, però, del tutto sordi alle voci delle minoranze sovietiche. Si evidenziava, in contrasto alla pratiche regressive all’interno degli Usa, un progressivo consenso mondiale sui concetti fondamentali.

Ku Klux Klan (1969)

Gli Stati Uniti hanno firmato la ICERD solo con una serie di riserve, in particolare con riferimento agli articoli 4 e 7, rigettando ogni obbligo di restringere la libertà di espressione individuale. Lo stesso anno della firma, il 1969, il caso Brandenburg vs Ohio divenne emblematico. Clarence Brandenburg, leader del Ku Klux Klan, tenne un discorso nel quale invocò la violenza contro le minoranze. Per questo fu condannato in base al Criminal Syndicalism Act e condotto in prigione (pena da 1 a 10 anni). Ma appellò la condanna risultando, alla fine, vincitore. La Corte Suprema, infatti, sentenziò (ribaltando anche precedenti decisioni) che l’Ohio aveva violato il diritto costituzionale di Brandenburg alla libertà di parola. Secondo la Corte un discorso può essere vietato se è “diretto a incitare o produrre un’azione illegale imminente” e se è “probabile che inciti o produca tale azione”. Nel caso specifico, sostenne la Corte, era stato ignorato l’aspetto dell’incitamento ad una azione illegale imminente.

Esiste una narrativa corposa sulle violazioni degli Usa, ma ciò dipende anche dal fatto che alcune organizzazioni (quali Amnesty e Human Rights Watch) si focalizzano soprattutto sugli Usa e gli Stati occidentali, facendoli apparire più abusivi degli altri. Laddove Stati come la Cina e la Russia spesso non permettono nemmeno di discutere di tali problematiche, non consentono indagini, e bloccano, talvolta anche con violenza, tutti i tentativi di rompere il muro di omertà, giustificandosi che si tratterebbe, in realtà, di tentativi da parte dei paesi occidentali di ingerirsi nelle politiche interne, e quindi di violare la sovranità del paese.

Le politiche interne sono spesso la giustificazione di vari tipi di abusi. In tal senso la proposta russa sulla ICERD aveva uno specifico significato. L’URSS ha brutalmente represso le ribellioni nei suoi Stati satellite per decadi, provocando un sentimento anti-russo in moltissime nazioni. I sovietologi Barghoorn e Remington (Politics In The URSS di Frederick C. Barghoorn & Thomas F. Remington) puntualizzarono che l’Unione Sovietica aveva incluso anche forzatamente “oltre cento nazionalità indigene, delle quali ventidue con almeno un milione di persone”. L’Unione Sovietica aveva distrutto numerose minoranze etniche e continuava a farlo anche nel periodo in cui sono nate le principali istanze per i diritti umani: ceceni, ingusci, balcari, baltici, romani, ebrei, musulmani, ecc… Alla fine della seconda guerra mondiale intere minoranze nazionali sovietiche (come i tartari di Crimea) furono deportate in quanto ritenute collaborazioniste dei nazisti tedeschi.

L’Unione Sovietica per decenni aveva proceduto con la politica dello “sblizhenie” (fusione) iniziata da Stalin, ovvero la russificazione, una forma di assimilazione culturale in cui i non russi, volontariamente (o involontariamente), rinunciano alla propria cultura e lingua a favore della cultura russa e della lingua russa, in sostanza l’annullamento di un popolo, della sua identità, della sua cultura e dei suoi valori, per abbracciare quelli russi. E tutto questo proprio mentre l’Unione Sovietica formalmente premeva per una scrittura dell’articolo 4 della ICERD del tutto in contrasto con la realtà sovietica sottostante. Stranamente nel corso della discussione non un solo gruppo etnico al di fuori degli Usa venne nominato. Molti altri Stati ovviamente parteciparono alla redazione dell’articolo 4, sicuramente anche in buona fede, ma tale partecipazione era nei limiti dei confini del discorso politico e legale delle idee già definite, in decenni, dalle grandi potenze mondiali. Ovviamente il problema all’epoca non era solo l’Unione Sovietica, ma anche la Cina, l’India, e per certi aspetti anche il Giappone.

Con mano di ferro guideremo l’umanità alla felicità (cartello del gulag delle isole Solovki in Unione Sovietica)

Secondo una tesi gli Stati democratici devono assumersi un peso maggiore per il proprio specifico status. Mentre ai regimi quali quello sovietico (oggi russo) si dovrebbe applicare uno standard ridotto, poiché non sono propriamente democratici, e quindi sarebbe difficile pretendere il rispetto di uno standard universale per i diritti umani. Ma tale argomento manca completamente il bersaglio, in quanto i diritti umani richiedono che tutti i paesi siano “responsabili” allo stesso modo, in proporzione agli abusi che essi commettono. Nessuna dottrina di diritti umani pretende un maggiore peso per i paesi democratici rispetto a quelli non democratici. Il problema, casomai, è di provare gli abusi, in quanto i regimi come quello russo tendono a controllare e reprimere gli organi di informazione, con ciò rendendo molto difficile monitorare la situazione interna.

Comunque, il solo fatto che molti Stati non hanno firmato la ICERD, o lo hanno fatto con una serie di riserve, dimostra che non esiste alcun “consenso” a livello internazionale su cosa sia il razzismo, cosa sia hate speech. Il beneficio per un regime totalitario di una limitazione più restrittiva della libertà di espressione e di associazione politica è piuttosto ovvio. L’articolo 4 proibisce non solo le voci più razziste, ma avrebbe proibito anche tutte quelle voci che il regime sovietico riteneva destabilizzanti politicamente, incluso il legittimo dissenso delle minoranze etniche contro le pratiche delle maggioranze etniche. Il testo proposto era perfetto per la tutela di ideali formali (non sostanziali) di pace, sicurezza, stabilità e tolleranza.

Cinismo

L’idea dell’epoca – che ad una corretta disamina appare più che altro una fantasia – era che la comunità internazionale ascoltasse le storie delle vittime, e le accettasse senza necessità di dimostrazioni di “innocenza”. Ma in realtà molto spesso si accomuna l’aggredito all’aggressore pretendendo dal primo una sorta di “prova” di non partecipazione all’aggressione, una prova di non aver “provocato”. È la medesima dinamica che si rinviene nei tribunali nei casi di stupro: la colpevolizzazione della vittima (una delle tecniche di neutralizzazione della dissonanza cognitiva).

L’evidenza ci dice che i punti ideologici presentati all’ONU non rappresentano altro che i punti di vista ufficiali dei blocchi di potere che hanno dominato il mondo per secoli, tra l’altro punti di vista che si trascinano stancamente da decenni, e oggi ci ritroviamo definizioni poste da chi all’epoca era “potenza mondiale” e oggi forse non lo è più, con ciò continuando a corrompere il dibattito pubblico in materia.

Ma le norme in materia di diritti umani non devono essere analizzate nel “vuoto”, bensì calate nella realtà della pratica dei singoli Stati. Per quanti problemi possano avere avuto (e avere anche oggi) gli Usa, è piuttosto evidente che analizzando le leggi che si sono susseguite negli anni, le produzioni culturali (film, libri), che esiste una corpus di studi che porta avanti un discorso su tali argomenti. A differenza di paesi quali la Russia e la Cina dove tale analisi interna semplicemente manca, non esiste alcuna presa di coscienza di errori o violazioni dei diritti umani, tutto ciò che si può osservare è solo la mistificazione della realtà, la cancellazione dei discorsi che contraddicono la “verità” dello Stato, la soppressione delle voci dissenzienti.

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Chi sono le vittime? Se si guarda la storia dall’ottica della Russia è evidente una contraddizione. Da una parte c’è la costante rivendicazione di essere una “potenza mondiale”, che però si accompagna ad un vittimismo strisciante. Secondo i russi esiste una sorta di complotto mondiale contro la nazione russa che mira a distruggere l’unità russa, la sovranità russa, la cultura russa. Non si tratta solo di una posizione del governo, ma di qualcosa di molto più esteso che ingloba vasti strati della popolazione. “La gente sembra nervosa all’idea di uscire dal copione o anche di quello che, esattamente, dovrebbe essere il loro copione”, dice Cynthia Hooper, esperta di Russia al College of the Holy Cross, nel Massachusetts. Adesso è osservabile una complicità molto profonda nella produzione di storie progettate per rafforzare il regime di Putin alimentando l’odio popolare contro presunti nemici esterni, che trasmettono sostegno a politiche governative anche distruttive. Nei media russi, ormai completamente sotto il controllo del governo, c’è un offuscamento tra verità e bugie che copre tutto e tutti ad alimentare l’incertezza e la rassegnazione. Il fattore cinismo, sostiene Maria Repnikova professoressa di comunicazione globale alla Georgia State University, “è una cosa molto, molto forte quando si tratta di non uscire allo scoperto o di non resistere”. Il cinismo crea la sensazione che “nulla è vero e tutto è possibile”.

Nulla è vero, tutto è possibile

Il sistema propagandistico di Putin (incentrato principalmente sulla diffusione di false informazioni, in particolare falsi attacchi da parte degli ucraini contro obiettivi russi) non è rivolto ad alimentare l’entusiasmo quanto piuttosto a diffondere incertezze. L’idea è di instillare il dubbio a più livelli, diffondendo tante versioni della “verità” al punto che non ci sia più possibilità di distinguerle, così non c’è nemmeno più necessità di smentire quella verità che superi la cortina di fumo. Così ché le persone si sentano smarrite, perse nell’oscurità. In assenza di qualsiasi certezza non gli resterà altro che lasciarsi guidare dall’“uomo forte”, il leader autoritario che le conduce fuori dell’oscurità. La propaganda putiniana ha lo scopo di mantenere le persone insicure, passive, e si insinua dappertutto, anche nelle istituzioni educative. La visione di Putin ormai viene martellata nella testa dei russi fin dalla più tenera infanzia, fino ad assumere dimensioni grottesche: le scuole inscenano spettacoli in cui i bambini si travestono da soldati sovietici.

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Ma se in passato il cittadino russo poteva rifugiarsi nel suo privato depoliticizzato, da qualche anno a questa parte il totalitarismo putiniano pretende di più, richiede l’accettazione pubblica inequivocabile della guerra. Qualsiasi segno di deviazione da tale dovere “civico” è passibile di arresto come tradimento. Protestare contro la guerra, avere un badge contro la guerra, semplicemente alzare un cartello, casomai bianco o addirittura inesistente, è segno di tradimento in quanto dissidenza interna. Oggi la Russia chiude il cerchio e proibisce tutto ciò che è destabilizzante politicamente, incluso il legittimo dissenso.

Flash mob alla Platinum Arena di Khabarovsk (11 marzo 2022)

Ma tale propaganda ha anche i suoi limiti. Quando i russi si scontrano con la realtà della guerra che si rivela in contrasto con le “verità” dello Stato, la confusione è massima. Per questo motivo il Cremlino ha creato un ampio apparato di filtraggio delle notizie che vengono dall’Occidente. Lo scopo è di isolare i cittadini russi, impedire che voci dissonanti dalla realtà calata dall’alto possano turbare quel delicato equilibrio, e portare in confusione i russi. Da cui la chiusura dei social media, la chiusura dei media indipendenti (ad esempio il quotidiano Novaya Gazeta che ha pubblicato un’edizione in russo e ucraino con il titolo “La Russia sta bombardando l’Ucraina”), fino addirittura al divieto di utilizzare determinate parole: attacco, invasione, guerra.

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L’obiettivo principale è creare un senso di sbandamentodice Galina Timchenko direttrice di Meduza: “Cosa posso fare? Cosa non posso fare? Mi puniranno oppure no? Hanno creato un senso di insicurezza nei giornalisti che fanno il proprio lavoro, persino nei loro stessi pensieri. Questo fenomeno lo definisco terrore. Perché l’obiettivo principale di qualsiasi terrorista è diffondere la paura”. In contrasto lo slogan del dissidente Navalny è: “Non abbiate paura”, “Non siate spaventati”.

L’innocenza della Russia

La sofferenza sovietica sotto l’occupazione tedesca divenne, con Brezhnev, un modo per legittimare lo status quo, una risorsa politica. Quindi si creò un culto attorno alla vittoria della seconda guerra mondiale, con la parata del 9 maggio. Breznev offrì ai cittadini sovietici la nostalgia del passato piuttosto che una visione del futuro. I consistenti aiuti americani furono dimenticati, per propagandare una vittoria tutta sovietica, un vero e proprio culto della potenza militare russa. Tale rilettura della storia è stata al centro anche della riscrittura da parte di Putin: è stata la Russia a vincere la guerra. E anche qui ampi stralci della storia vengono taciuti, come il fatto che gran parte della guerra si combatté proprio nell’attuale Ucraina, per cui i civili ucraini soffrirono quanto e più dei russi. Ucraini e russi sono stati legati dalla loro esperienza condivisa durante la seconda guerra mondiale, quando a milioni morirono insieme sotto il fuoco tedesco per cacciare i nazisti. E ogni 9 maggio sfilavano in parata insieme. Fino ad oggi, quando anche il fatto che i soldati russi combatterono a fianco di quelli ucraini è stato rimosso. “Per cosa ha combattuto mio nonno?”, si chiede Andriy, “non siamo più fratelli”. Mentre i russi rivisitano il passato in una sorta di glorificazione e culto dei morti, nel pensiero politico ucraino viene dato maggiore spazio al futuro.

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Parata del 9 maggio 2022

La parata del 9 maggio 2022 di fatto è stata la glorificazione della militarizzazione della società russa. Al centro del pensiero politico russo sembra esserci, quindi, la scelta di un nemico, e il ritorno ad un’età d’oro da restaurare, quando l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti si sono spartiti il mondo in sfere di influenza. Conclude lo storico Timothy Snyder, la celebrazione dell’ostinazione nazionale, il guardare costantemente al passato che non c’è più, casomai estirpando le parti che non si conformano con l’idea della Russia come “innocente”, l’egocentrismo e la continua ricerca paranoica di nemici interni ed esterni, in opposizione alla storia e alla logica stessa, appaiono tratteggiare un’ideologia tipicamente fascista. Tale ideologia esplica il primato della volontà sulla ragione fino all’estremo, in un autoesonero da responsabilità, che trasuda discorsi d’odio che consentono, giustificano, fino a glorificare veri e propri crimini di guerra. L’omicidio e lo stupro degli ucraini è legittimato in base alla giustificazione: “Sono nazisti”.

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Ma l’idea di nazismo da parte della Russia è sempre stata ambivalente. Nel 1939 Stalin suggellò un’alleanza con Hitler, per cui il nazismo era buona cosa nella sfera pubblica sovietica. Poi, però, con l’invasione da parte della Germania il nazismo divenne qualcosa di malvagio, in particolare era da condannare l’invasione dell’Unione sovietica. In sintesi il nazismo non ha una definizione vera e propria, quanto piuttosto è bollata in tal modo l’ideologia del nemico della Russia del momento. Anche gli inglesi e gli americani erano talvolta assimilati ai “nazisti”, durante la guerra fredda (e oggi anche gli svedesi). In estrema sintesi la “denazificazione” dell’Ucraina non è altro che la “deucrainizzazione”, cioè l’annientamento dell’Ucraina in quanto tale. In una parola: genocidio (definito così da: Canada, Lituania, Estonia, Lettonia, Repubblica Ceca – qui per una analisi giuridica del concetto di genocidio -).

Nella propaganda russa l’Ucraina è un paese falso (gli editori hanno ricevuto l’ordine di rimuovere i riferimenti all’Ucraina dai libri di testo delle scuole russe), senza storia o legittimità, non è altro che il sud-ovest della Russia, una parte inalienabile della “storia, cultura e spazio spirituale” della Russia. Peggio, dice Putin, questo falso Stato è armato dalle potenze occidentali degenerate e morenti contro la Russia. Un paese completamente controllato dall’esterno, una colonia con un regime fantoccio. Non sono nemmeno umani, sono “nazisti”. E così, come i kulaki prima di loro, possono essere eliminati senza alcun rimorso. La loro stessa esistenza è destabilizzante per la Russia.

Così un’indagine investigativa porta alla luce una vasta rete di ex sanatori sovietici e orfanotrofi utilizzati come campi di “riposizionamento” forzato degli ucraini. Migliaia di adulti e bambini ucraini sono stati inviati a migliaia di chilometri dalle loro case in regioni remote della Siberia, del Caucaso, e dell’Estremo Oriente. Sono persone alle quali vengono tolti i soldi e anche i documenti di identità, e spesso utilizzati per lavoro forzato. Il riposizionamento involontario (deportazione) ovviamente è considerato crimine di guerra (art. 8 Statuto di Roma sui crimini di guerra), ed ha lo scopo di estirpare gli ucraini dalle regioni che la Russia intende annettersi forzosamente, estirpare il dissenso (i cambiamenti demografici a favore della popolazione etnica russa sono considerati anche una forma di russificazione).

In Russia 66 campi ospitano 95.000 residenti deportati da Mariupol.

Non solo. L’esercito russo laddove non riesce a conquistare una città ucraina, la assedia e la prende per fame. Poi espropria beni (autorizzato dal governo russo), e in particolare il cibo, dalle regioni occupate, lasciando gli ucraini a morire di fame. Una moderna riedizione dell’Holomodor, la carestia pianificata dai russi nel 1930 per estirpare i movimenti indipendentisti dall’Ucraina.

Infine, gli stupri. Secondo il Commissario per i diritti umani ben oltre gli 830. Le vittime sarebbero state abusate per giorni e giorni, al punto che, secondo quanto dicevano i soldati russi, non sarebbero più state in grado di avere figli ucraini. Bambini violentati dinanzi ai genitori, genitori stuprati dinanzi ai figli. Un bambino di 11 anni violentato per 10 ore davanti alla madre legata ad una sedia.

Il bombardamento sistematico (anche con bombe a grappolo vietate della convenzioni internazionali) di civili in Ucraina è iniziato solo pochi giorni dopo l’invasione. I missili russi hanno preso di mira condomini, ospedali e scuole. È noto il double-tap, i russi bombardano un luogo e poi lo ribombardano dopo qualche ora, con la speranza di centrare i soccorsi arrivati in zona. I russi occupanti hanno rapito civili e seminato terrore. Quando l’esercito ucraino ha riconquistato Bucha, a nord di Kyiv, ha trovato cadaveri con le braccia legate dietro la schiena, distesi sulla strada. Eppure, anche se questi crimini (rapporto di Amnesty International) sono stati compiuti sotto gli occhi del mondo intero (satelliti e giornalisti indipendenti), la Russia ha nascosto tutto ciò al suo stesso popolo.

La Russia commemora la seconda guerra mondiale con armi e soldati

L’appello di Putin è stato per l’auto-purificazione dello Stato russo, e l’Ucraina, per Putin, è parte dello Stato russo, e sia i funzionari del Cremlino che le narrazioni russe continuano a inquadrare l’invasione su vasta scala dell’Ucraina come un’estensione della Grande Guerra Patriottica, il completamento della guerra contro il nazismo. È la russificazione, in un modo o nell’altro la loro identità sarà strappata fino a farli diventare dei veri russi. Coloro che si oppongono alla guerra, che resistono, devono capire che non ci sarà pietà per loro: “questo significa campi di concentramento, rieducazione, sterilizzazione”.

Irina una mattina portò i soldati a raccogliere erbe selvatiche per il tè. Mentre attraversavano quel poco che restava della vita di Irina, i soldati si scusarono per la distruzione che avevano portato. Uno di loro disse che forse un giorno avrebbero potuto farle visita come amici. “Sei venuto qui per uccidermi e distruggere la mia casa”, rispose, “possiamo solo essere nemici“. I russi si scusarono di nuovo e iniziarono a dire che la guerra era insensata. Cominciarono persino a chiamarla così: “guerra”.

L’Ucraina che non c’è

Le idee instillate nei cittadini russi bombardati da decenni di crescente propaganda governativa, in special modo negli ultimi anni quando in Russia si sono progressivamente spente molte voci dissenzienti (ad esempio giornalisti uccisi come Anna Politkoskaya), hanno trovato un formidabile contraltare con la guerra. In particolar modo i soldati russi, a contatto con una realtà che non sembra conformarsi alle idee ripetute in patria, hanno subito una sorta di collasso del contesto. In alcuni casi i soldati russi si sono insediati in case degli ucraini, costringendo questi ultimi a vivere con loro (e certe volte a subire i loro abusi). Pubblici diversi (soldati russi e civili ucraini) inseriti nel medesimo contesto con principi e livelli di conoscenza diversi hanno determinato l’impossibilità di stabilire una base fattuale comune.

 I media russi “raccontano di un Mariupol dove i carri armati russi sono accolti con i fiori” (Zhanna Agalakova, ex corrispondente di Channel One).

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Alcuni soldati hanno reagito ferocemente a quello che vedevano come l’estremo tentativo di menzogna, con l’intensificazione della deumanizzazione, arrivando a veri e propri crimini di guerra, probabilmente per rimarcare la distanza tra loro e gli ucraini raccontati come nazisti, enfatizzando la differenza con quelli che sono diventati dei veri e propri subumani (e in quanto tali degni di mutilazioni, torture e stupri). Da cui l’evidente stridore – come unghie sulla lavagna – delle accorate lettere d’amore del soldati russi che rassicurano fidanzate e mogli in patria, mentre intorno a loro si consumano efferati crimini di guerra: saccheggi, omicidi, torture (telefonata tra un soldato russo che descrive le torture agli ucraini alla madre in Russia), stupri (anche di bambine di 13, 14 anni). Altri soldati russi, invece, forse più permeabili, hanno risposto alla confusione mettendo in discussione l’intera propaganda instillata nelle loro menti da decenni (sono molti i casi di soldati russi che si sono rifiutati di combattere). Così è riemerso l’orrore di ciò che accadeva intorno a loro, hanno iniziato a vedere i fatti per quello che sono: “guerra“. Entrambe sono tecniche di neutralizzazione della “dissonanza cognitiva”.

Lettera d’amore di un soldato russo da Bucha

L’invasione di Putin originariamente doveva essere breve, forse di soli tre giorni. L’idea era che la conquista dell’Ucraina sarebbe stata una cosa veloce e relativamente indolore. Il disprezzo del Cremlino nei confronti dell’Ucraina, rea di essersi rivolta all’Occidente, ha portato a disinteressarsi della cultura e della società ucraine. Molti russi non fanno alcuno sforzo per nascondere la mancanza di rispetto per la cultura ucraina, gli autori di lingua ucraina sono trattati con derisione e in modo sprezzante. Nei primi anni 2000 l’ambasciata russa a Kyiv non aveva nessuno per monitorare i media ucraini. La TV russa è sempre stata ossessionata da tutto ciò che è ucraino, ma non aveva veri esperti di cultura ucraina.

Il Cremlino, insomma, mancava di una comprensione dell’Ucraina e tale ignoranza, alimentata dall’arroganza imperialista, ha contribuito agli errori di calcolo nella preparazione della campagna militare. Il Cremlino sembra aver creduto sinceramente che l’esercito del paese avrebbe ceduto e si sarebbe arreso in pochi giorni, si aspettava che gli ucraini accogliessero i suoi soldati con torte e fiori. Il disprezzo di Putin per l’Ucraina è stato il suo più grande errore. Per lui gli ucraini sono solo russi (anzi “piccoli russi“), e quindi possono essere compresi e analizzati allo stesso modo e con gli stessi strumenti che si utilizzano per i russi. Per questo probabilmente ha ritenuto che gli strumenti di controllo interno e di propaganda avrebbero avuto lo stesso effetto sugli ucraini. L’inesistente ritratto dell’Ucraina come una parte della Russia ha reso ciechi i governanti russi di fronte alle molte differenze culturali tra i due paesi, in primis la disponibilità degli ucraini a lottare, e morire, per i propri diritti democratici.

Putin è rimasto intrappolato nei suoi pregiudizi, nella sua stessa menzogna, convinto che la rivoluzione arancione del 2004 e Euromaidan del 2014 non fossero altro che colpi di Stato anti-russi organizzati da potenze straniere. Nella visione cospirativa del mondo di Putin tutti gli eventi derivano da complotti dell’Occidente, da forze che tramano nell’ombra, non c’è alcuno spazio per l’autodeterminazione di un popolo. Nella lingua di Putin (e della maggior parte dei commentatori televisivi russi), l’Ucraina non è un “agente”, non ha alcuna capacità di scelta, non può eleggere un suo governo, è completamente eterodiretta. Ecco perché la Russia è stata genuinamente colta di sorpresa di fronte all’ondata di resistenza popolare dell’Ucraina, un movimento che sarebbe impossibile in una società passiva, cinica e rassegnata come è oggi quella russa.

Dobbiamo domandarci, e domandare all’intera élite russa, perché la cultura del Paese è divenuta impotente, perché non aiuta in questa situazione tragica, perché le persone non si rivolgono alla parola della cultura, e non la ascoltano, e invece ascoltano soltanto la televisione.
Perché una propaganda così primitiva come quella della televisione ha preso il sopravvento? Come è potuto accadere? (Svetlana Aleksievic)

La Russia di oggi forse si può considerare il più grande esperimento di disinformazione e propaganda interno mai realizzato (con la televisione come strumento principale). Un esperimento che da un lato ci mostra tutti gli orrori della propaganda, e fino a che punto gli esseri umani possono essere spinti. L’immagine esatta dipende dai media che i russi consumano, per i russi che preferiscono la tecnologia le informazioni non ufficiali sono ancora accessibili (i download russi delle VPN sono aumentati a 700mila al giorno nel mese successivo all’inizio della guerra, rispetto a una media di 16.000), ma quelli che seguono le notizie ufficiali vedono l’illusione realizzata ad arte dal Cremlino. Ma questo esperimento nel contempo ci lascia ben sperare, perché ha mostrato tutti i suoi limiti. Mentre il pubblico giovane si sposta online, l’apparato di propaganda russo non ha attecchito in Ucraina, otto anni di propaganda russa non sono riusciti a fornire un’alternativa convincente alla nazionalità ucraina nel Donbas e nell’Ucraina orientale (sostiene una ricerca dell’Università di Cambridge su oltre 85mila articoli tra il 2014 e il 2017). Come non attecchisce (a parte qualche situazione differente dove si confonde il pluralismo con la parità di trattamento di tutte le opinioni nello spazio pubblico) nei paesi occidentali. Gli anticorpi alla disinformazione ci sono, basta coltivarli.

Galina Timchenko, direttrice di Meduza, alla domanda su come raggiungere la Russia profonda, risponde: “Ho smesso di perseguire questo obiettivo. Mi viene da dire: “Non saprei come svegliarvi, se volete rimanere ciechi”. Mi interessa raggiungere la mia audience di riferimento… il nostro obiettivo concreto è informare un pubblico giovane, attivo, con competenze tecnologiche, socialmente attivo. Non solo nella propria vita, ma anche politicamente. Gente che non vuole semplicemente sedersi e guardare cosa succede. Gente che intende agire”.

Immagine in anteprima via Newsweek

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/diritti-umani-propaganda-guerra/ – per l’indicazione esatta dell’autore fare riferimento a questo link che contiene il post originale.

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