‘Solo è il coraggio’: un estratto dal libro di Roberto Saviano su Giovanni Falcone

‘Solo è il coraggio’: un estratto dal libro di Roberto Saviano su Giovanni Falcone

Iscriviti alla nostra Newsletter

6 min lettura

In occasione del trentennale della Strage di Capaci, dove persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, pubblichiamo un estratto dal libro Solo è il coraggio, di Roberto Saviano, per gentile concessione dell’autore e dell’editore che ringraziano Valigia Blu per aver dedicato spazio a questo racconto.

Palermo, 1990

“Hai fatto un guaio, Giovanni. E non parlo della candidatura al CSM.”
“Lo so.”
“Ma hai fatto la cosa giusta. L’unica che potevi fare.”
“Appunto.”
Ormai vedere Giovanni a Palermo è una rarità. Francesco La Licata ne approfitta, quindi, appena può. Il rapporto fra loro due è delicato: dapprima è stato una sorta di corteggiamento, con Giovanni che si negava a oltranza; poi, un po’ alla volta, si è ammorbidito. Ha capito che Ciccio conosce bene la linea del fallo, quella che separa la correttezza dalla slealtà. D’accordo, è pur sempre un giornalista, quindi deve stare attento. E lui, d’altronde, è pur sempre un magistrato, quindi anche La Licata deve essere cauto. La loro è un’amicizia guardinga, ma nessuno dei due ha dubbi sul fatto che sia reale.
“Quella puoi anche metterla via,” dice il giornalista indicando la pistola poggiata sul tavolo e pentendosene subito dopo: vuoi vedere mai che in una situazione d’emergenza… Giovanni, però, si alza dal divano e con movimenti sciatti, strascicando le ciabatte sul pavimento, la infila in un cassetto della credenza.
“Ma forse non tutto il male viene per nuocere. Su Mattarella è bene che si faccia un po’ di chiarezza.”
“Sì. Sempre se di chiarezza si tratta,” dice Falcone lasciandosi nuovamente cadere sul divano. Prende il telecomando e accende la TV del salotto. Stasera dormirà qui, nella villa dell’Addaura, ma già domattina ripartirà per Roma. Per l’ennesima audizione al Consiglio superiore della magistratura. Su RAI 3 stanno dando le notizie della sera. Il tavolo ospita gli avanzi della cena.

Falcone era da poco arrivato a Palermo, il 6 gennaio del 1980, quando il presidente della Regione Piersanti Mattarella venne ammazzato a colpi di revolver mentre era in auto con la moglie e con la suocera per andare a messa. Le piste, fin da subito, furono due: mafia ed eversione di estrema destra. Ma fu Buscetta, ancora una volta, a raccontare che l’omicidio di Mattarella, insieme a quelli di Boris Giuliano e Cesare Terranova, fu ordinato dalla Commissione di Cosa nostra.
Il quadro sembrava abbastanza chiaro, fino a pochi mesi fa. Fino a prima che il procuratore di Bologna Libero Mancuso interrogasse l’ex compagno di cella di Angelo Izzo, il “massacratore del Circeo”. Il collaboratore si chiama Giuseppe Pellegriti, è catanese, e la sua confessione è stata sconvolgente. Sembra che a ordinare l’assassinio del governatore sia stato proprio l’uomo che, nella foto di Letizia Battaglia all’hotel Zagarella, gli era accanto. L’europarlamentare Salvo Lima, suo compagno di partito.
Pellegriti, detenuto nel carcere di Alessandria, nella sua confessione, durata diverse ore, non si è risparmiato, ribadendone i dettagli più volte: prima al procuratore Mancuso, poi all’alto commissario Domenico Sica. C’è il nome del mandante – che ha commissionato anche gli omicidi di Pio La Torre e del generale dalla Chiesa – e non solo: c’è anche quello di uno degli esecutori materiali. Si chiama Carlo Campanella, è un mafioso di piccolo calibro della cosca di Adrano appartenente alla famiglia Alleruzzo. Ma nell’omicidio sono coinvolti anche i gruppi di estrema destra, la banda della Magliana, il corleonese Pippo Calò. Le accuse di Pellegriti sono in grado di ribaltare gli assetti politici del Paese, o quantomeno di sconvolgerli dalle fondamenta. Le sue parole sono eclatanti. Troppo, per non sottoporle a chi sugli omicidi eccellenti e sulla mafia siciliana indaga da più di un decennio, e cioè a Giovanni Falcone. E Libero Mancuso ha fatto proprio così: ha passato le carte a Giovanni Falcone, centinaia di verbali con i nomi di mafiosi, di componenti dei NAR – i Nuclei armati rivoluzionari –, di gangster della Magliana e, primo su tutti, quello dell’onorevole Salvo Lima.
È un nuovo Buscetta, Giuseppe Pellegriti. Grazie alle sue dichiarazioni sono già stati emessi ottantasei ordini di cattura per la mafia catanese. E allora, se due più due fa quattro…
“Che storia assurda,” borbotta il giornalista. “Non ci si capisce più niente. Noi della stampa, almeno. Tu non so…”
“Peggio di voi.”
“Perfetto. Si narra che tu abbia dell’ottima grappa alle pere.” Giovanni indica il mobile scuro in cui tiene le bottiglie. La Licata si alza e va a prendere la grappa.
“Almeno,” dice tornando, “non ti hanno scippato l’indagine. Che è già tanto.”
L’Ufficio istruzione di Palermo è finito inondato dai nuovi verbali con le dichiarazioni di Pellegriti, e nonostante Giovanni temesse che pure stavolta l’indagine gli venisse sottratta, il caso era troppo eclatante, e la richiesta di Mancuso troppo diretta perché il nuovo procuratore Giammanco insistesse col gioco delle tre carte.
Quindi c’è andato Falcone, a interrogare Pellegriti. Il quale ha ripetuto parola per parola ciò che aveva già detto. Il killer di Piersanti Mattarella si chiama Carlo Campanella. Giovanni gli ha chiesto se era proprio sicuro di quel nome, su quello e non su un altro. Pellegriti ha detto di sì. Ed è lì che Giovanni ha fatto il “guaio”.
Ha scoperto che Pellegriti è un bugiardo. Gli ha detto che Campanella, il giorno dell’omicidio dell’ex governatore, risultava detenuto in carcere. Allora il pentito è tornato sui suoi passi, ha iniziato a balbettare, ha detto che ciò che sapeva gli era stato detto da Angelo Izzo, il suo compagno di cella, che bla bla bla…
Ma nel frattempo Falcone aveva già emesso nei suoi confronti un’incriminazione per calunnia.
“Ti faranno il culo per questa cosa, diranno che…”
“Sì, sì, dicano quello che vogliono. Ormai ci sono abituato. Nemmeno il diavolo si può calunniare. Nemmeno il diavolo.
Sarebbe la fine della giustizia. Anzi, il suo suicidio, sarebbe.”
“Sono d’accordo con te. Comunque, Giovanni, è di un’altra cosa che volevo parlarti. Forse non ti farà piacere… O forse sì!” ride Francesco.
“Cioè?”
“Me ne vado.”
“Da dove?”
“Dal Giornale di Sicilia. Mi hanno licenziato.”
“Minchia… Mi dispiace.”
“A me no. Vado alla Stampa, qui non era più possibile andare avanti. Una guerra continua. La conosci la situazione, lo sai.”
Giovanni si gratta la testa, manda giù un sorso di grappa.
“Lo so. Siamo noi siciliani i peggiori nemici di questa terra.”
Guardano scorrere le notizie sullo schermo per qualche minuto. La TV manda la sigla di chiusura del telegiornale.
“Posso parlare di te ai miei colleghi romani, così se vuoi sentire
qualcuno…”
“Grazie.”
“Ti prometto che non ti sequestreranno dentro il loro ufficio.” Ci riflette un attimo, poi aggiunge: “Se farai il bravo. Se scriverai dei blitz prima che li facciamo, non posso garantire.”

Giovanni e Francesco sono spaparanzati sul divano. La bottiglia di grappa è piena solo per un terzo, in TV sta iniziando il
programma di Michele Santoro, Samarcanda. Ospite in studio è il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando.
“Oh, oh,” fa La Licata. “Il tuo testimone di nozze.” Il conduttore e il politico iniziano a parlare della situazione palermitana, della lotta alla mafia, poi la conversazione cade sul tema dell’omicidio Mattarella. Orlando è ripreso in primo piano, un ciuffo di capelli neri gli scende sulla fronte. Il suo volto, che era disteso, s’irrigidisce. Nel salotto di casa Falcone il silenzio è totale. L’unico suono è quello della voce del sindaco, che parla attraverso la TV.
Vogliamo capirlo,” ringhia verso il conduttore, “che esistono milioni di siciliani che vorrebbero finalmente vedere colpito il mandante di Mattarella? Finalmente vedere colpito il mandante di La Torre, finalmente vedere colpito il mandante di Insalaco e di Bonsignore…”
Lo dice come se fosse possibile,” interviene Santoro, “come se questa verità fosse a portata di mano, invece è una verità…”
Io sono convinto,” lo interrompe Orlando, “e mi assumo tutta la responsabilità, che dentro i cassetti del Palazzo di giustizia ce n’è abbastanza per fare giustizia su questi delitti.”
Allora perché non la fa?”
Lo chieda ai giudici.”
Lo chiedo ai giudici…”
Lo chieda ai responsabili.”
Francesco guarda Giovanni, senza parlare. Lui evita lo sguardo. Ha gli occhi a mezz’aria, puntati nel vuoto. Si mette la testa fra le mani. Eccolo, il “guaio” che ha fatto. Non riesce a stare un attimo senza combinarne uno.
“Ma ce l’ha con te?” Giovanni non risponde. “È impazzito?”
Ma Falcone, ancora, non risponde. No, non è impazzito, il suo amico Leoluca Orlando, il suo testimone di nozze. Tutt’altro. È intelligente. Gli elettori vogliono un colpevole. Uno qualsiasi. Ne era saltato fuori uno perfetto: Salvo Lima, che è già colpevole di molte cose. Che differenza avrebbe fatto se fosse stato giudicato colpevole anche dell’omicidio Mattarella? E invece no. È arrivato quello scassaminchia di Falcone a denunciare per calunnia il pentito che lo accusava. E adesso gli elettori sono di nuovo all’asciutto, senza un colpevole. Ma ecco che ne è appena stato trovato uno. Da oggi, Giovanni Falcone è “uomo di Salvo Lima”. Cioè uomo di Andreotti.

(Immagine anteprima via WikiMafia)

Segnala un errore

Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/strage-di-capaci-solo-e-il-coraggio/ – per l’indicazione esatta dell’autore fare riferimento a questo link che contiene il post originale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.