America Latina: l’impegno di 12 paesi per proteggere gli attivisti ambientali da minacce e violenze

America Latina: l’impegno di 12 paesi per proteggere gli attivisti ambientali da minacce e violenze

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7 min lettura

di Susanna De Guio

L’accesso all’informazione e alla giustizia in materia ambientale e la partecipazione pubblica ai processi decisionali sono i tre grandi assi dell’Accordo di Escazú, un trattato regionale firmato da 12 paesi dell’America Latina e dei Caraibi. 

Tra il 20 e il 22 aprile scorsi, a Santiago del Cile si è riunita la prima Conferenza delle Parti (COP) di questo trattato che ha diverse somiglianze con la Convenzione di Aarhus, in vigore a livello europeo, che l’Italia ha firmato nel 2001 e di cui ha ospitato la prima COP l’anno seguente.

L’importanza dell’Accordo di Escazú risiede negli strumenti legali che mette a disposizione di difensori territoriali e attiviste per l’ambiente in una tra le regioni più megadiverse del pianeta, che possiede cioè ampia biodiversità e un ricco patrimonio naturale. In America Latina e il Caribe si trova il 28% delle terre coltivabili del mondo, un terzo delle riserve di acqua dolce e il 22% di tutte le foreste. Allo stesso tempo, questa regione è tra le più esposte ai disastri naturali che il cambio climatico sta intensificando: oltre alla violenza dei fenomeni atmosferici come tempeste e tornado, la desertificazione e la siccità sono una realtà problematica in aumento. A questo si aggiungono i conflitti generati a causa della deforestazione, dell’agro business, dell’estrazione mineraria e dei mega progetti energetici, dove si producono i due terzi degli omicidi registrati a livello mondiale di persone che difendono l’ambiente, la maggior parte appartenenti a popoli originari.

In questo contesto, l’Accordo di Escazú è il primo al mondo a garantire protezione e sicurezza a persone, gruppi, associazioni che lavorano in difesa della natura con misure specifiche che affrontino le minacce, violenze e limitazioni a cui sono sottoposti, e allo stesso tempo obbliga gli Stati membri a indagare, punire e prevenire le intimidazioni.

Inoltre, l’accordo tutela il diritto di accedere alle informazioni ambientali facendo richiesta alle autorità competenti, senza restrizioni e in tempi idonei, introduce meccanismi di partecipazione alle decisioni riguardanti progetti e autorizzazioni che possono incidere sull’ambiente e sulla salute delle persone, e infine introduce nei tribunali procedure specializzate per le controversie in materia ambientale per assicurare le condizioni di un giusto processo, oltre a promuovere la mediazione e la conciliazione come strumenti di soluzione dei conflitti.

La partecipazione in pericolo

La riunione del mese scorso tra i paesi firmatari, nella sede della CEPAL a Santiago, doveva servire principalmente per ratificare e far entrare in vigore il testo del trattato, già studiato e discusso da tempo, e invece durante la tre giorni della prima Conferenza delle Parti (COP), l’essenza dell’Accordo di Escazú si è vista in pericolo. La tensione è stata causata dall’inaspettata richiesta della delegazione boliviana di eliminare la partecipazione del pubblico, e l’intera COP è girata attorno a questo tema di estrema rilevanza. “Quel che pretendevano concretamente era far retrocedere l’Accordo di Escazú al 2014”, spiega Andrés Napoli, direttore della fondazione ambientalista argentina FARN e uno dei sei rappresentanti del pubblico, i portavoce delle istanze della società civile alla Conferenza. 

Effettivamente, sebbene l’Accordo di Escazú stia attualmente muovendo i suoi primi passi, la sua costruzione è un processo di lunga data, che rimanda al 2012, durante la Conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile (chiamata Río+20) in cui fu elaborata la Dichiarazione di Río sull’Ambiente e lo Sviluppo in America Latina e il Caribe. In particolare, il Principio 10 stabilisce che “il miglior modo di trattare le questioni ambientali è con la partecipazione di tutti i cittadini interessati,” base su cui si fonda l’attuale Accordo di Escazú.

Dopo due anni di riunioni preliminari, il 2014 è l’anno in cui in cui è stata inclusa la partecipazione del pubblico nel comitato per le negoziazioni tra i paesi interessati. Questo organo si è riunito nove volte per giungere a una conclusione comune nel 2018, nella località di Escazú, in Costa Rica, poi il 22 aprile dell’anno scorso è entrato in vigore e quest’anno ha inaugurato la sua prima COP.

Con questo lungo cammino alle spalle, mettere in discussione il principio della partecipazione significava far tremare l’accordo dalle fondamenta, ma lo strattone della Bolivia per non avanzare verso la reale implementazione di Escazú non ha funzionato e la controversia si è risolta con il voto compatto di tutti i partecipanti alla conferenza: i rappresentanti della società civile, gli altri paesi presenti e gli organismi internazionali, più di 700 persone tra delegati e partecipanti nelle sessioni virtuali. 

Gli obiettivi da raggiungere

Se gli obiettivi della COP sono stati raggiunti, senza passi indietro, il cammino affinché l’accordo cominci ad applicarsi nei diversi paesi è ancora lungo. Per ora, sono state approvate le regole di funzionamento, eletti i rappresentanti del tavolo direttivo, e soprattutto si sono decisi la composizione e il funzionamento di un Comitato di appoggio all’applicazione e al compimento di Escazú: attualmente uno degli obiettivi più urgenti è proprio rendere concreta ed efficace la sicurezza per le persone che si espongono quotidianamente nelle lotte socio ambientali. Proprio durante le giornate della Conferenza è stato assassinato Ulises Rumiche, leader indigeno impegnato nella difesa della selva centrale peruviana, a rimarcare la necessità urgente di strumenti di protezione.

Questo comitato sarà eletto il prossimo anno durante una COP straordinaria in Argentina, e comincerà a funzionare con 7 persone indipendenti dai poteri statali ed esperte in materia ambientale. A loro tocca il delicato compito di stabilire i meccanismi e i dispositivi concreti che permettano di denunciare minacce e rischi, e di mettere in atto protocolli di sicurezza.

L’altra grande sfida dell’Accordo di Escazú è di carattere politico e consiste nell’ampliare il numero di paesi disposti a ratificarlo: delle 33 nazioni che compongono l’America Latina e il Caribe, solo 12 si sono impegnate ad adottare il trattato, mentre altre 12 l’hanno firmato ma non ratificato. Tra i grandi assenti c’è la Costa Rica, capofila delle prime negoziazioni insieme al Cile, che solo con l’assunzione del nuovo governo di Gabriel Boric ha iniziato il processo di adesione a Escazú.

Dell’area amazzonica, una delle zone con la maggiore biodiversità del pianeta e sempre più a rischio, fanno parte di Escazú solo l’Ecuador, la Guyana e la Bolivia, con il ruolo polemico che ha giocato in questa prima COP. Guyana francese, Suriname e Venezuela sono tra i firmatari, che hanno un ruolo di osservatori ma non possono votare nelle decisioni del tavolo direttivo, mentre sono del tutto assenti il Perù, il Brasile e la Colombia. Quest’ultima è in testa, per il secondo anno consecutivo, alla lista mondiale dei paesi dove è più pericoloso svolgere attività di difesa della natura, con 65 omicidi nel 2020, secondo il report annuale di Global Witness. Di questi, un terzo sono persone indigene o afro discendenti. A fine aprile il progetto di legge che punta alla ratificazione di Escazú in Colombia è tornato al voto al Congresso e ha superato il primo dei quattro dibattiti previsti, mentre le elezioni presidenziali del prossimo 29 maggio potrebbero aprire nuovi scenari per affrontare le cause della violenza nel paese.

In Brasile, insieme all’aumento degli attacchi alle comunità indigene amazzoniche e all’impennata della deforestazione, il governo di Bolsonaro è responsabile di una tendenza a negare gli effetti del cambio climatico, e anche per il gigante latinoamericano la situazione potrebbe cambiare a seconda del risultato elettorale del prossimo ottobre.

Partecipazione indigena e giovanile

Una delle richieste emerse durante la COP è che possano sedersi al tavolo direttivo anche un rappresentante indigeno e uno delle giovani generazioni. La grande partecipazione giovanile alla Conferenza ha confermato l’interesse e il protagonismo delle ultime generazioni nelle decisioni che riguardano il futuro del pianeta, “stiamo incoraggiando i giovani a proporsi come candidati per le elezioni dei nuovi rappresentanti del pubblico, che saranno in agosto”, spiega Andrea Sanhueza, una degli attuali sei rappresentanti e direttrice del centro studi cileno Espacio Público. “Durante la COP abbiamo creato un tavolo di lavoro per rafforzare il tema della difesa degli attivisti ambientali e lavorato sulla proposta di un rappresentante dei popoli indigeni con il coordinamento amazzonico COICA”, aggiunge. Ora secondo il procedimento bisogna cercare il sostegno di uno Stato affinché la proposta entri nel dibattito nella prossima riunione plenaria.

Sanhueza e Napoli evidenziano il ruolo che ricoprono, nonostante il riferimento al “pubblico” faccia pensare a una posizione passiva, da spettatori. Innanzitutto perché i sei rappresentanti possono intervenire in ogni momento nelle conferenze, alla pari degli Stati, invece che alla fine e per gruppi separati come accade nelle COP sul cambio climatico, quando le principali decisioni sono già state prese e nessuno ascolta. E in secondo luogo perché “sebbene può succedere che alcuni Paesi si oppongano a un seggio riservato ai popoli originari al tavolo direttivo, il nostro posto dei rappresentanti del pubblico lo può usare chiunque lo richieda” spiega Napoli: “se quando inizia la riunione al mio posto è seduta una persona indigena, nessuno dice niente e semplicemente si inizia la sessione, questo lo abbiamo sperimentato”.

D’altro canto, Dario Mejía, membro del Foro Permanente sulle Questioni Indigene dell’ONU, evidenzia anche quali sono i rischi per l’Accordo di Escazú, a partire dall’esperienza della Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni, adottata dall’ONU nel 2007 e rimasta sostanzialmente lettera morta. 

“In materia di protezione dell’equilibro della madre terra i popoli indigeni hanno l’esperienza degli anziani, mentre l’accordo di Escazú è un neonato e dovrebbe riconoscere i suoi antenati”, ha affermato Mejía durante uno dei numerosi incontri organizzati in parallelo all’assemblea generale della COP. 

“Nel 2021 nel mondo andava di moda parlare di transizione energetica, lo abbiamo visto nei dibattiti della COP26 sul cambio climatico. Adesso, un anno dopo, il mondo sta parlando di sicurezza energetica, gira attorno a un conflitto armato, avanza nei progetti di fracking e crescono le miniere per sostenere una transizione energetica che per i popoli indigeni significa solo intensificare l’esclusione e l’estrattivismo”. Mejia ha fatto riferimento alla pandemia come un avvertimento del rischio di estinzione che corriamo se non cambiamo la nostra relazione con la natura, e ha concluso il suo intervento sottolineando che “la partecipazione dei popoli indigeni a Escazú non è una richiesta di essere presi in considerazione, è un’offerta di collaborazione alle società occidentali per risolvere i disastri che loro stesse hanno generato”.

Immagine in anteprima: Cancillería Argentina, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/accordo-escazu-clima-america-latina/ – per l’indicazione esatta dell’autore fare riferimento a questo link che contiene il post originale.

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