Come è cambiato il Cpr di Torino a un anno dalla morte di Moussa Balde

Un mazzo di fiori in memoria di Moussa Balde, un’azione di denuncia perché non accada mai più. Lunedì 23 maggio di fronte al “Brunelleschi”, il Centro permanente per il rimpatrio (Cpr) di Torino, si è svolta una commemorazione per ricordare il suicidio del 23enne avvenuto domenica 23 maggio 2021 all’interno del cosiddetto “Ospedaletto”. Una cella spoglia dove non arriva mai il sole, con i sanitari ridotti al minimo, sedia e tavolino piombati nel pavimento, che ha accompagnato i suoi ultimi passi. “Una morte tragica, una ferita ancora aperta per la nostra città” racconta ad Altreconomia Monica Cristina Gallo, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Torino. Di fronte a quella tragica ma non isolata vicenda -l’8 luglio 2019 era morto infatti nello stesso luogo Hossain Faisal- qualcosa si è mosso. “Abbiamo deciso di unire le forze per denunciare le condizioni di chi vive all’interno del Cpr e sensibilizzare la cittadinanza” spiega Lorenzo Grignani, attivista, membro di una nuova rete informale nata sul territorio di Torino per far luce su quanto accade al “Brunelleschi”.

All’interno dell’ospedaletto, dove secondo l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) le persone “camminano sull’orlo di un burrone”, Balde aveva fatto ingresso il 10 maggio del 2021. La sera prima era stato accerchiato e picchiato selvaggiamente da tre persone a Ventimiglia, città di confine da cui il giovane aveva provato a raggiungere il territorio francese, respinto più volte e “intrappolato” nell’imbuto delle frontiere “chiuse”. Nonostante i dieci giorni di prognosi, la sua “irregolarità” sul territorio italiano è abbastanza per giustificare il suo ingresso nel centro: nessuno, secondo quanto riportato anche dalla Garante, ha ascoltato la sua storia e fatto attenzione alle sue condizioni. “Il suo avvocato ci aveva segnalato la sua situazione, avremmo dovuto incontrarlo il martedì successivo, il 25 maggio, ma non abbiamo fatto in tempo” ricorda Gallo. Il suicidio di Balde ha spinto la Procura di Torino ad avviare un’inchiesta sulle modalità di gestione del centro che ha portato ad iscrivere nel registro degli indagati la direttrice e il medico della struttura, oltre a nove agenti. Da quel suicidio qualcosa in città è cambiato, a partire dall’ente gestore del Cpr e dalla chiusura dell’ospedaletto.

Il 10 febbraio 2022, infatti, la multinazionale Ors Italia Srl si è aggiudicata l’appalto della Prefettura per la gestione del centro. “È difficile fare un bilancio ma sembra esserci un maggior dialogo -osserva Gallo-. Le richieste che abbiamo avanzato, fondamentali perché si alzi il livello di tutela dei diritti delle persone trattenute, sembra siano state prese in considerazione”. I primi cambiamenti concreti, racconta la Garante, sono l’ingresso di un imam e il miglioramento nella qualità del cibo distribuito, oltre che la possibilità di svolgere colloqui nelle aree interne del centro. “Non era mai successo. Precedentemente svolgevamo i colloqui solo nelle stanze del Centro o attraverso le sbarre che dividevano noi dalle persone trattenute. Era una situazione spiacevole. Inoltre sembra esserci qualche apertura anche nella possibilità di poter riutilizzare i telefoni cellulari: uno strumento necessario per persone che si ritrovano tutto il giorno senza poter avere contatti con l’esterno”.

Questo ovviamente non basta. I problemi sono infatti in gran parte strutturali. “Stiamo attendendo due passaggi per noi fondamentali per la tutela dei diritti delle persone trattenute -continua Gallo-. L’apertura del centro verso la società civile, l’associazionismo, il Terzo settore, tutte quelle realtà che anche all’interno degli istituti penitenziari occupano uno spazio importante per far sì che il tempo della detenzione abbia un valore diverso. E l’altro aspetto, ancora più importante, riguarda la stesura di un protocollo d’intesa con l’Asl che consenta di una presa in carico della persona fin dall’ingresso. Ad oggi ci risulta che è ancora fatta dal medico dell’ente gestore”. Il cambio del referente interno alla Prefettura di Torino -“più attenta e dialogante”, secondo Gallo- è un altro segnale positivo. La tutela del diritto alla salute per essere completa dovrebbe contemplare all’interno del protocollo anche una sezione dedicata alla prevenzione dei suicidi e alla riduzione dei gesti autolesivi. “Sul modello di quello che c’è già all’interno dei penitenziari. Speriamo che il ritardo legato alla firma sia legato al fatto che questa nostra sollecitazione sia al vaglio delle autorità competenti. Serve un’attenzione a 360° sulla salute perché non accada mai più quello che è successo”.

La commemorazione che si è svolta lunedì 23 maggio 2022 a Torino davanti al “Brunelleschi”. Il 19 giugno 2022 si terrà un concerto in memoria di Moussa Balde

Le novità non riguardano solo la gestione del centro. A seguito della morte di Moussa Balde associazioni, singoli, avvocati e attivisti hanno unito le forze con un duplice obiettivo: “Sensibilizzare la cittadinanza e mettere a disposizione le nostre competenze per far sì che ci sia maggior trasparenza nella gestione del Cpr e quindi anche più possibilità di denunciare prassi illegittime” racconta Grignani. La rete, ad oggi ancora informale, ha dapprima organizzato in seguito alla tragica vicenda una partecipata manifestazione in memoria del giovane guineano nel giugno 2021, con oltre 300 persone che avevano raggiunto la centralissima piazza Castello, e poi lanciato la campagna #Moussamatters, grazie al coinvolgimento di artisti (tra cui Levante e Dutch Natzari) per far conoscere la storia di Balde e quanto avviene nei centri di detenzione in Italia. “Volevamo che non fossero degli eventi spot ma in qualche modo si creasse qualcosa di strutturato e duraturo nel tempo -spiega Grignani-. Vogliamo creare un sito in cui raccogliere dati, sia come strumento di informazione per la cittadinanza sia come modalità di monitoraggio di quanto succede all’interno del centro. Con uno sguardo rivolto anche sul contesto nazionale: l’obiettivo è inserirsi nelle ‘reti’ di chi si occupa del tema anche su altri territori”. Una sorta di “osservatorio permanente contro il Cpr”.

Proprio i membri di questa nuova rete lunedì 23 maggio hanno deposto una corona di fiori davanti all’ingresso del Brunelleschi. Attirando tra l’altro l’attenzione degli agenti di polizia presenti sul luogo. “Nonostante un ristretto gruppo di cittadini commemorasse una persona morta in un luogo in cui lo Stato doveva tutelarla -dice l’avvocato Emanuele Ficarra di StraLi, associazione parte della rete che si occupa di promuovere i diritti umani attraverso la strategic litigation– sono intervenuti degli agenti che hanno fotografato tutti i presenti e poi proceduto con l’identificazione chiedendo se la ‘riunione’ fosse finita. Pur essendo atti che a guardare lo stretto diritto sono legittimi mi pare che essi spesso si traducano in, quantomeno, un forte disincentivo alla libera manifestazione del pensiero, nel caso da intendersi come cordoglio cittadino. Nel caso, neanche a dirlo, non poteva esserci nessun problema di sicurezza in alcune persone che deponevano dei fiori davanti alle mura del centro”. In altri termini: il Cpr deve rimanere un luogo lontano dagli occhi di tutti. “Anche per questo -conclude Gallo- una società civile attenta che si occupa del tema è importantissima. I Cpr sono luoghi chiusi, pieni di coni d’ombra: ogni azione di sensibilizzazione e denuncia diventa fondamentale”. Perché vite come quelle di Balde non siano spezzate dai ciechi ingranaggi della macchina burocratica.

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Fonte: Altreconomia – https://altreconomia.it/come-e-cambiato-il-cpr-di-torino-a-un-anno-dalla-morte-di-moussa-balde/

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