Profughi ucraini, come fare ad accoglierli “per bene”?

Sono migliaia le famiglie che hanno aperto le porte di casa propria per accogliere le donne e i bambini scappate dal conflitto. In alcuni casi, però, nonostante le buone intenzioni, l’intelligenza del cuore non è sufficiente a lenire ferite così profonde, servono piuttosto delle accortezze specifiche. «Chi si appassiona a queste azioni umane ed umanitarie piano piano sta capendo che il bene va fatto bene», osserva Fabio Sbattella, coordinatore dell’Unità di ricerca di Psicologia dell’emergenza e dell’intervento umanitario dell’ Università Cattolica di Milano che da qualche settimana sta accompagnando con la sua équipe non solo le donne e i bambini giunti in Italia, ma anche le famiglie che le hanno accolte.

Professor Sbattella, cosa significa che “il bene va fatto bene”?

Ospitare una persona significa soprattutto metterla a proprio agio, fare in modo che si senta a casa e possa rispondere ai propri bisogni. L’ospitalità parte innanzitutto dall’ascolto e dall’osservazione dell’altro. Non è necessario offrire tutto ciò di cui si dispone, ma è fondamentale capire ciò di cui l’altro ha bisogno. E’ necessario creare le condizioni perché l’altro possa chiedere senza imbarazzo, per cercare insieme le soluzioni migliori, nel caso non si sia in grado di offrire ciò di cui ha bisogno.

Non è sempre facile…

Noi consigliamo in questo contesto alle persone accoglienti di rimanere in contatto con le organizzazioni più esperte. Esse offrono formazione, confronto, consulenze, mediazione, opportunità di dialogare con altre famiglie che si trovano nella stessa situazione e che sono spesso sollecitate ad interrogarsi sulle aspettative ed esigenze altrui, sui loro vissuti e punti di vista. Si tratta di un’esperienza di incontro molto stimolante che suscita domande e riflessioni profonde: le testimonianze ci mostrano che una volta conclusa l’accoglienza, molto rimane anche nella mente e nel cuore di chi ha accolto. E’ indubbio che l’accoglienza migliora anche chi la offre, se l’esperienza è ben realizzata.

A volte il trauma è vicario, coinvolge e colpisce anche chi lo vive indirettamente. Pur non avendo le bombe in casa, la guerra psicologica ha coinvolto la nostra comunità: ansia e incertezza sono diffuse, crescono scoraggiamento e depressione. Come possiamo aiutare e aiutarci?

Il grado di coinvolgimento emotivo degli italiani, in questo conflitto è evidente. Certamente esso è dovuto alle azioni di comunicazione realizzate da chi vuole muovere gli animi all’interno di una cornice bellica. Il messaggio primario è che questa guerra ci riguarda, perché l’invasione dell’Ucraina è una minaccia diretta all’Europa, di cui siamo parte. Per poter agire con intelligenza e senza impulsività in questo contesto è importante frapporre, tra emozione ed azione, molta riflessione. E’ dunque utile non solo mantenersi aggiornati sulla cronaca della guerra, ma sviluppare conoscenza, riflessione e confronto.

Può farci un esempio?

In alcuni licei, in Università, in diversi webinar abbiamo proposto, come specifico antidoto all’ansia, lo studio della storia, della geopolitica, dell’economia e della finanza. La comprensione dei contesti, al di là delle cronache, aiuta molto a costruire resilienza. Alcune persone infatti, si dicono confuse e smarrite, poiché molto esposte alla tempesta mediatica, alla propaganda di guerra e soprattutto alle emozioni che intenzionalmente vengono citate in questo contesto. Noi spieghiamo che ascoltare 500 interventi brevi sulla guerra è molto meno utile che leggere un libro di storia di 500 pagine. Se vi desidera capire cosa sta accadendo, è necessario prendersi il tempo per comprendere la complessità delle vicende che precedono, seguono e determinano i fatti di cronaca. Solo così è possibile sottrarsi alla chiamata generale che vuole creare schieramenti polarizzati. Solo così è possibile iniziare a riflettere sulle conseguenze dolorose di un conflitto agito con violenza distruttiva e concentrarsi sulla definizione dei problemi e sulle possibili soluzioni di lungo termine.

Lei sta organizzando incontri di gruppo per i profughi presso le sedi delle Associazioni come Welcome Refugees o Comin: come le sembrano i bambini che state incontrando?

I più piccoli sono spaesati e disorientati, molti di loro sono travolti da un mare di sollecitazioni intense, anche molto contrastanti tra loro. Ad esempio, sono esposti a molte notizie preoccupanti rispetto alla guerra e nello stesso tempo vengono invitati a distrarsi. Oppure sono invitati ad integrarsi al più presto in un paese straniero, ma resta sullo sfondo la prospettiva di tornare presto a casa. La maggior parte di loro è accompagnato dalla madre e si affida completamente a lei per decidere come interpretare la realtà (ad esempio per capire se è il caso di fidarsi o meno, se è necessario avere paura o no..). In questi contesti, aiutare le madri a gestire emozioni e problemi pratici significa immediatamente aiutare i bambini. Nel caso dei minori non accompagnati, la situazione è più complessa e bisogna prima costruire con pazienza dei rapporti di profonda fiducia.

Come li state aiutando?

E’ molto importante considerare le diverse età e le caratteristiche dei bambini. Più i bambini sono grandi, più hanno strumenti linguistici e conoscenze per comprendere gli avvenimenti e le loro implicazioni. Il gioco è un importante strumento per la mente infantile che cerca di comprendere e fronteggiare la realtà complessa. Permettere ai bambini di giocare liberamente e a lungo non significa riempirli di giocattoli. Significa invece lasciare loro il tempo e lo spazio per giocare, senza la necessità ubiquitaria di imparare, fare sport o accontentare gli adulti in qualche modo.

E gli adulti come stanno?

Molte persone ci hanno espresso la loro gioia. Sono felici di essere accolte, felici di essere vive, di essere in un paese che percepiscono come sicuro. Accanto alla gioia, però, emerge anche molta tristezza, generata dal ricordo di quanto è andato perduto. Quello che osserviamo è che molte persone oscillano tra il desiderio di rimanere e quello di ritornare per aiutare qualcuno, soprattutto le persone a cui sono più legate. Questo significa per alcuni imbarazzo, per altri inquietudini, per altri ancora rimorso e senso di colpa.

L’Università Cattolica di Milano ha costituito anche un team speciale per l’emergenza di cui fanno parte due psicologhe e psicoterapeute, rispettivamente di origine russa e ucraina con le quali in questi mesi è stato avviato un lavoro a distanza che ha realizzato quattordici interventi per sostenere psicologicamente, grazie alle tecnologie informatiche, le persone in situazioni particolarmente vulnerabili come a Leopoli sotto i bombardamenti. Che tipo di intervento è stato realizzato?

Lavoriamo in sinergia con una rete di organizzazioni che sostengono il Seminario di Leopoli. In quel luogo sono rifugiati più di 200 giovani che a loro volta accolgano molti profughi in transito verso il confine polacco. Grazie alla conoscenza della lingua, abbiamo potuto realizzare una formazione a distanza, finalizzata a fornire strumenti utili a chi accoglie i fuggitivi nei primi momenti più dolorosi. Abbiamo anche fornito qualche competenza sulla gestione dello stress nei rifugi, durante i bombardamenti. Si tratta di esercizi di respirazione e tecniche corporee per reggere lo stress prolungato. Nulla di terapeutico né di risolutivo, purtroppo. Sono solo azioni di tamponamento, per impedire che la mente vada in pezzi sotto bombe e sirene di allarme che le vittime, in quei momenti, non possono far tacere….

La Psicologia dell’Emergenza non intervene solo in casi estremi, come la guerra o la pandemia, ma anche ogni volta che si verificano disastri, calamità, come terremoti, incidenti stradali, rapine sul posto di lavoro. Qual è la prima regola d’ora dello psicologo in tutti questi casi?

Molte sono le linee guida internazionali che fissano “regole d’oro” in psicologia dell’emergenza. In sintesi:

  • La prima cosa importante è riconoscere che in ogni situazione drammatica la mente umana entra in modalità di funzionamento “emergenziale” e dunque bisogna sapere come trattarla;
  • In secondo luogo, per gli psicologi dell’emergenza è importante “esserci”, cioè rendersi visibili in modo solidale. Il senso di solitudine aumenta in modo devastante gli effetti negativi degli eventi mortiferi. In terzo ruolo la regola d’oro è sempre ascoltare ed osservare. Le persone che si sentono profondamente ascoltate e “viste” per quello che sono, attivano le loro risorse migliori per riprendersi dopo un dramma;
  • Poi c’è la regola della riconnessione relazionale: è importante non isolare le persone che stanno male psicologicamente né stigmatizzare il loro dolore come “atipico”. Le relazioni amicali, familiari, comunitarie vanno favorite anche in pronto soccorso, studiando al meglio come renderle compatibili con le esigenze di igiene e ordine organizzativo.

Foto in apertura di elena-mozhvilo-by unsplash

Fonte: Vita.it – http://www.vita.it/it/article/2022/05/26/profughi-ucraini-come-fare-ad-accoglierli-per-bene/162978/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.