La finanza ha stravolto la determinazione dei prezzi. E si sta divorando gli Stati

Un fenomeno che appare sempre più evidente è costituito dall’incapacità dei prezzi di fornire soluzioni alle difficoltà del mercato. Si tratta di un fenomeno complesso e che meriterebbe un’ampia trattazione anche in termini teorici ma il cui senso può essere sintetizzato con pochi esempi. Esistono ormai dalla metà degli anni novanta i “derivati meteorologici”. Sono prodotti finanziari nati in origine per coprire i produttori agricoli contro il rischio di condizioni meteorologiche avverse. A tale scopo esistevano ed esistono le assicurazioni specifiche ma, in realtà, simili strumenti tendono a riguardare solo gli eventi estremi. Sono nati così i derivati, con l’intento di garantire una copertura anche da rischi meno gravi. Quindi un produttore di cereali che avesse temuto una stagione poco o troppo piovosa avrebbe potuto comprare i derivati e coprirsi. Dall’inizio del nuovo millennio, però, il mondo dell’onnipotente finanza ha deciso, con il pieno avallo delle istituzioni internazionali, di consentire l’acquisto e la vendita di questi titoli anche a chi non fosse legato alla produzione dei beni soggetti alle oscillazioni climatiche, trasformandoli così in vere e proprie scommesse.

Ora, nella fase successiva alla pandemia e in piena guerra, con una siccità tragica e con una penuria di raccolti, sta avvenendo che molti fondi e molti speculatori stanno comprando a piene mani questi titoli derivati facendone salire il prezzo. I produttori di grano, non solo i grandi -che in parte sono integrati nel sistema della turbofinanza- ma anche quelli di medie e piccole dimensioni, sono costretti dunque a pagare questi derivati, di cui hanno bisogno per coprirsi da rischi reali, a prezzi impossibili che, inevitabilmente, scaricano sui consumatori di tali beni primari, con effetti socialmente devastanti. Il prezzo di beni essenziali viene quindi stravolto da strumenti che hanno ormai solo una natura finanziaria.

Un esempio ulteriore proviene dal carbone. Nel 2020 una tonnellata di carbone costava meno di 50 dollari, oggi ne servono circa 400. Nonostante questa impennata, il consumo di carbone sta aumentando per la decisione di varie economie “nazionali”, Cina e Germania in primis, di farne largo uso. In altre parole, vari sistemi produttivi ampliano il loro impiego di carbone, perché i prezzi di gas e petrolio sono esplosi e perché la siccità complica l’uso dell’idroelettrico, anche se i prezzi del carbone stanno impennandosi altrettanto rapidamente. La scelta del carbone si lega al fatto che molte delle economie che lo adottano ne sono grandi produttrici e quindi lo adoperano per usi interni. Ma allora perché i prezzi del carbone salgono così tanto, se in realtà il volume degli scambi internazionali non è cresciuto in maniera significativa? Ancora una volta domina una dinamica speculativa: i mercati scommettono sul fatto che i Paesi che hanno bisogno di energia, data la volatilità del prezzo del gas, preferiranno il carbone che proviene da esportatori “più sicuri”, come Stati Uniti e Australia. Così il prezzo di una tonnellata va alle stelle, ma neppure questo serve a ridurne l’impiego.

In estrema sintesi, l’utilizzo del carbone, con impatti ambientali pesanti, viene indotto nei Paesi che lo producono dagli altri prezzi delle altre fonti energetiche, e il prezzo del carbone, che è ormai largamente finanziario, non incide su tale consumo e serve soltanto a dare fiato ai profitti dei grandi fondi. La finanza ha tolto ai prezzi il ruolo che per secoli avevano svolto di calmiere naturale dei consumi. Nonostante questo le politiche monetarie continuano a non modificare i propri canoni. Il presidente americano Joe Biden non sembra molto diverso da Ronald Reagan e Jerome Powell assomiglia a Paul Volcker nel guidare la Federal Reserve. Di fronte all’inflazione e al debito federale, la strada scelta è quella di drenare risorse da tutto il mondo, alzando i tassi d’interesse e rafforzando il dollaro come valuta internazionale a discapito dell’euro. In sintesi, la crisi la pagano gli altri e l’inflazione può diventare un’occasione per il sistema energetico e finanziario a stelle e strisce di cavalcare la speculazione. L’Europa di Ursula von der Leyen e Christine Lagarde assomiglia a quella di Mario Monti, Angela Merkel e Jean-Claude Trichet; discute di ridurre il proprio debito e di evitare “la frammentazione” stabilendo quale sia il livello di spread accettabile, continuando a praticare l’apartheid finanziario nei confronti dei “cattivi” e affidandosi a qualche rimbalzo speculativo in Borsa. Siamo allo scontro fra i rinati neocon diventati “democratici”, che hanno assorbito una buona dose di populismo, e gli asfittici progressisti europei, custodi dell’ortodossia del minimalismo. Il Novecento, però, è finito da tempo e la finanza, a cominciare dalla determinazione dei prezzi, sta divorandosi gli Stati, anche quelli più grandi sia quelli aggressivi sia quelli molto confusi.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento

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