La crisi alimentare è un pretesto per sostenere l’agroindustria e non cambiare modello

All’alba dei suoi sessant’anni la nuova Politica agricola comune (Pac) -avviata dall’Unione europea nel 1962- entrerà in vigore il primo gennaio 2023, in un momento storico in cui il dibattito è diviso tra l’urgente necessità di rispondere alla crisi ecologica e una presunta crisi alimentare conseguente alla guerra in Ucraina. Secondo quanto dichiarato nel maggio 2022 da Stefano Patuanelli, ministro delle Politiche agricole, la guerra in Ucraina, “incide molto di più sull’agricoltura di quanto abbia inciso il Covid-19, per i costi delle materie prime e le difficoltà di approvvigionamento”. “L’agricoltura deve certamente adoperarsi per avere minor impatto ambientale” ma “l’obiettivo principale della nostra produzione agricola italiana è quello di produrre cibo”, ha aggiunto il ministro, proponendo di sospendere le misure della nuova Pac che limitano la produzione a favore di un minore impatto ambientale.

Ecco perché “il presunto futuro problema di approvvigionamento alimentare per l’Italia rappresenta un attacco diretto alla strategia ‘Farm to fork’ dell’Unione europea, e una nuova occasione per sostenere l’agroindustria”, come osserva Riccardo Bocci di Rete Semi Rurali. La guerra in Ucraina, infatti, ha riabilitato il paradigma modernizzatore e produttivista in agricoltura, che è tuttavia incoerente rispetto agli obiettivi fissati dall’Europa nella nuova Pac, che mira a rafforzare due strategie del Green Deal: “Farm to fork” e “Biodiversità 2030”, ovvero il piano decennale per guidare la transizione verso un sistema alimentare equo, sano e rispettoso dell’ambiente e la strategia per la protezione della natura e il ripristino degli ecosistemi.

“Nonostante il tentativo fatto dall’Unione europea, gli attori economici non intendono attuare alcun cambiamento nelle politiche alimentari -aggiunge Bocci-: la responsabilità ricade così sui cittadini e a uscire vittorioso è il modello del biologico ‘convenzionale’ distribuito nei discount con marchio proprio”. E il sistema della grande distribuzione sembra essere ancora il più abile a impossessarsi e veicolare messaggi green: anche per questo è fondamentale tornare sui territori per sostenere la transizione ecologica attraverso l’educazione e il dialogo, stringendo nuove alleanze dal basso. È quello che Rete Semi Rurali fa da anni lavorando con gli agricoltori e ora investendo sulla tecnologia dolce, affinando nuovi strumenti digitali per la gestione dei semi, fino al prodotto.

“Diversitas” è “l’ecosistema digitale” della Rete, che raggruppa il database della “Casa dei semi”, la app Fieldbook e SeedLinked: strumenti utili per descrivere e analizzare il materiale eterogeno (un insieme vegetale altamente biodiverso, prodotto in regime biologico), raccogliere dati in campo e seguire l’intera filiera. SeedLinked è una piattaforma online molto diffusa nel mondo dell’agricoltura bio statunitense, che sta arrivando anche in Europa: Rete Semi Rurali l’ha tradotta in italiano e testata per la prima volta con gli agricoltori durante gli incontri “Coltiviamo la diversità” nella primavera 2022. La versione completa italiana sarà operativa dalla fine dell’anno ed è molto promettente perché, come spiega Bocci, “oltre a raccogliere ed elaborare i dati di campo, facendo meno errori e collegando i dati alle risorse, sarà possibile eseguire prove organolettiche e condividere i risultati ottenuti a livello nazionale, in modo trasparente”.

I vigneti di Döbling a Sud-Est di Vienna © Arno Senoner, unsplash

Si tratta di un sistema fondato sulle relazioni e sulla fiducia tra agricoltori e tra consumatori, che resta “lontano dal mondo delle certificazioni, dai disciplinari, dai consorzi”, nella stessa prospettiva adottata dal gruppo di ricerca costituito da Lucia Piani dell’Università di Udine, Fabio Pranovi dell’Università Ca’ Foscari Venezia e Matelda Reho dell’Università IUAV di Venezia, in vista della conferenza sulla decrescita del prossimo settembre. Il gruppo ha redatto un documento preparatorio che invita a una riflessione sull’agroecologia e sul ruolo della distribuzione solidale, per tracciare “un patto produttori-consumatori per la transizione agro-alimentare” nel solco del pensiero della decrescita e dell’economia solidale. La tutela della sovranità alimentare è il cardine attorno a cui ruota tale riflessione: “Con la pandemia da Covid-19, la guerra in Ucraina e l’aggravarsi della crisi ecologica, l’accesso alle risorse è sempre più problematico”, osservano i tre accademici, arrivando però a conclusioni ben diverse da quelle del ministro Patuanelli.

“Appare sempre più necessario ancorare la soddisfazione dei bisogni delle comunità ai territori, attivando processi di transizione che spostino i flussi di produzione dai mercati globali a quelli locali. Bisogna evitare il rischio che, spinti dalla contingenza, si decida di andare nella direzione dell’aumento delle rese, della riabilitazione degli Ogm, rivedendo gli obiettivi del Green Deal e riabilitando l’agricoltura industriale”, si legge nel documento. Nelle intenzioni dei promotori della conferenza sulla decrescita, questo testo -che fino a settembre sarà discusso collettivamente con diversi attori- dovrebbe essere l’avvio di una progettualità futura, condivisa, “individuando possibili convergenze per sostenere il processo di transizione già in atto”.

Anche la nuova Politica agricola comune -con un bilancio di 387 miliardi di euro (un terzo del totale dell’Unione europea) dal 2023 al 2027, di cui il 40% dedicato ad azioni per il clima- dovrebbe nutrire tale percorso. Ma secondo la coalizione #CambiamoAgricoltura, il Piano strategico nazionale (Psn), con cui l’Italia ha illustrato nel gennaio 2022 la propria strategia per lo sviluppo e il sostegno del settore agricolo nell’ambito della Pac, è “ancora molto debole”, e “non abbastanza ambizioso per il raggiungimento di obiettivi importanti come la protezione della biodiversità, la valorizzazione dell’agroecologia e il contrasto al cambiamento climatico”. Un giudizio condiviso dalla stessa Commissione europea, che nell’aprile 2022 ha fatto importanti osservazioni al primo Psn del Governo italiano, “giudicato gravemente carente sotto il profilo ambientale oltre che iniquo nella distribuzione degli aiuti, che continuerebbero a premiare le grandi aziende delle aree ad agricoltura e zootecnia intensiva, anziché sostenere le aree interne e le piccole aziende delle aree con maggiori difficoltà territoriali”, come ha spiegato #CambiamoAgricoltura. Entro la fine di luglio 2022 il Piano dovrà essere modificato e ripresentato alla Commissione europea.

Una delle novità introdotte dalla Pac 2023-2027 è l’adozione degli “eco-schemi”, strumenti volontari, pensati per stimolare l’adesione delle aziende agricole a pratiche sostenibili: saranno interamente finanziati dall’Unione europea nell’ambito del cosiddetto “Primo pilastro” (i pagamenti diretti agli agricoltori), sotto forma di versamenti annuali. Secondo #CambiamoAgricoltura, se restassero così, i cinque eco-schemi proposti dal ministero -pari al 25% del budget, circa 907 milioni di euro l’anno, insufficienti, “sarebbero troppo poco ambiziosi”.

La retorica di un Piano strategico nazionale green, con interventi a favore di clima e ambiente è facile da alimentare, osserva Federica Luoni, responsabile Agricoltura della Lipu e portavoce della coalizione, perché è un documento complesso che appare distante dai cittadini, e non direttamente verificabile. “Ma se si osservano con attenzione il budget e gli obiettivi proposti, vediamo che mancano dei dettagli fondamentali -dice-. Ad esempio, il ministero non ha ancora stabilito dei target di miglioramento, che dovrebbero invece essere prioritari: dal nostro punto di vista prima è necessario definire gli obiettivi e quindi assegnare il budget”. Un’altra mancanza, secondo la coalizione, riguarda l’educazione alimentare e alla sostenibilità: il Piano italiano, infatti, si concentra molto sugli aspetti produttivi, ma manca di una visione più ampia sullo sviluppo rurale e i consumi, così come è mancato il coinvolgimento della stessa coalizione #CambiamoAgricoltura nelle consultazioni per la revisione del Piano italiano.

In gioco, sottolinea Luoni, c’è la garanzia di un’agricoltura sana per l’ambiente e per i cittadini. Da questo punto di vista, una delle poche note positive del Psn riguarda la promozione dell’agricoltura biologica. Nel marzo 2022 il Parlamento ha approvato la legge numero 23 (“Disposizioni per la tutela, lo sviluppo e la competitività della produzione agricola, agroalimentare e dell’acquacoltura con metodo biologico”) con cui definisce la produzione biologica attività di interesse nazionale con funzione sociale e ambientale e istituisce un marchio biologico italiano. Secondo i dati del Bioreport 2020, in Italia il 15% della Superficie agricola utile (circa 2 milioni di ettari) è coltivata con metodo biologico: siamo il terzo Paese del settore in termini assoluti di superfici e il primo per numero di operatori, con un mercato che vale oltre 3 miliardi e mezzo di euro, il 10% dell’intero valore del mercato biologico a livello europeo. Ma -con una spesa pro capite annua di circa 60 euro (la media europea è 84 euro)-, “qual è l’accessibilità alle produzioni biologiche in Italia? Si tratta di prodotti di nicchia o di largo consumo?”, si chiedono le autrici e l’autore del documento verso Venezia 2022.

La transizione ecologica potrà essere sostenuta solo attraverso pratiche diffuse, conviviali e trasversali, trovando quella che Lucia Piani chiama “la giusta dimensione della relazione a livello territoriale”. Per Riccardo Bocci questo passaggio va costruito adesso riavvicinandosi ai cittadini, raccontando le esperienze in corso per consolidarle. La “Casa dell’agrobiodiversità” di Scandicci (FI), nuova sede di Rete Semi Rurali inaugurata nel 2019, è un presidio che risponde a questa esigenza di avvicinare la Rete agli abitanti attraverso un linguaggio più semplice e occasioni di scambio conviviale, feste, laboratori e mercati capaci di raccontare il lavoro di ricerca che c’è dietro alla costruzione di filiere biodiverse.

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Fonte: Altreconomia – https://altreconomia.it/la-crisi-alimentare-e-un-pretesto-per-sostenere-lagroindustria-e-non-cambiare-modello/

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