La repressione degli uiguri in Cina

La repressione degli uiguri in Cina

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Con 513 voti a favore, 14 astenuti e un voto contrario, l’Europarlamento ha approvato il 9 giugno la risoluzione comune “sulla situazione dei diritti umani nello Xinjiang. A firmare la proposta una settantina di europarlamentari appartenenti ai quattro partiti principali: il Partito Popolare Europeo, i Socialisti e Democratici, il gruppo centrista Renew Group e quello di estrema destra Conservatori e Riformisti Europei. Nel documento si condanna “con la massima fermezza” l’oppressione sistematica della comunità uigura nella Repubblica popolare cinese attraverso “misure brutali, tra cui la deportazione di massa, l’indottrinamento politico, la separazione delle famiglie, le restrizioni alla libertà religiosa, la distruzione culturale e l’ampio ricorso alla sorveglianza”. 

Nella risoluzione si parla di “grave rischio di genocidio” e si invitano “le autorità cinesi a porre fine a tutti i programmi di lavoro forzato e di sterilizzazione forzata di massa finanziati dal governo e a porre immediatamente fine a qualsiasi misura volta a prevenire le nascite della popolazione uigura, compresi gli aborti forzati o le sanzioni per le violazioni del controllo delle nascite”. Questo tipo di risoluzione dell’Europarlamento non è vincolante e non costituisce la posizione ufficiale dell’Unione Europa; è piuttosto un indicatore dell’umore all’interno del parlamento e dà un’indicazione politica alla Commissione. La votazione segue provvedimenti simili adottati dal 2020 ad oggi da Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Paesi Bassi, Francia e altri paesi. 

Xinjiang Police Files

La proposta di risoluzione arriva dopo la pubblicazione di nuovi documenti riservati noti come Xinjiang Police Files, che rivelano con dovizia di particolari e foto inedite le condizioni di detenzione all’interno di quelli che Pechino chiama campi di “rieducazione”. I file provengono da una fonte riservata che ha hackerato dei server nello Xinjiang e li ha passati al ricercatore Adrian Zenz, il quale a sua volta li ha condivisi con l’ICIJ, il Consorzio internazionale di giornalismo investigativo, e quindi con alcune delle maggiori testate occidentali. I Xinjiang Police Files contengono più di 5.000 fotografie di uiguri scattate dalla polizia. Incrociando le fotografie con altri dati, emerge che almeno 2.884 delle persone ritratte nelle foto sono state detenute. 

La BBC, in un lungo articolo di John Sudworth, corredato da immagini e grafici, ha raccolto alcune delle storie di queste persone: c’è ad esempio Yusup Ismayil, 35 anni, detenuto in un campo di rieducazione nel 2017 per aver viaggiato in paesi considerati sensibili. Tajigul Tahir, 60 anni, detenuta nell’ottobre 2017 perché suo figlio viene definito come una persona dalle “inclinazioni fortemente religiose” – il fatto che non fumi e non beva è sufficiente per una condanna per terrorismo di 10 anni. Ci sono poi Rahile Omer che è finita in un centro a soli 15 anni, e la più anziana, Anihan Hamit, che di anni ne aveva 73 quando è entrata in uno di questi campi. C’è chi è stato condannato retroattivamente per “crimini” come “aver studiato le scritture dell’Islam con la nonna” per alcuni giorni nel 2010, o chi per aver ascoltato letture illegali o aver scaricato app di messaggistica crittografata sul proprio smartphone. 

Il fallimento della missione dell’Alto Rappresentante per i diritti umani Michelle Bachelet nello Xinjiang

Da anni ricercatori e giornalisti raccolgono evidenze, prove e testimonianze sulle condizioni della popolazione uigura dello Xinjiang. Con l’aiuto di immagini satellitari, leak di dati e racconti di esuli che sono riusciti a rifugiarsi in paesi esteri, almeno dal 2017 è diventato lampante agli occhi della comunità internazionale lo stato di oppressione a cui vengono sottoposti gli uiguri dentro e fuori dai centri di “rieducazione”.

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Per questo ha sollevato numerose critiche la visita ufficiale dell’Alto Rappresentante per i diritti umani, Michelle Bachelet, iniziata il 23 maggio e conclusasi con una conferenza virtuale il 28 maggio. Già l’annuncio del viaggio non era stato accolto con favore, con lo Uyghur Human Rights Project che aveva messo in guardia sul rischio concreto di diventare strumento di propaganda per il governo cinese ed era tornato a chiedere la pubblicazione di un report dell’Ufficio dell’Alto Commissariato (OHCHR) sulle violazioni dei diritti umani contro gli uiguri annunciato già lo scorso dicembre dalla stessa Commissaria Bachelet e che ad oggi non ha ancora visto luce. 

Durante la conferenza stampa virtuale tenuta a Guangzhou nell’ultimo giorno della visita, alle domande dei giornalisti sulla possibilità di parlare liberamente con cittadini uiguri senza la supervisione delle autorità cinesi, Bachelet aveva risposto che a causa delle restrizioni COVID-19 non era stata in grado di incontrare tutti, “ma siamo stati in grado di parlare con le persone senza controlli”. Dichiarazione contraddetta successivamente al 50esimo Consiglio dei diritti umani a Ginevra, dove la stessa Commissaria ha dichiarato che nel viaggio in Xinjiang non ha potuto parlare con nessuno dei detenuti uiguri né con le loro famiglie. Non c’è stato un momento, infatti, in cui non fosse accompagnata dai funzionari del governo cinese, ma “in previsione di ciò ho incontrato prima della partenza ex detenuti rifugiati all’estero e le famiglie che hanno perso i contatti con i propri cari” – ha aggiunto. La scorsa settimana Bachelet ha annunciato che non cercherà un secondo mandato come Alto Commissario “per motivi personali”. Non è chiaro se le critiche da parte delle organizzazioni per i diritti umani – l’attuale Segretaria Generale di Amnesty International ed ex special rapporteur delle Nazioni Unite, Agnès Callamard ha scritto di essere rimasta “senza parole” – e dei gruppi di attivisti uiguri abbiano influenzato la scelta. 

“La Commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, ha affrontato la sua più importante prova la scorsa settimana e ha fallito miseramente”, hanno scritto sul Washington Post Rushan Abbas, fondatore e direttore esecutivo di Campaigns for Uyghurs e Dolkun Isa, presidente di World Uyghurs Congress. “La sua visita in Cina ha sommariamente minato cinque anni di sforzi da parte degli attivisti uiguri e degli altri alleati nella causa nel raccontare al mondo cosa sta succedendo al nostro popolo” – continuano nel commento – “Nella sua visita, Bachelet ha avuto l’opportunità di confrontarsi con questo stato di polizia orwelliano. Invece ha ripetuto le stesse argomentazioni della Cina, offrendo parole dolci che non corrispondono alle migliaia di testimonianze di sopravvissuti e famiglie della diaspora. Ha invocato la falsa retorica di Pechino che definisce questa persecuzione come “antiterrorismo e deradicalizzazione” e non ha insistito nel visitare un solo campo in cui sono detenuti gli uiguri. 

Anche l’attivista uigura Rayhan Asat, che vive in esilio negli Stati Uniti e ha il fratello detenuto in Cina, ha usato dure parole di condanna nei confronti di Bachelet: “Una parte di me è ancora incredula, Michelle Bachelet è lei stessa una sopravvissuta alla tortura e ha aiutato la leadership dell’opposizione ad affrontare la dittatura e le violazioni dei diritti umani durante il regime di Pinochet. Sfortunatamente, è come se non avessi visto nel viaggio quella donna, quel tipo di leader lì (con quel tipo di trascorso ndr). Quello che ho visto è una diplomatica e non un Alto Commissario per i diritti umani. Le due parole diritti umani sono state assenti” – ha raccontato in un’intervista a SupChina

Ma non sono solo gli attivisti uiguri a essere critici riguardo la visita di Bachelet in Cina. In una lettera pubblicata in francese da Le Monde e in inglese da VICE World News, 37 ricercatori ed esperti della regione del Xinjiang hanno scritto che le osservazioni di Bachelet “hanno ignorato e persino contraddetto” il consenso accademico sulla repressione cinese delle minoranze etniche, compresi gli uiguri, nello Xinjiang. Tra i firmatari ci sono anche due esperti che erano stati consultati dallo stesso ufficio di Bachelet prima del viaggio, che però si sono detti “profondamente turbati” dal comunicato ufficiale del 28 maggio. I ricercatori spiegano anche che “è raro che un campo accademico arrivi al livello di consenso raggiunto dagli specialisti nello studio dello Xinjiang. Possiamo non essere d’accordo sulle motivazioni per cui Pechino stia commettendo queste atrocità, ma è unanime la comprensione di quello che sta facendo sul campo”.

Alla visita di Bachelet in Cina è seguita anche la richiesta di dimissioni da parte di 230 organizzazioni per i diritti umani del Tibet, Mongolia Interna e Hong Kong che hanno accusato la Commissaria di whitewashinge hanno reclamato ancora una volta l’urgenza di pubblicare il report della OHCHR. 

La Cina in Xinjiang è uno Stato colonialista?

Quello che abbiamo oggi di fronte è un colonialismo che sostiene uno Stato capitalista e le grandi imprese. Così l’antropologo Darren Byler, professore associato alla Simon Fraser University di Vancouver, voce autorevole sullo Xinjiang che in un’intervista a Il cielo sopra Pechino, programma di approfondimento di Radio Beckwith spiega il modello coloniale che ha messo in piedi Pechino che si basa su tre pilastri: l’espropriazione delle terre dei colonizzati e lo sfruttamento del lavoro; l’occupazione della colonia tramite l’invio di persone che provengono da altri territori e, infine, il dominio. Quest’ultimo ha a che fare con la conquista delle istituzioni sociali, ovvero il sistema scolastico, il sistema religioso ma soprattutto l’unità di base della società: la famiglia. È qui che avviene quella che Byler chiama l’“infantilizzazione della cultura”. I cinesi han (l’etnia predominante in Cina) descrivono gli uiguri come arretrati, incivili e primitivi che seguono pratiche religiose assimilabili alla superstizione. I rituali come matrimoni e funerali vengono visti come spazi di potenziale estremismo di inciviltà e arretratezza. Per questo i coloni insegnano agli uiguri come abbracciare uno stile di vita moderno, come ad esempio celebrare un matrimonio in stile han, e quindi laico. Essere laici vuole dire essere moderni. 

Come la Cina ha utilizzato la “guerra al terrorismo”

Le radici del conflitto nello Xinjiang possono essere capite solo andando a esaminare le politiche ufficiali e non ufficiali adottate dal Partito Comunista – scriveva nel 2005 l’antropologa Arienne M. Dwyer – dove quelle ufficiali sono politiche culturali dichiaratamente egualitarie mentre quelle non ufficiali, sin dagli anni Ottanta, sono volte all’assimilazione delle minoranze a un modello monolingue e monoculturale cinese. La scelta politica di non perseguire una coesistenza tra diverse etnie ma piuttosto limitarne le espressioni culturali, ha avuto l’effetto di accrescere le tensioni nel territorio e alimentare spinte nazionaliste tra i movimenti locali separatisti. Nel febbraio 1997, una serie di proteste sfociò in quello che è noto come l’incidente (o massacro) di Ghulja, dove diversi manifestanti vennero incarcerati arbitrariamente e, secondo i report dei dissidenti, almeno un centinaio di persone vennero uccise dall’esercito cinese. Le stime ufficiali parlano di nove morti. Sempre nello stesso febbraio 1997, vennero fatte esplodere delle bombe su tre autobus nella capitale Ürümqi che provocarono la morte di nove persone. Gruppi di esuli uiguri rivendicarono l’attacco. E così ancora nel luglio del 2009, quando in risposta all’incidente di Shaoguan, nella capitale Ürümqi, scoppiarono violenti scontri tra uiguri e cinesi han che portarono alla morte di quasi 200 persone e a più di 1500 feriti. 

Ma il vero cambio di paradigma avvenne con l’11 settembre 2001, quando Pechino sfruttò la “guerra al terrore” conseguente agli attacchi alle Torri Gemelle per riformulare la repressione statale degli uiguri nello Xinjiang. Con tanto di benedizione degli Stati Uniti. Quelli che fino a quel momento erano definiti “separatisti”, nella narrazione del Partito Comunista Cinese divennero “terroristi islamici”. E la nuova formula funzionò talmente bene che le tensioni nello Xinjiang attirarono l’attenzione dei media internazionali e Washington inserì il Partito Islamico del Turkestan nella lista di organizzazioni terroristiche. Aiutandoci sempre con le parole dell’antropologo Byler:

Si verifica una sorta di razzializzazione quando si usa la retorica del terrorista. Pechino ha iniziato a pensare agli uiguri come intrinsecamente pericolosi, intrinsecamente cattivi, intrinsecamente violenti per il solo fatto di essere musulmani. Di conseguenza l’aspetto musulmano deve essere cancellato per mantenere la cittadinanza cinese, ed è lì che viene costruita la logica coloniale. Definire qualcuno terrorista è un modo per delegittimare la sua lotta. Questo non vuol dire negare l’esistenza di crimini d’odio che costituiscono atti terroristici e che colpiscono civili, ma quello che succede quando si utilizza il concetto di terrorismo è che si applica a un gruppo intero di persone per poi essere sistematizzato e legalizzato. Penso ci sia una fusione tra protesta e terrorismo, resistenza e terrorismo, e la definizione stessa di terrorismo ha una sua logica. Fa sì che le persone a cui è attribuito il ruolo di terroristi vengano disumanizzate, trasformate in una categoria di esseri malvagi. Infatti lo Stato parla di terroristi islamisti come di un’infezione, di un cancro che si sta diffondendo nella popolazione e che va eliminato. Guardando alla storia della Cina e alle forme di controllo e detenzione che ha attuato nella storia recente, sappiamo che quella dei campi di “rieducazione” è un sistema che ha già utilizzato in epoca moderna, eppure se pensiamo all’antiterrorismo come tale, questo è un modello che è stato creato sia negli spazi liberali che in quelli illiberali. Pensiamo a come i musulmani vengono presi di mira in India, alla situazione in Kashmir, o a quello che sta succedendo in Palestina. Non è che la Cina lo faccia da sola, è una dinamica molto diffusa nel mondo. 

Consigli di letture, inchieste e video sullo Xinjiang

Per chi volesse approfondire la questione uigura, suggeriamo alcune inchieste e reportage:

BUILT TO LAST, inchiesta di Buzzfeed in quattro puntate basata sull’utilizzo di immagini satellitari 

Inside Xinjiang’s prison state, artwork del New Yorker

China’s Vanishing Muslims: Undercover In The Most Dystopian Place In The World, il viaggio della giornalista di Vice News Isobel Yeung in Xinjiang in un servizio video di 30 minuti

Il pomodoro dello Xinjiang “confezionato in Italia” conquista il mondo grazie ai colossi delle conserve italiane – inchiesta di Irpimedia sulla provenienza del concentrato di pomodoro che dallo Xinjiang arriva nei nostri supermercati 

L’occhio del dragone, video inchiesta di Report sul sistema di videosorveglianza in Xinjiang e sull’industria del tessile che utilizza cotone raccolto in condizioni di sfruttamento dagli uiguri 

Xinjiang Year Zero di Darren Byler, Ivan Franceschini, Nicholas Loubere

Immagine in anteprima: Daniel Lobo, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/uiguri-cina-oppressione/ – per l’indicazione esatta dell’autore fare riferimento a questo link che contiene il post originale.

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