Egitto, COP 27: la protesta globale per la liberazione dell’attivista e blogger Alaa Abd-el Fattah. “Non può esserci giustizia climatica senza diritti umani”

Egitto, COP 27: la protesta globale per la liberazione dell’attivista e blogger Alaa Abd-el Fattah. “Non può esserci giustizia climatica senza diritti umani”

Iscriviti alla nostra Newsletter

7 min lettura

“Qualunque cosa accada: Alaa ha vinto. La battaglia simbolica è stata vinta grazie alla dimostrazione del vostro supporto. Spero solo che il suo corpo e lui non vengano sacrificati per questo”. Con queste parole Sanaa Seif, sorella di Alaa Abd el-Fattah, aveva commentato le manifestazioni a sostegno di Alaa Abd el-Fattah, l’attivista egiziano simbolo della primavera araba, in carcere per la maggior parte degli ultimi nove anni per le sue critiche al governo autoritario del paese, in sciopero della fame da più di 200 giorni, dal 2 aprile scorso, e in sciopero della sete da domenica 6 novembre, in concomitanza con l’inizio della Conferenza delle Nazioni Unite sul clima in Egitto. “Lo sciopero della sete in un corpo così deteriorato… è questione di ore, non di giorni”, ha detto Sanaa Seif durante la conferenza stampa a COP27 riferendosi alla sofferenza a cui sta sottoponendo il suo corpo suo fratello.

“Voglio ricordare ai leader mondiali che c’è un uomo che sta morendo laggiù [nel carcere di Wadi al-Natrun] e voi siete tutti complici. E avrete le mani sporche di sangue. Ed è per questo che sono qui”, ha detto Sanaa Seif. Parole che riecheggiano quelle della mamma di Alaa, Laila Soueif, che pochi giorni prima aveva detto

“Tra un giorno, due o tre al massimo, quello che sta passando Alaa Abd El Fattah sarà finito.Se verrà rilasciato, sarà libero. Se morirà, sarà libero. Con così tanto sangue sulle mani, le autorità egiziane probabilmente pensano di poterla fare franca con un altro crimine. Potrebbero avere ragione. Che differenza può fare una morte in più nella cella di una prigione? Quindi rivolgo le mie parole ad altri, al premier britannico e a tutti questi capi di Stato che si riuniscono a Sharm El Sheikh. Le autorità egiziane sono vostri amici e protettori, non vostri avversari. Se Alaa muore, anche voi avrete le mani sporche di sangue. Eppure, dite di rappresentare paesi in cui ogni vita conta”.

La richiesta è quella che Alaa, le sue sorelle, sua madre fanno da tempo: l’immediata liberazione o almeno l’estradizione nel Regno Unito. Perché il blogger e attivista oltre a essere egiziano, è anche cittadino britannico. “Abbiamo capito che finché sarà al potere, Abdel Fattah al-Sisi non intende assolutamente far uscire Alaa di prigione, e che ogni volta che un caso sarà chiuso, inventeranno nuove accuse e si assicureranno che trascorra il resto della sua vita in prigione”, ha detto l’altra sorella di Alaa, Mona Seif, intervistata da Al Jazeera. Alaa “sente che per la prima volta dopo anni c’è un’opportunità per lui di uscire, un’opportunità per cambiare il piano che il regime egiziano ha per lui, che è quello di farlo rimanere in prigione fino alla morte”, ha aggiunto Mona.“E lui sta facendo di tutto, anche mettendo a rischio la sua vita, per cogliere questa opportunità e riunirsi a noi come famiglia e avere un futuro lontano da questa follia”.

Sebbene abbia la cittadinanza britannica, in questi mesi Alaa non ha potuto ricevere nemmeno una visita consolare, nonostante le pressioni dell’ex premier, Boris Johnson, e poi dell’attuale primo ministro britannico, Rishi Sunak. “Siamo oltre qualsiasi violazione dei diritti umani e di cittadinanza”, commenta in un’intervista a Fahrenheit su Radio 3 la giornalista e scrittrice Paola Caridi che segue le vicende di Alaa da oltre 15 anni e che a persone come lui ha dedicato il nome del blog “Invisible Arabs”, per “dare voce e corpo a un pezzo di mondo che voce ne ha poca. Un mondo spesso trasparente agli altri. Invisibile”.

“Dal 2019 – prosegue Caridi – Alaa non ha avuto un letto, un materasso, un’ora d’aria, la carta, la penna, la radio. Non è stata fatta entrare nemmeno un’apparecchiatura per misurare la pressione e la glicemia in questi mesi di sciopero della fame, dal 2 aprile”. Blogger, informatico, visionario, politico nell’anima, Alaa è “un uomo a cui la rivoluzione è stata insegnata da sua madre, docente universitaria di matematica, e figlio di chi ha creato l’avvocatura per i diritti umani in Egitto. È figlio di un contesto preciso, l’intellighenzia egiziana, di cui è stato ed è innovatore”, spiega ancora Caridi. E tutto questo fa del suo corpo un simbolo: “È la rappresentazione di un corpo su cui viene esercitata la repressione e la violenza del regime all’interno di un carcere” e, al tempo stesso, l’incarnazione “della resistenza per la richiesta di diritti”. 

Durante la COP27 la pressione internazionale è cresciuta. Molti capi di governo hanno sottoposto la questione direttamente ad al-Sisi, mentre nelle strade in tanti hanno manifestato vestiti di bianco in solidarietà con i prigionieri politici egiziani con striscioni con su scritto: “Non ci può essere giustizia climatica senza diritti umani”. 

Lunedì sera, dopo aver incontrato il presidente egiziano, il premier britannico Sunak ha detto di “sperare di vedere il suo caso risolto al più presto” e si è impegnato a continuare a “fare pressione per ottenere progressi”, ribadendo che “Alaa Abdel-Fattah è una priorità per Londra”. Tuttavia, Sunak è stato molto criticato per essere tornato dall’Egitto senza essersi assicurato almeno una visita consolare ad Alaa e riuscire ad avere qualche prova tangibile del suo stato di salute.

Leggi anche >> Il mondo si mobilita per salvare Alaa Abd-el Fattah, l’attivista simbolo della Primavera araba in carcere in Egitto

Si è esposto anche il presidente francese Macron al quale al-Sisi avrebbe detto di essersi “impegnato” affinché la salute di Alaa “sia preservata”. Anche il Presidente USA Joe Biden farà pressione sui diritti umani in un incontro bilaterale con il Presidente egiziano Abdel Fattah El-Sisi venerdì prossimo. “Abbiamo e continueremo a sollecitare il governo egiziano a rilasciare i prigionieri politici e a intraprendere riforme legali legate ai diritti umani”, ha dichiarato un alto funzionario dell’amministrazione statunitense a Politico. “Nel caso di Alaa Abd El-Fattah, rimaniamo preoccupati per il suo caso e per le condizioni di salute che ci sono state riferite, e abbiamo sollevato ripetutamente al governo egiziano le nostre preoccupazioni sul suo caso e sulle sue condizioni di detenzione”. Il portavoce del presidente egiziano si è limitato a menzionare questi colloqui senza rivelarne però il contenuto, mentre il ministro degli Esteri e presidente della COP27, Sameh Shoukry, ha dichiarato ai giornalisti che Alaa “sta ricevendo tutte le cure necessarie in prigione”, dopo aver addirittura messo in dubbio in precedenza che l’attivista stesse facendo lo sciopero della fame.

Se è stato sottoposto ad alimentazione forzata, “allora, è stato gettato in un incubo ancora peggiore di quello in cui si trovava già”, ha detto Sanaa Seif che, in un’intervista a Channel 4, aveva detto di non potersi fidare “di loro con il suo corpo, con la sua salute”.

I familiari hanno dichiarato di essere stati informati dalle autorità carcerarie che Alaa è stato “sottoposto a un intervento medico all’insaputa dell’autorità giudiziaria”. A sua madre, Laila Soueif, è stato impedito di aspettare fuori dal carcere di Wadi al-Natrun e di consegnare due lettere, una per il direttore del carcere e una per Alaa. La famiglia ha chiesto informazioni sulla tipologia di “intervento medico” e il trasferimento con la massima urgenza in un ospedale dove avvocati e familiari possano raggiungerlo. Secondo i dati del Centro al-Nadim per la riabilitazione delle vittime della violenza, riporta il Guardian, il numero di prigionieri morti nelle carceri egiziane solo quest’anno ammonta a 40. L’ultimo è Ala al-Salmi, 47 anni, in sciopero della fame, morto nel carcere di Badr 3 alla fine di ottobre. 

La dichiarazione delle autorità carcerarie fa pensare che Alaa sia stato alimentato forzatamente, costretto ad accettare liquidi per via endovenosa o un’altra forma di trattamento medico a cui non ha acconsentito. “L’alimentazione forzata è una tortura e non non dovrebbe accadere nulla che vada contro la volontà di Alaa”, ha detto Sanaa Seif al Guardian.

Il 10 novembre è stato improvvisamente concessa al suo avvocato Khaled Ali la possibilità di poter visitare Alaa nella prigione di Wadi al Natrun. Ma, come ha poi spiegato lo stesso avvocato in un post su Facebook, la visita è stata bloccata perché, nonostante sia stato informato solo oggi della concessione del permesso (la richiesta era stata presentata il 2 novembre), l’approvazione era datata 9 novembre e pertanto è stata ritenuta scaduta. Di solito i permessi di vista per gli avvocati sono validi per una settimana.

Intanto, Sanaa Seif è stata informata di essere stata denunciata alla procura egiziana da un avvocato filogovernativo con l’accusa di spionaggio e diffusione di notizie false, esponendola così al rischio di un arresto. I contenuti della denuncia richiamano le accuse mosse a Sanaa da un politico del partito al potere, Amr Darwish durante la sua conferenza stampa alla COP27. Darwish ha inveito dal pubblico contro Sanaa chiedendole se fosse lì per incitare i paesi stranieri a fare pressione sull’Egitto e per chiedere la grazia per un prigioniero criminale, prima di essere scortato fuori dagli agenti di sicurezza delle Nazioni Unite.

Le accuse di “diffusione di notizie false” mosse nei confronti di Sanaa Seif ricordano molto quelle utilizzate dallo Stato egiziano per giustificare l’incarcerazione di suo fratello Alaa. Nei giorni immediatamente precedenti alla denuncia, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, aveva dichiarato di aver parlato con le autorità egiziane del caso di Abd El Fattah e di averle avvertite di non intraprendere rappresaglie contro i membri della famiglia di Alaa o di altri difensori dei diritti umani.

Dal 28 maggio Paola Caridi e Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, hanno dato vita a un digiuno a staffetta. Da allora, almeno 200 persone hanno digiunato. Quando Alaa ha fatto sapere alla madre che avrebbe iniziato a fare lo sciopero della sete, per il 9 novembre è stata organizzata una giornata di digiuno collettivo alla quale hanno partecipato oltre 100 persone. Per poter partecipare al digiuno a staffetta basta inviare un’email a: info@invisiblearabs.com.

Immagine in anteprima via BBC

Segnala un errore

Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/alaa-abd-el-fattah-cop27/ – per l’indicazione esatta dell’autore fare riferimento a questo link che contiene il post originale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.