COP27 in Egitto: i compromessi valgono poco contro il capitalismo più distruttivo

COP27 in Egitto: i compromessi valgono poco contro il capitalismo più distruttivo

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8 min lettura

I colloqui sul clima delle Nazioni Unite in Egitto si sono conclusi domenica 20 novembre dopo una notte in bianco in attesa della riunione plenaria, rimandata ripetutamente fino alle quattro del mattino. Il ritardo accumulato rispetto alla conclusione, prevista per venerdì, ha fatto della Conferenza delle Parti (COP) numero 27 la più lunga dopo quella di Madrid nel 2019.

Il risultato è il cosiddetto “Piano di attuazione di Sharm el-Sheikh”, che prende il nome dalla sede scelta per il summit. Il suo punto più alto è l’accordo su un fondo per risarcire i paesi colpiti dal cambiamento climatico e che meno vi hanno contribuito nel corso della storia, il più basso un linguaggio diplomatico troppo debole rispetto all’urgenza della crisi che dovrebbe fronteggiare.

Ma il primo è un traguardo raggiunto proprio alle spese del testo ufficiale. Si può quindi celebrare la vittoria nella battaglia trentennale per la finanza climatica, o al contrario versare le nostre lacrime sull’ennesimo fallimento che ci allontana dall’obiettivo dell’Accordo di Parigi per contenere il riscaldamento globale entro 1.5°C.

La verità è che, come tutti i negoziati, anche questo si è chiuso con un compromesso.

La vittoria della COP africana

“La COP27 ha compiuto un passo importante verso la giustizia. Accolgo con favore la decisione di istituire un fondo per perdite e danni e di renderlo operativo nel prossimo periodo. Chiaramente questo non sarà sufficiente, ma è un segnale politico assolutamente necessario per ricostruire la fiducia infranta,” ha dichiarato il capo dell’ONU Antonio Guterres.

L’istituzione immediata del fondo “perdite e danni” (Loss and Damage) fa seguito agli appelli dei paesi in via di sviluppo che hanno più o meno dominato i colloqui di Sharm. La questione è da tempo considerata il cuore di COP27: una COP africana, come si è ripetuto a oltranza, e perciò una COP per rispondere ai desideri di rivalsa dei paesi più poveri e meno industrializzati.

Di fatto, è stata formalmente messa all’ordine del giorno soltanto due settimane fa quando anche gli Stati Uniti hanno dato il via libera. Dopo la riunione del G77+Cina poco tempo prima, è diventato evidente che l’Egitto avrebbe dovuto ottenere un risultato a qualunque costo.

A metà del vertice, un accordo su questo tema sembrava ancora fuori portata. Giovedì 17 però è arrivata una svolta a sorpresa quando l’Unione Europea ha dichiarato che avrebbe sostenuto una “struttura” e lo avrebbe fatto “a determinate condizioni”: che si desse sempre la priorità alla mitigazione raggiungendo il picco delle emissioni globali entro il 2025, e che il fondo fosse destinato soltanto ai “più vulnerabili”.

La distinzione tra paesi in via di sviluppo e paesi più vulnerabili, con una precisa definizione nel Santiago Network ma non nell’Accordo di Parigi, rimanda soprattutto allo storico dibattito sulla Cina: paese portatore della percentuale più grande di emissioni di gas serra, mentre non si può dire lo stesso dei suoi abitanti se si tengono in considerazione le emissioni pro capita. Senza contare Arabia Saudita, Corea del Sud, Emirati, Israele e Qatar, per cui la proposta è di “guardare al mondo del 2022 anziché a quello del 1992”.

L’offerta fatta dal capo delegazione Frans Timmermans ha così provocato un vero e proprio putiferio: da un lato la Cina, che non aveva intenzione di contribuire al fondo e anzi sperava di trarne beneficio; dall’altra gli Stati Uniti, riluttanti a sostenere un’iniziativa che costituiva anche un’ammissione di responsabilità.

Sabato mattina Timmermans ha ribadito che quella sarebbe stata la sua “ultima offerta”. Il blocco ha persino minacciato di abbandonare i colloqui sulla questione, prima di accettare con riluttanza l’accordo perché non farlo equivaleva ad annullare qualsiasi progresso nei negoziati.

Le parti hanno quindi concordato di istituire un “comitato di transizione” che nei prossimi anni stabilirà il funzionamento del fondo.

Il fondo Loss and Damage forma la terza branca della finanza climatica. Andrà infatti ad aggiungersi ai finanziamenti per il clima che già esistono per la mitigazione e l’adattamento, verso cui le nazioni più ricche si sono impegnate nel 2009 a incanalare 100 miliardi di dollari all’anno.

Una ricerca pubblicata prima dei colloqui di Sharm ha però rilevato che i finanziamenti hanno raggiunto appena 83,3 miliardi di dollari nel 2020 ed è probabile che raggiungano l’obiettivo di 100 miliardi di dollari soltanto l’anno prossimo. E anche quell’importo è messo in discussione. Secondo un rapporto di Oxfam, i paesi sviluppati avrebbero gonfiato il loro contributo finanziario per il clima del 225% nel 2020. Inoltre, l’economista del clima Nicholas Stern ha rilevato che sarebbero necessari 2mila miliardi di dollari all’anno dal 2030 per aiutare i paesi in via di sviluppo.

Anche quest’anno sono stati assunti pochissimi impegni finanziari per il clima, a eccezione dei nuovi annunci di Austria, Canada e Stati Uniti.

Infine, il contributo della finanza privata e dei crediti all’esportazione, pari a soli 15 miliardi di dollari, è stato del 60% inferiore all’importo previsto nel 2020.

È possibile avere più voglia di denaro che di salvarsi la pelle? A quanto pare, sì.

Combustibili fossili innominati

A proposito di salvarsi la pelle, sono state proprio le discussioni su ambizioni ed energia a tirare i negoziati per le lunghe.

Il testo dell’accordo posticipa ancora una volta l’impegno ad aggiornare e rinforzare i contributi determinati a livello nazionale (Nationally Determined Contributions, o NDC) prima del vertice COP28 dell’anno prossimo a Dubai.

Gli sforzi per eliminare tutti i combustibili fossili, oltre al carbone come voluto a Glasgow, sono stati vanificati. La proposta veniva proprio dall’India, un anno fa accusata di aver annacquato il testo scegliendo phase down (riduzione graduale) al posto di phase out (abbandono).

Una riunione a porte chiuse dei capi delegazione si è protratta per tutta la serata di sabato. L’Arabia Saudita e l’Iran avrebbero chiesto che la sezione sull’energia fosse eliminata dal testo, o di conservarla a patto di includere un riferimento al Carbon Capture and Storage (CCS). Il discorso intorno al CCS, nella forma di varie tecniche per l’assorbimento e l’annullamento (per così dire) delle emissioni presenti nell’atmosfera, è emblematico. Visto da molte ONG come una scusa per rimandare gli investimenti nelle rinnovabili in quanto non strettamente indispensabili, è grave e scoraggiante che se ne faccia propugnatore un paese come l’Arabia Saudita per ragioni economiche. E non è nell’interesse del clima. La proposta indiana è stata rifiutata anche da altri Stati che vivono di combustibili fossili, in particolare Russia e Canada. Oltre all’UE, Stati Uniti, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda spingevano invece per un obiettivo più ambizioso.

Il risultato finale è un testo che parla sì per la prima volta di fonti rinnovabili, ma le affianca alla non meglio specificata “energia a basse emissioni”. Secondo alcuni osservatori si tratta di una scappatoia per il gas, secondo altri per il nucleare.

In un anno in cui l’attacco della Russia contro l’Ucraina ha portato a una carenza di gas soprattutto nei paesi europei e le misure a breve termine per affrontare la crisi hanno rischiato di incidere sugli obiettivi climatici a lungo termine, meno di 40 hanno annunciato NDC aggiornati. Tra questi, l’UE stessa ha annunciato a COP che l’obiettivo di riduzione delle emissioni passerà dal 55% al 57% (percentuale in realtà sfalsata sulla base dell’assorbimento). Secondo i ricercatori di Climate Action Tracker, c’è il 95% delle probabilità che l’aumento della temperatura superi il 1,5°C stando agli attuali NDC.

Il testo adottato è rimasto per lo più fedele alle linee dell’ONU, ma è qui che l’importante mossa di Timmermans gli si è rivolta contro: “L’Unione Europea ha cercato di colmare queste lacune, come sapete. Abbiamo dimostrato che il nostro impegno per l’ambizione è pienamente in linea con uno scenario 1,5°C e persino aggiornato il nostro NDC. Abbiamo cercato di portarci tutti su un solido percorso verso 1,5. Con un picco delle emissioni globali entro il 2025 e con una chiara dichiarazione della nostra intenzione di eliminare gradualmente i combustibili fossili. Abbiamo sentito questa settimana che più di 80 paesi ora sostengono questo obiettivo. Purtroppo, non lo vediamo riflesso qui,” ha detto Timmermans.

“La peggiore COP di sempre”, o come fare di una noiosa conferenza una macchina da soldi pop

“L’Egitto si comporta come il peggior ospite che abbia mai visto,” ha detto un veterano delle conferenze per il clima, per esempio “hanno massimizzato le entrate del governo” attraverso i prezzi esorbitanti degli alberghi che sono cambiati non appena l’ONU ha aperto gli accrediti (almeno quattro volte le tariffe in tempi normali).

La COP dell’Egitto ha vantato argomenti pericolosamente esagerati, come l’aumento dell’ambizione, per molti impossibile nell’attuale situazione geopolitica.

“Sono sorpreso che la presidenza egiziana sembri vedere la COP27 come una macchina da soldi,” commentava poco prima dell’inizio Axel Michaelowa, socio fondatore della società di consulenza Perspectives.

Per due settimane, il paese ha dato un’immagine di sé come uno Stato di polizia, con giornalisti spiati (anche tramite l’app COP27, che gli esperti di tecnologia hanno esortato i delegati a non scaricare per problemi di sorveglianza) e attivisti costretti a manifestare in un’area designata anziché per le strade della città.

Sullo sfondo, le violazioni dei diritti umani contro i cittadini egiziani a cominciare da Alaa Ahmed Seif Abd-El Fattah. “Il fatto che migliaia di delegati, società civile e media mondiali si siano riuniti in una località balneare per un’importante conferenza sul clima mentre decine di migliaia di prigionieri di coscienza languiscono nelle carceri è un diverso livello di distopia che merita di essere denunciato,” ha scritto il Climate Action Network (CAN). “Sappiamo che non può esserci giustizia climatica senza diritti umani.”

Leggi anche >> Egitto, COP 27: la protesta globale per la liberazione dell’attivista e blogger Alaa Abd-el Fattah. “Non può esserci giustizia climatica senza diritti umani”

Poi ci sono stati i ritardi nella pubblicazione delle bozze da parte della presidenza egiziana e persino l’inviato statunitense per il clima John Kerry risultato positivo al Covid. Il martelletto finale è sceso in un applauso sommesso poco dopo le 07:00 ora locale, ma i negoziatori esausti degli Stati Uniti avevano già lasciato la sala della plenaria.

Inoltre, gli osservatori hanno affermato che le nuove bozze di testo sono arrivate in ritardo e spesso non riflettono la realtà sul campo. Ciò potrebbe essere dovuto al fatto che il team della presidenza della COP incaricato di facilitare i negoziati era, secondo quanto riferito, molto più piccolo rispetto agli anni passati.

Alcuni sono stati più diplomatici nelle loro critiche alla gestione dei colloqui da parte dell’Egitto, mentre la ministra degli Esteri tedesca Annalena Baerbock non si è tirata indietro. In una dichiarazione, Baerbock ha accusato la presidenza della COP27 di “ostruzionismo e carenze organizzative”, sostenendo che solo un’alleanza transcontinentale progressista ha impedito il “fallimento totale” a Sharm.

Desideri per il futuro

Eppure non tutto è da buttare e le COP restano uno strumento essenziale, di cui si dovrebbe sentire parlare molto di più, perché si tratta di una vera e propria questione di sopravvivenza.

C’è stata una cosa che lo ha dimostrato bene: l’arrivo del neo-eletto presidente brasiliano, Luiz Inacio Lula da Silva, accolto tra applausi e cori da stadio come una superstar. Le sue parole, “il Brasile è tornato” e “non c’è sicurezza climatica per il mondo senza un’Amazzonia protetta”, insieme all’offerta di ospitare COP in futuro, sono state gemme preziose.

“Questa COP particolarmente impegnativa porta un pezzetto di speranza, soprattutto per le persone più vulnerabili,” ha commentato la direttrice di CAN Europe, Chiara Martinelli. Anche per l’economista francese Laurence Tubiana, “questa COP ha causato profonde frustrazioni ma non è stato per niente”:

“Ha raggiunto un importante passo avanti per i paesi più vulnerabili. Il fondo Loss and Damage, un sogno alla COP26 dello scorso anno, è sulla buona strada per iniziare a funzionare nel 2023. C’è ancora molto lavoro da fare sui dettagli, ma il principio è in atto e questo è un cambiamento di mentalità significativo poiché abbiamo a che fare con un mondo in cui gli impatti climatici causano profonde perdite. Abbiamo rotto il tabù intorno alla discussione del nostro sistema finanziario internazionale.”

Finisce così una conferenza per clima che, in ogni caso, porta un risultato storico per i paesi più poveri e ci ricorda che la testardaggine a volte ripaga. “State attenti a ciò che desiderate…” lo ha detto Oscar Wilde o Vinicio Capossela?

Immagine in anteprima: ANSA via virgilio.it

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/cop27-clima-risultati/ – per l’indicazione esatta dell’autore fare riferimento a questo link che contiene il post originale.

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