Quasi la metà dei prodotti alimentari italiani esaminati presenta tracce di pesticidi

Appena il 54,8% dei campioni analizzati tra gli alimenti che arrivano ogni giorno sulle tavole in Italia risulta senza residui di pesticidi. Nel 44,1% dei casi, dato in crescita rispetto allo scorso anno, sono state invece trovate tracce di uno o più fitofarmaci. La frutta si conferma la categoria più colpita: oltre il 70,3% dei campioni contiene almeno un residuo, in particolare nell’uva da tavola (88,37%), nelle pere (91,67%) e nelle pesche (80,65%). Tra gli alimenti trasformati, il vino e i cereali integrali sono quelli con maggior percentuali di residui, contando rispettivamente circa il 61,8% e il 77,7%. Sono i risultati del dossier “Stop pesticidi 2022” pubblicato a dicembre da Legambiente in collaborazione con Alce Nero, azienda agricola e di trasformazione biologica dal 1978. Nel corso del 2021 sono stati analizzati 4.313 campioni provenienti da alimenti sia di origine vegetale sia animale. Dei prodotti contaminati il 14,3% era monoresiduo, cioè presentava tracce di un solo contaminante, mentre il restante 29,8% presentava residui di diverse sostanze, per un totale di 90 diversi fitofarmaci diversi. Tuttavia quasi tutti i campioni presentavano valori entro i limiti stabiliti dalla legge con solo l’1% che è risultato irregolare. “Dall’analisi dei dati rilevati -ha dichiarato il 19 dicembre Angelo Gentili, responsabile agricoltura di Legambiente- emerge chiaramente la necessità di intraprendere la strada dell’agroecologia con ancora più determinazione, mettendo in atto, in maniera convinta e senza tentennamenti, quanto stabilito dalle direttive europee ‘Farm to fork’ e ‘Biodiversità 2030’. Serve, inoltre, che vengano applicate in maniera stringente le norme, stando evitando eventuali deroghe all’utilizzo di specifici fitofarmaci, come purtroppo sta avvenendo con il glifosato”.

I prodotti analizzati sono stati divisi in tre categorie distinte: frutta, verdura e trasformati. Come già accennato la categoria più colpita rimane la frutta, in particolare per quanto riguarda pere, mele e pesche. Al contrario in more, lamponi e bacche di vario genere la contaminazione è risultata estremamente bassa inferiore al 5,97%. Tra la verdura i campioni “sani” sono stati più elevati, pari al 65,57% dei prelievi, mentre il singolo ortaggio più colpito è risultato il peperone al 60,68% con residui. Infine i trasformati sono risultati regolari per il 57,93%.

Risultati analisi Legambiente sulla presenza di fitofarmaci nei prodotti alimentari. Fonte: Legambiente, 2022

I pesticidi maggiormente rilevati sono insetticidi e fungicidi. Nello specifico, in ordine decrescente: Acetamiprid, Boscalid, Fludioxonil, Azoxystrobina, Tubeconazolo e Fluopyram. “Da segnalare la presenza di residui di Thiacloprid rinvenuti in due campioni di miele, in una pesca e in una mela; tracce di residui di Imidacloprid in 34 prelievi tra albicocche, arance, banane, carciofi, mandarini, peperoni, uva e pomodori. Tali sostanze attive sono particolarmente pericolose per la salute delle api e degli insetti impollinatori e il loro impiego non è più consentito. La loro presenza fa ben capire quanto queste sostanze siano difficilmente degradabili in ambiente”, si legge nella ricerca. Tra i residui evidenziati da Legambiente anche tracce di Dimethoate, sostanza attiva di cui l’agenzia europea per la sicurezza alimentare (Efsa) non ha potuto escludere il potenziale genotossico ma permessa con deroghe per combattere un parassita degli olivi. Infine sono state rinvenute anche tracce di Ddt e del suo metabolita, prodotto intermedio o finale del metabolismo della sostanza da parte di creature viventi, che permangono nell’ambiente a distanza di oltre quarant’anni dalla sua messa al bando. Secondo Legambiente la presenza di questi contaminanti è dovuto principalmente alla loro permanenza nel tempo, ma anche a un utilizzo illegale o a una diffusione da Paesi terzi dove invece il loro impego è permesso.

Nel corso della ricerca sono stati analizzati anche 108 campioni di miele di cui il 30,5% è risultato contaminato mentre in sole due analisi sono state trovate concentrazioni al di sopra del limite di legge. In particolare i prelievi hanno evidenziato la presenza di 15 fitofarmaci diversi. “I più frequenti sono l’erbicida Glifosato (27,94%), N (2,4 Dimethylphenyl) Formamide (17,65%) e Amitraz (14,71%), raggiungendo in alcuni casi otto residui presenti contemporaneamente. Di particolare interesse è la presenza di Amitraz, acaricida classificato come molto tossico per l’ambiente acquatico, utilizzato principalmente per combattere uno dei maggiori problemi delle api: la Varroa destructor”, continua Legambiente.

I peperoni invece risultano la verdura più interessata dalla presenza di almeno un pesticida, per il 60,60% delle analisi e con ben 38 fitofarmaci diversi e con una quantità di multiresiduo (39,32%) superiore al monoresiduo (21,37 %), contando fino ad un massimo di 10 positività. Fortunatamente, non sono stati riscontrati prodotti irregolari. “I peperoni sono tra le colture più importanti e apprezzate a livello globale sia come alimento fresco che come cibo processato. Inoltre sono molto vulnerabili all’attacco dei patogeni sia in fase di crescita sia durante lo stoccaggio -ricorda Legambiente-. Per questi motivi non è una sorpresa trovare tracce elevate di fitofarmaci. Inoltre la necessità commerciale di fornire frutta e verdura dalla forma perfetta aumenta l’uso di fitofarmaci”.

Nell’88,37% dell’uva analizzata è stata rinvenuta la presenza di almeno un pesticida. Un trend in aumento rispetto allo scorso anno (85,71%), con una percentuale di multiresiduo superiore al monoresiduo (72,09% vs. 16,28%), contando oltre 50 tipologie differenti di fitofarmaci. Analizzando i risultati ottenuti nella categoria vino, appare evidente come, anche in questo caso, il multiresiduo sia più frequente (42,70%). L’elevata suscettibilità dell’uva a malattie fungine e agli attacchi degli insetti, soprattutto durante il periodo di crescita, sono tali da costringere in agricoltura convenzionale al massiccio impiego di pesticidi di sintesi. “Il problema legato all’accumulo di queste sostanze nel terreno è particolarmente sentito nel Bellunese, tanto che nel 2021 è stato riscontrato un abbandono quasi totale dell’agricoltura convenzionale, portando a un incremento delle superfici di vigneti coltivati con metodi ‘naturali’ -riporta Legambiente-. Secondo un’elaborazione di Veneto Agricoltura su dati Sinab (Sistema nazionale agricoltura biologica) e dell’agenzia regionale Avepa, i vigneti biologici sono passati da 9,83 ettari del 2020 a 24,31 ettari del 2021, con un incremento del 141,31%. Su circa 200 ettari complessivi di vigneti nel Bellunese, si tratta del 12%. Una percentuale in continua crescita grazie allo sviluppo delle varietà resistenti. In questa Regione, grazie al connubio tra territorio e coltivazione di varietà autoctone, è stato possibile abbandonare la chimica di sintesi”.

Per limitare la diffusione e la deriva dei fitofarmaci, e ridurre così il loro impatto sulla salute umana, sull’ambiente e sugli ecosistemi, Legambiente sostiene la necessità di puntare sulla cosiddetta agroecologia, passaggio previsto anche dalle Direttive europe Farm to fork e sulla biodiversità. “Le strategie europee ci chiedono esplicitamente di accompagnare il Green Deal puntando sulla sostenibilità ambientale dell’intero settore agroalimentare attraverso il raggiungimento di alcuni obiettivi tra cui: la riduzione del 50% dei pesticidi, del 20% dei fertilizzanti e del 50% degli antibiotici utilizzati negli allevamenti, il raggiungimento del 25% di terreni agricoli dedicati al biologico a livello europeo e del 10% delle aree agricole destinate a fasce tampone e zone ad alta biodiversità”.

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