Non si può essere femministe e conservatrici

Non si può essere femministe e conservatrici

Iscriviti alla nostra Newsletter

14 min lettura

Pubblichiamo un estratto di Da che parte stiamo. La classe conta di bell hooks (Tamu Edizioni), tradotto in italiano da Marie Moïse. Il brano riportato è dal capitolo “Femminismo e potere di classe”.

Femminismo nero, classe lavoratrice e pensiero critico: l’imponente eredità di bell hooks

Il pensiero femminista rivoluzionario ha sempre sollevato il problema del classismo tra le donne. Fin dagli albori, si è aperta una contesa all’interno del movimento femminista tra un paradigma riformista di liberazione, che in sostanza domanda pari diritti per le donne all’interno dell’antagonismo di classe esistente, e dei modelli più radicali e/o rivoluzionari, che rivendicano un cambiamento strutturale per rimpiazzare i vecchi paradigmi con delle forme di reciprocità e uguaglianza. Proprio come la lotta militante per la liberazione nera che rivendicava la fine del classismo fu fatta passare per superflua quando le persone nere ottennero un più ampio accesso alle occupazioni lavorative, così il femminismo rivoluzionario fu liquidato dal femminismo riformista mainstream quando le donne, soprattutto bianche, ben istruite e privilegiate, iniziarono a ottenere parità di accesso al potere rispetto agli uomini nella loro stessa posizione di classe.

Quando il movimento femminista contemporaneo iniziò a prendere piede, riuscì a catalizzare l’attenzione dei mass media soltanto per la presenza di donne privilegiate che si ribellavano contro la loro classe e la gerarchia patriarcale al suo interno. Di conseguenza, le questioni che destarono l’attenzione pubblica non riguardavano le donne di classe lavoratrice né le donne comuni nel loro insieme. Di questa piccola élite di donne bianche privilegiate scriveva Betty Friedan quando identificò «il problema senza nome», l’espressione eufemistica con cui descrisse l’insoddisfazione delle donne confinate in casa e assoggettate al ruolo di casalinghe. La loro istanza era plasmata sia da politiche di genere che di classe, poiché, mentre queste denunciavano i pericoli della reclusione domestica, la vasta maggioranza delle donne del paese faceva già parte della forza lavoro. E molte di queste lavoratrici, costrette a lunghi turni in cambio di bassi salari, e dovendo comunque svolgere il lavoro domestico nelle loro case, se avessero potuto avvalersi del diritto di restare a casa avrebbero parlato di «libertà».

Non era la discriminazione di genere né l’oppressione sessista a tenere le donne privilegiate dentro casa, ma il fatto che il lavoro a loro accessibile sarebbe stato lo stesso lavoro non qualificato e malpagato di tutte le donne lavoratrici a reddito medio-basso. Questa élite di donne ben istruite preferiva restare a casa piuttosto che svolgere quel tipo di lavori. Di quando in quando, alcune di queste donne sceglievano di lavorare fuori casa, trovandosi a svolgere compiti ben al di sotto della loro formazione, e spesso incontrando la resistenza dei loro mariti. Fu questa resistenza a trasformare il problema del lavoro fuori casa in una questione di discriminazione di genere e a fare dell’opposizione al patriarcato, piuttosto che della lotta di classe, la piattaforma politica.

Sin dal principio le riformiste bianche privilegiate erano ben consapevoli che il potere che volevano era la libertà di cui vedevano godere gli uomini della loro classe. La resistenza al dominio patriarcale maschile nell’ambito domestico permise loro di unirsi al di là delle barriere di classe con le altre donne stanche del dominio maschile. Le donne lesbiche di tutte le razze e di tutte le classi erano in prima linea nella radicalizzazione della resistenza di allora al patriarcato, in parte in virtù del loro orientamento sessuale che già le situava al di fuori della protezione e del privilegio eterosessista, sia a casa che al lavoro. Indipendentemente dalla loro appartenenza di classe, erano socialmente emarginate, oggetto di abuso e disprezzo patriarcale. Inoltre, a differenza delle donne eterosessuali, non facevano affidamento sul supporto economico degli uomini. Volevano e avevano bisogno di paghe uguali a parità di lavoro. Gran parte del pensiero femminista rivoluzionario e/o radicale è stato prodotto da donne lesbiche che avevano già alle spalle una lunga storia di resistenza alla concezione patriarcale dei ruoli femminili. Le teoriche femministe lesbiche furono tra le prime a sollevare il tema della classe nei collettivi e nei gruppi di autocoscienza, esprimendo il loro punto di vista con un linguaggio accessibile. Le donne eterosessuali di sinistra e ben istruite che scrivevano di classe spesso si impelagavano in un gergo accademico che impediva loro di condividere il messaggio con le masse di donne ordinarie. All’inizio degli anni ’70, grazie ad antologie come Class and feminism, a cura di Charlotte Bunch e Nancy Myron, furono pubblicati saggi a opera di donne di diversa provenienza di classe che si confrontavano sul tema del classismo nei loro collettivi femministi. Ciascun testo sottolineava il fatto che la classe non era una mera questione di soldi. In The last straw, la scrittrice Rita Mae Brown (non ancora famosa a quei tempi) affermava a chiare lettere:

La classe è molto più della definizione marxiana del rapporto con i mezzi di produzione. La classe comprende il tuo comportamento, i tuoi assunti di base, il modo in cui ti hanno insegnato a comportarti, le tue aspettative su di te e sugli altri, la tua idea di futuro, come interpreti i problemi e li risolvi, il tuo modo di pensare, di sentire, di agire.

Queste donne che fecero ingresso nei collettivi femministi in cui si incontravano diverse classi sociali furono le prime a vedere che la prospettiva di unirsi in sorellanza per combattere il patriarcato non avrebbe mai visto la luce fino a che non fosse stato affrontato il problema della classe.

Naturalmente una volta che la classe fu messa all’ordine del giorno, le donne dovettero discutere le intersezioni di classe e razza. E quando lo fecero, fu evidente che le donne nere erano alla base della gerarchia sociale. All’inizio le donne bianche istruite che provenivano dalla classe lavoratrice avevano maggior visibilità nel movimento femminista rispetto alle donne nere di tutte le classi. Queste erano una minoranza nel movimento, ma erano la voce dell’esperienza. Conoscevano meglio delle loro sorelle bianche privilegiate il prezzo della resistenza all’oppressione di razza, classe e genere. Sapevano cosa significasse spostarsi dalla base della gerarchia sociale verso l’alto. Tra loro e le compagne privilegiate si era aperto un conflitto su quali fossero gli atteggiamenti appropriati nel movimento. Descrivendo le differenti esperienze di classe, Coletta Reid e Charlotte Bunch affermavano nel loro saggio Revolution begins at home:

Spesso le donne di classe media e soprattutto di classe medio-alta, per le quali tutto avviene senza ostacoli, sviluppano una passività privilegiata. Per chiunque goda di privilegi è più conveniente pensare che non sia necessario combattere o darsi delle norme per ottenere qualcosa: tutto si sistemerà. Chi ce l’ha fatta seguendo le belle regole di vita della classe media non ama che le persone siano insistenti, dogmatiche, ostili o intolleranti.

Nel movimento femminista radicale, le donne di estrazione privilegiata impararono concretamente le politiche delle lotta di classe affrontando le sfide poste dalle donne meno privilegiate, ma anche imparando da queste l’assertività e i modi costruttivi di stare nei conflitti. Nei circoli riformisti, tuttavia, le bianche privilegiate spesso mettevano in chiaro alle donne che non condividevano il loro status e/o colore che quello era il loro movimento, che erano loro a comandare e loro a determinare l’agenda. Gli argomenti del femminismo riformista miravano alla conquista dell’uguaglianza con gli uomini privilegiati all’interno della struttura sociale esistente. Le loro preoccupazioni coincidevano in tutto e per tutto con il timore patriarcale capitalista suprematista bianco che il potere bianco potesse perdere terreno se le persone non bianche avessero ottenuto pari accesso al privilegio e al potere economico. Accordando il suo sostegno a quello che di fatto divenne un femminismo di potere bianco e riformista, il patriarcato bianco poté rafforzare la propria posizione minando simultaneamente le politiche del femminismo radicale. Sulla stampa alternativa le pensatrici bianche rivoluzionarie espressero il loro sdegno per questa cooptazione. Nella sua raccolta di saggi The coming of black genocide, Mary Barfoot dichiara audace: «Ci sono donne bianche, ferite e arrabbiate, che credevano che il movimento delle donne degli anni ’70 volesse dire sorellanza e che si sentono tradite dalle arrampicatrici sociali. Dalle donne che sono tornate nella casa del patriarcato. Ma il movimento delle donne non ha mai abbandonato il fianco di padre Cazzo (…). Non c’è stata nessuna guerra. E nessuna liberazione. Abbiamo ottenuto una parte dei ricavi di un genocidio e questo ci piace. Siamo le Sorelle del Patriarcato e le vere sostenitrici dell’oppressione nazionale e di classe (…). Il Patriarcato nella sua forma più elevata è l’Euro-imperialismo su scala globale. Se siamo sorelle del Cazzo e vogliamo ciò che lui ha ottenuto, allora in fin dei conti sosteniamo quel sistema da cui lui ha ottenuto tutto». Le riformiste bianche non erano le sole ad aver tradito le istanze del femminismo più radicale. 

Molte donne razzializzate in ascesa sociale avevano atteggiamenti ambivalenti verso il femminismo e salirono sul carro del vincitore per beneficiare dei vantaggi (avanzamenti di carriera, status di leader, e così via) ottenuti con le lotte per la giustizia di genere. Come le loro omologhe bianche, usavano il femminismo per rafforzare la loro posizione e il loro potere di classe. L’accademizzazione del femminismo statunitense, basata sulla classe, creò il contesto per il depotenziamento delle spinte più radicali e per la conquista degli studi di genere da parte di donne e uomini opportunisti, senza alcun interesse nel cambiamento strutturale della società. Per assurdo, focalizzandosi su razza e razzismo come nuova direzione di studi, il pensiero femminista distolse l’attenzione dalle questioni di classe. Molte femministe bianche negli anni ’80 diventavano pian piano sempre più disposte a parlare di razza e ad ammettere il loro razzismo, ma non proferivano parola sul loro classismo, la loro paura, la condiscendenza e l’odio assoluto che riservavano alle persone povere e di classe lavoratrice. Con gli anni ’90 le donne bianche erano ormai riuscite a incorporare la razza negli studi di genere senza che vi fosse alcuna connessione tra il loro lavoro accademico e le lotte organizzate del movimento femminista contro il patriarcato capitalista suprematista bianco. 

Nel momento in cui le donne privilegiate ottennero un accesso più ampio al potere economico affianco agli uomini privilegiati, le discussioni femministe sulla classe non avevano più ragion d’essere. Al contrario, le donne erano spinte a considerare i traguardi economici delle più ricche tra loro come un segnale positivo per tutte. In realtà, queste conquiste cambiavano di rado le sorti delle donne povere e di classe lavoratrice. E poiché gli uomini privilegiati non si erano fatti carico del lavoro di cura nell’ambito domestico, la libertà delle donne privilegiate di tutte le razze si basava sul mantenimento delle donne lavoratrici in posizione subordinata. Quando le privilegiate uscivano di casa per andare a lavorare, qualcun’altra doveva restare a fare il lavoro sporco. 

Non era semplicemente possibile per le donne privilegiate ambire a uno status elevato e al potere economico e mantenere allo stesso tempo le proprie credenziali femministe per affrontare la questione della classe. Poiché gli uomini patriarcali di tutte le classi non avevano aderito alla rivoluzione femminista né intrapreso trasformazioni di coscienza o di comportamento che permettessero alle donne privilegiate, per lo più bianche, di raggiungere pienamente la parità con gli uomini della loro classe, esse dovettero accettare e condonare la subordinazione di genere delle donne povere e lavoratrici e tollerare il perpetuarsi del loro sfruttamento economico. Agli inizi del movimento femminista, una donna che sfruttava un’altra donna – tendenzialmente migrante, razzializzata, con un salario basso e un orario di lavoro insostenibile – per farle accudire i propri figli e pulire casa, in modo da «liberarsi» e uscire a lavorare, non era considerato corretto. Man mano che il movimento progrediva e le donne accrescevano il loro potere di classe, queste pratiche furono accettate. 

Negli anni ’90, la complicità con le strutture sociali esistenti era ormai considerata il prezzo di una cosiddetta liberazione. In fin dei conti, la maggior parte delle bianche benestanti e delle donne di altre razze in ascesa voleva il privilegio e l’uguaglianza sociale con gli uomini della loro classe, più che la libertà per sé stesse e per le loro sorelle sfruttate e oppresse. Questa collusione fu un fattore di destabilizzazione per il movimento. Andò a confermare nei fatti la critica mossa al femminismo riformista: gli uomini bianchi sostenevano la parità di diritti nei luoghi di lavoro per rinsaldare il potere di classe delle famiglie bianche di classe media e medio-alta in fase di declino (conseguenza diretta della depressione economica). Contemporaneamente, tale collusione indebolì gli avanzamenti ottenuti grazie alle politiche di discriminazione positiva con la lotta per i diritti civili in favore delle persone nere, di cui le donne bianche divennero rapidamente le principali beneficiarie.

Quando le donne acquisirono uno status più elevato e maggior potere di classe comportandosi allo stesso modo degli uomini, le politiche femministe furono sabotate. Molte donne si sentirono tradite. Le donne di classe media e medio-bassa si sentirono tutt’altro che «liberate». Costrette dall’ethos del femminismo a entrare rapidamente nella forza lavoro, dovettero a quel punto affrontare la dura verità: lavorare fuori casa non significava condividere il lavoro di casa. Il divorzio senza colpa si dimostrò un vantaggio economico più per gli uomini che per le donne. Le mogli che erano state a lungo sostenute dai mariti abbienti o di classe lavoratrice nel corso del matrimonio, lavorando senza salario dentro casa, si trovarono in grosse difficoltà economiche quando il divorzio iniziò a diffondersi. Queste donne si sentirono tradite sia dal sessismo tradizionale, che aveva sancito il loro ruolo di casalinghe tra le mura domestiche, che dal femminismo che aveva detto loro che il lavoro le avrebbe liberate senza chiarire alle donne più anziane di qualsiasi classe, che avevano speso gran parte delle loro vita adulta da disoccupate, che le opportunità di lavoro per loro sarebbero state ben poche. 

Per molte donne nere e razzializzate, vedere che le donne bianche privilegiate traevano vantaggio dalle conquiste del femminismo riformista sul lavoro molto più di qualsiasi altro gruppo fu nient’altro che la conferma del fatto che il femminismo fosse una cosa da bianche. Fu così avvalorata anche la posizione di molti lavoratori neri e razzializzati secondo cui la liberazione delle donne era stata sin dall’inizio un modo per tenerli al loro posto. Questi uomini sessisti non avevano alcun interesse a unirsi alle pensatrici femministe radicali e/o rivoluzionarie per rovesciare il controllo del femminismo riformista sul movimento e mettere in atto strategie più progressiste.

Il femminismo radicale e/o rivoluzionario ha continuato a proporre una visione del movimento femminista che criticasse e sfidasse il classismo. A differenza della superficiale insistenza del femminismo riformista sul fatto che il lavoro fosse liberatorio, il paradigma visionario per il cambiamento sociale si fonda invece sul fatto che l’educazione alla coscienza critica sia il primo passo nel processo di trasformazione femminista. Di conseguenza donne, uomini e bambini possono sostenere le politiche femministe, che lavorino o meno. Allora l’intervento in tutte le dimensioni delle strutture sociali esistenti è il prossimo passo. Questo intervento può assumere i tratti di una riforma o di un cambiamento radicale. Per esempio, le femministe radicali e/o rivoluzionarie che diedero forma al pensiero femminista ma non avevano un dottorato si resero conto che il nostro lavoro sarebbe stato sempre ignorato se non fossimo entrate in modo più sostanziale nel sistema accademico patriarcale. Per alcune di noi questo ha significato ottenere un titolo di dottorato anche se non eravamo così interessate alla carriera accademica. Per avere successo in quel sistema abbiamo dovuto sviluppare strategie per riuscire a fare il nostro lavoro senza compromettere i nostri valori e le nostre politiche femministe. Non è stato un compito facile, eppure lo abbiamo portato a termine. Alcune di noi, provenienti dalla classe lavoratrice, hanno modificato il loro status e fatto ingresso nei ranghi del privilegio di classe. Sapevamo che l’autosufficienza economica era un obiettivo cruciale del movimento femminista. Tuttavia credevamo anche, come l’esperienza poi ci ha confermato, che fosse possibile guadagnare potere di classe senza tradire la solidarietà verso le persone prive del medesimo privilegio. Abbiamo raggiunto questo traguardo scegliendo di condurre vite semplici, di condividere risorse, e rifiutando di darci al consumismo edonistico e alla politica dell’avidità. Il nostro obiettivo non era diventare ricche, ma essere economicamente autosufficienti. La nostra esperienza contraddice l’assunto secondo cui le donne possono migliorare la loro condizione economica soltanto attraverso la complicità con il patriarcato capitalista esistente.

Purtroppo il lavoro delle pensatrici femministe radicali e/o rivoluzionarie di rado desta l’attenzione di una platea ampia. Quando lo fa, è per essere screditato dalle fazioni conservatrici che si dicono femministe. Il femminismo, per darne una definizione elementare, è un movimento orientato all’abbattimento del sessismo, dell’oppressione e dello sfruttamento sessista. Non si può essere femministe e conservatrici. È una contraddizione in termini. Naturalmente le donne conservatrici, liberali pro-patriarcato schierate a protezione dei loro interessi di classe, hanno saputo usare i mass media per oscurare le istanze fondamentali del movimento, e far sembrare che il femminismo possa essere qualsiasi cosa per chiunque. Poiché le pensatrici femministe riformiste affermatesi nel mondo mainstream hanno interesse a mettere in ombra la teoria e la pratica radicale, esse colludono con le forze conservatrici del patriarcato, per far passare l’idea che il movimento femminista non abbia più importanza, che ci troviamo in una fase «post-femminista» e che la libertà sia impossibile. Con queste premesse, la prospettiva di trarre benefici dalla struttura di classe esistente appare come l’unica speranza. Ironia della sorte, oggi politiche pubbliche antifemministe lanciano attacchi quotidiani ai diritti conquistati dalle lotte femministe, e le stesse donne che hanno guadagnato privilegi di classe grazie alla complicità con il patriarcato capitalista suprematista bianco li perderanno sul lungo periodo. 

La sola genuina speranza di una liberazione femminista risiede in una prospettiva di cambiamento sociale che tenga in considerazione il modo in cui i sistemi interconnessi di classismo, razzismo e sessismo funzionano insieme allo scopo di mantenere intatti l’oppressione e lo sfruttamento delle donne. Le donne occidentali hanno ottenuto potere di classe, ma anche una maggiore disuguaglianza di genere, perché un patriarcato suprematista bianco globale schiavizza e/o subordina masse di donne del sud del mondo. In questo paese, le forze combinate di un’industria carceraria in espansione e di un welfare che tende a diventare workfare, nella convergenza con le politiche conservatrici sull’immigrazione, creano le condizioni per giustificare la schiavitù a contratto. Sopprimendo il welfare si creerà un nuovo sottoproletariato di donne e bambini abusati e sfruttati dalle odierne strutture di dominazione, e ciò rende ancor più evidente che la «libertà» delle donne privilegiate dipende dall’asservimento dei gruppi subordinati. 

Dati i cambiamenti in corso nella struttura di classe di questo paese, il divario sempre più ampio tra poveri e ricchi e l’inarrestabile processo di femminilizzazione della povertà, abbiamo disperatamente bisogno di un movimento femminista radicale di massa che sia in grado di costruire sulla sua forza passata, compresi i traguardi positivi generati dalle riforme, mostrando allo stesso tempo una nuova direzione e ponendo interrogativi costruttivi attorno alle teorie e alle pratiche femministe che si sono rivelate erronee. Cosa ancor più importante, un movimento visionario radicherebbe il suo lavoro innanzitutto nelle condizioni materiali delle donne povere e di classe lavoratrice: questo significa creare un movimento in cui l’educazione alla coscienza critica inizi lì dove stanno le persone. C’è ancora tempo per realizzare alloggi per chi ha un reddito basso, che le donne possano permettersi di acquistare. Se le donne povere e di classe lavoratrice avessero la possibilità di comprare le loro abitazioni attraverso un welfare/workfare progressista, questo sarebbe un passo in avanti verso la libertà. La creazione di cooperative edilizie guidate da principi femministi è un altro passo che potrebbe suscitare l’interesse delle masse per la lotta femminista. Sono solo pochi esempi del lavoro che occorre portare avanti. Nonostante le pensatrici riformiste abbiano manipolato le questioni di classe per sabotare le politiche femministe, questo rimane nella nostra società l’unico movimento per la giustizia che si incentra sui problemi delle donne e dei bambini. Se le donne devono avere un ruolo significativo nelle lotte per l’abbattimento di razzismo e sessismo, è necessario che partano dalla coscienza femminista. Abbandonare il movimento femminista è un altro atto di collusione. Le politiche femministe radicali e/o rivoluzionarie sono veicolo di un messaggio di speranza, e di strategie per dare potere alle donne e agli uomini di tutte le classi. 

Il femminismo è per tutte e tutti.

(Immagine in anteprima via Flickr)

Segnala un errore

Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/bell-hooks-da-che-parte-stiamo-la-classe-conta/ – per l’indicazione esatta dell’autore fare riferimento a questo link che contiene il post originale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *