Bangladesh, migranti climatici con l’Italia nel cuore

Due delle nazioni a cui arrivano più migranti sulle coste italiane sono il Pakistan e il Bangladesh, confinanti e con molto in comune visto che la seconda sino al 52 anni fa era unita alla prima. Se a causa della deriva autoritaria di Islamabad, che ha portato all’arresto dell’ex presidente Imran Khan tre giorni fa, il paese è sull’orlo di un default e di una guerra civile (il regime ha persino chiuso Internet), per cui è abbastanza automatico comprendere perché in tanti vogliano andarsene, diverso è il discorso per il Bangladesh, la cui indipendenza, nel 1971, fu possibile solo dopo una guerra sanguinosa proprio con il Pakistan, che lo aveva invaso. Il conflitto causò tra i 300mila ed i tre milioni di morti, oltre 10 milioni di sfollati in India ma, dopo nove mesi e con l’aiuto decisivo di Nuova Delhi, la guerra di liberazione fu vinta da Dacca.

Per comprendere perché oggi si fugge dal paese asiatico, VITA ha intervistato Farah Kabir, direttrice dal 2007 di ActionAid Bangladesh, ricevuta lo scorso anno dal presidente Sergio Mattarella in occasione dei 50 anni di vita della Ong e «rinomata figura in patria e all’estero per essere una voce intransigente contro la violazione dei diritti umani», oltre che ex portavoce delle Nazioni Unite.

Kabir vive in Bangladesh, un paese che ha la metà del territorio italiano con il triplo della nostra popolazione, di cui conosce benissimo la situazione, i flussi oltre a gestire tutti i progetti in loco di ActionAid.

«Nel dicembre del 1971, quando abbiamo ottenuto l’indipendenza, il Bangladesh era un paese post-bellico che aveva perso tutto ed era necessaria una ricostruzione perché l’intera nazione doveva essere riorganizzata e resa funzionale», spiega Kabir.

Poi, nel 1974, c’è stata una grave carestia, una delle peggiori del secolo scorso, a causa delle massicce inondazioni.

«Sì, abbiamo perso tutti i raccolti agricoli ma è stata anche una carestia indotta perché, nel 1974, parte degli aiuti che arrivavano dagli USA furono bloccati e lasciarono arrivare i cereali e il riso (l’allora ambasciatore statunitense in Bangladesh chiarì che gli Stati Uniti non potevano distribuire 2,2 milioni di tonnellate di aiuti a causa della politica del Bangladesh di esportare iuta a Cuba, ndr). La carestia del 1974, dopo la guerra portò la gente, per sopravvivere, alla ricerca di alternative e fu allora, a metà degli anni Settanta che il primo gruppo di persone del Bangladesh è andato in Italia. Negli ultimi dieci anni le ragioni che hanno spinto le persone a migrare qui sono molteplici ma, di certo, il flusso verso l’Italia è spiegato in parte da questa prima ondata, che oggi è un fattore di attrazione. Ci sono persone vivono da voi dicono: «Ok, non avete lavoro lì in Bangladesh, perché non provate a venire in Italia e vedere se trovate qualche opportunità?». Nella prima fase sono stati gli uomini, per sostenere le famiglie, ma ora sono anche le donne ad andare. Quando ci sono più di 45 milioni di giovani che cercano opportunità è normale. La maggior parte di loro ha provato a lavorare nel settore informale, dove i salari sono bassi, non c’è sicurezza sociale, non c’è sicurezza del lavoro e non c’è stabilità. Ecco perché le famiglie del Bangladesh sono incoraggiate ad andare in altre parti del mondo».

Quali le altre cause della migrazione?

«La prima è il cambiamento climatico, che ha avuto un impatto sull’agricoltura su tutti i fronti. Si sono verificati diversi disastri in Bangladesh e questo li costringe a migrare. Negli ultimi 10 anni 700.000 persone sono state sfollate ogni anno, un numero molto elevato. Il Bangladesh è il settimo Paese più vulnerabile al clima nel mondo. Negli ultimi 30 anni abbiamo avuto oltre 200 disastri naturali, che sono aumentati molto. E, secondo i rapporti, i danni sono aumentati di dieci volte nell’ultimo ventennio e si prevede che oltre 13 milioni di persone saranno costrette a sfollare nei prossimi anni a causa del clima».

E poi c’è il fattore demografico.

«Sì, siamo un paese con una popolazione enorme, oltre 170 milioni di abitanti su un territorio piccolo, la metà dell’Italia. Dove vivo io, la capitale Dacca, ha 20 milioni di abitanti, che corrisponde all’intera popolazione di Svizzera, Austria, Slovenia e Croazia sommate. Ed anche questa concentrazione demografica, con una popolazione molto giovane, aumenta la tendenza a migrare».

Inoltre, gran parte della popolazione dipende dall’economia informale.

«Sì, ma l’economia informale non può provvedere a tutti. Ci sono 60 milioni di persone che lavorano in nero, un numero significativo. Sono giovani molto vulnerabili che stanno completando l’istruzione primaria e secondaria, ma le loro competenze non corrispondono ai posti di lavoro disponibili, c’è uno sfasamento, con un paese giovane che sta facendo di tutto per svilupparsi. Anche per questo emigrano, Non abbiamo un salario fisso e il lavoratore informale, l’operaio giornaliero, che fa qualsiasi lavoro, riceve tra i 400 ai 500 taka (la moneta del Bangladesh, ndr) al giorno, all’incirca 3 o 4 euro che per le donne è ancora meno. Solo i dipendenti statali hanno uno stipendio fisso e nel settore dell’abbigliamento, dove dopo tanti anni di advocacy e lobby, il loro salario è aumentato. Inoltre, nel settore informale non c’è sicurezza del posto. Si può avere un lavoro per un mese e non averlo per il trimestre successivo».

Con 4 euro al giorno si riesce a mangiare?

«Se sei solo sì, ma in genere hai una famiglia, tua madre, tuo padre, i tuoi fratelli, o sei sposato con una moglie e due o tre figli. Quindi, se guadagni 4 euro al giorno, devi comprare il riso per 50 taka e gli altri ingredienti per cucinare. Si sopravvive ma non ti puoi permettere molte proteine per non parlare dell’istruzione e della salute dei bambini. È molto difficile. Certo, se parlate con gli economisti vi diranno che il tasso di povertà è ovviamente diminuito. Molti dei lavoratori informali sono stati assorbiti dallo sviluppo delle infrastrutture, ed è per questo che nessuno muore più di fame in Bangladesh. Oggi ci sono più opportunità rispetto a 20 anni fa, ma anche il costo della vita è aumentato. Il prezzo delle uova, ad esempio, è raddoppiato nell’ultimo anno».

Il Bangladesh è un Paese democratico?

«Il Bangladesh è una repubblica popolare democratica e abbiamo un sistema elettorale. Ci sono elezioni ogni cinque anni e abbiamo rappresentanti eletti. Da 15 anni è al potere lo stesso partito politico quindi, se chiedete a qualcuno dell’opposizione, vi dirà che non c’è democrazia. Se parlate con la stampa, vi diranno che negli ultimi tempi ci sono stati problemi seri. Se parlate con la società civile, vi diranno che lo spazio della società civile si sta riducendo».

Cosa dovrebbe fare la comunità internazionale?

«Prima di tutto, vorremmo vedere più giustizia climatica, ovvero che i paesi europei e i leader globali agissero sui temi del cambiamento climatico e sull’abbandono dei combustibili fossili. Vogliamo che i finanziamenti per il clima arrivino come promesso, come il Fondo per il clima e altri, e che la parte relativa alle perdite e ai danni sia accelerata, perché mentre i leader internazionali dibattono, la vita delle persone sul campo viene colpita: la comunità internazionale dovrebbe occuparsi seriamente del clima. In secondo luogo, non vogliamo seguire lo stesso percorso di sviluppo dei Paesi occidentali ma passare a uno sviluppo verde e molto più sostenibile, ed anche qui potete sostenerci. Se si investe nei lavori green e nell’innovazione, i nostri giovani che sono molto creativi saranno in grado di trovare il modo di rendere il loro paese più sostenibile. L’istruzione è il settore in cui vogliamo vedere arrivare gli investimenti, l’informazione deve essere resa accessibile e dobbiamo abbandonare il nazionalismo in materia di conoscenza. Infine, la leadership delle donne e dei giovani deve essere compresa e apprezzata. Ascoltare, partecipare e aiutarli. Il Bangladesh non cerca la carità ma l’opportunità per creare il proprio futuro».

Sul Covid, il Bangladesh ha fatto un ottimo lavoro.

«Sì, il primo ministro e il suo governo hanno immediatamente promosso la vaccinazione e tutti sono stati incoraggiati a farla. Anche se siamo un Paese così contagioso e così densamente popolato, nel complesso la situazione è stata gestita bene. Ma in generale i servizi sanitari non sono il massimo e quindi si vedono molte persone che viaggiano all’estero per avere assistenza. Non è solo una questione di mancanza di fiducia: qui abbiamo un solo medico ogni 15mila persone e ne servono di più».

Che appello si sente di fare alle autorità italiane?

«Di sostenerle le persone che sono in viaggio o sono già lì, vi prego perché se li integrate, ho visto in Italia come lavorano i miei connazionali. Ho incontrato il vostro presidente Mattarella che ha apprezzato molto il contributo dei bangladesi alla forza lavoro e all’economia italiana. Quindi, allo stesso modo, se le persone sono già lì, ci dovrebbero essere modi per sostenerle, per integrarle e per contribuire. E a coloro che non hanno lasciato il Paese, dobbiamo lavorare insieme per dare loro le informazioni, come e dove andare, senza passare attraverso i trafficanti di esseri umani e gli intermediari che sfruttano la tratta. È qui che dobbiamo lavorare insieme e combattere i trafficanti di esseri umani e gli sfruttatori, che stanno facendo soldi, molti soldi, ma non le persone che stanno soffrendo. Inoltre il vostro governo deve spendere molti più soldi per affrontare il problema una volta che si trovano sul vostro territorio. Invece di questo, se collaboraste potremmo affrontare il problema della tratta, rendendo i flussi molto più sani e sostenibili per tutti».

Un’ultima domanda: cosa sta facendo ActionAid in Bangladesh?

«Stiamo lavorando molto per gli sfollati climatici e con le comunità più emarginate».

Credit Foto: ActionAid

Fonte: Vita.it – https://www.vita.it/it/article/2023/05/12/bangladesh-migranti-climatici-con-litalia-nel-cuore/166723/

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