Incendi, piogge torrenziali e ondate di calore: “Non è l’estate mediterranea. È il cambiamento climatico”

Incendi, piogge torrenziali e ondate di calore: “Non è l’estate mediterranea. È il cambiamento climatico”

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21 min lettura

Il round-up settimanale sulla crisi climatica e i dati sui livelli di anidride carbonica nell’atmosfera.

Gli incendi intorno a Palermo, all’isola di Rodi, in Grecia, in Algeria; gli uragani che si sono abbattuti su Milano di notte; le temperature record che si protraggono di settimana in settimana e dividono l’Europa, e l’Italia in particolare, in due: temporali al nord, polveri sahariane al centro-sud.

Se avessimo bisogno di ulteriori manifestazioni degli effetti della crisi climatica li stiamo vivendo sulla nostra pelle. A tutte le latitudini, dall’estremo occidente fino al Giappone. Eppure c’è ancora chi semina dubbi, sminuisce, inquina il dibattito pubblico sostenendo che non è la prima volta che d’estate in Italia fa molto caldo e chi parla di crisi climatica usa toni apocalittici.

Posizioni veicolate da politica e media. Appena alcuni giorni fa la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha parlato di “maltempo difficile” e di “realtà climatica imprevedibile” riferendosi agli eventi meteorologici estremi in Sicilia e Lombardia, mentre il ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin, ospite del salotto di Sky Tg 24, ha addirittura messo in dubbio l’origine antropica del cambiamento climatico. Quasi in distonia con il ministro per la Protezione Civile e le Politiche del Mare, Nello Musumeci, che ha invece riconosciuto che “se il mondo attorno a noi cambia e noi restiamo fermi, continueremo a piangere i morti e ad assistere inermi alla devastazione del nostro territorio. Che per sua natura è fragile e vulnerabile”.

E poi, come dicevamo, ci sono i media. Emblematico il titolo di un articolo di Giuliano Ferrara su Il Foglio: “A luglio fa caldo da secoli: facciamocene una ragione invece di sacrificarci all’ideologia”. Nel migliore dei casi, quando le notizie sono date nel modo corretto, mancano l’approfondimento e le informazioni di contesto, spiega al Guardian Carlo Cacciamani, a capo dell’agenzia meteorologica e climatologica nazionale italiana: “Non è che non si parli di calore, quello che manca è la profondità, ha detto. “Devono esserci ulteriori spiegazioni sul motivo per cui questo sta accadendo e su cosa lo sta causando”. Poi, aggiunge Stefano Caserini, professore di cambiamenti climatici al Politecnico di Milano, “ci sono i giornali di destra che, se non negano apertamente la crisi climatica, sono inattivisti. Nei prossimi anni sperimenteremo ancora più ondate di caldo e attualmente il dibattito qui non è realmente in corso”. 

Su Rete 4, durante la striscia quotidiana “Diario del Giorno”, Andrea Giambruno, conduttore e compagno di Giorgia Meloni, ha sostenuto che le ondate di calore che hanno colpito l’Italia “non sono poi una grande notizia”. Quando l’inviata a Bari, Rossella Grandolfo, ha provato a dire che “Va data ragione agli scienziati dell’IPCC dell’Onu, che studiano tutto questo e che purtroppo per tutti noi hanno confermato che le ondate di calore rispetto agli anni Ottanta sono aumentate e soprattutto si sono ravvicinate”, il conduttore ha immediatamente minimizzato. D’altronde le coordinate date dal titolo della puntata erano già distorcenti: “Clima impazzito o è solo estate?”. 

Anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si è detto sorpreso delle “tante discussioni sulla fondatezza dei rischi, sul livello dell’allarme, sul grado di preoccupazione” anche di fronte “alle drammatiche immagini di quel che è accaduto, a Nord come al Centro come nel Meridione”. Mentre 100 scienziati hanno inviato una lettera aperta ai media italiani: “Parlate delle cause del cambiamento climatico e delle sue soluzioni”

Non si può parlare né di clima impazzito né di “solo estate”. Come fa notare il giornalista Rudi Bressa in un tweet: “2003, 2010, 2015, 2017, 2018 e 2019, 2022. Non sono numeri del lotto, ma gli anni in cui abbiamo avuto ondate di calore persistenti e durature. Questa non è l’estate mediterranea. Ma una roba nuova”.

Da anni, i climatologi affermano che il Mediterraneo sta diventando un hotspot del cambiamento climatico. In questi giorni gli scienziati di World Weather Attribution, che si occupano di attribuire gli eventi meteorologici estremi alla crisi climatica, hanno collaborato per valutare in che misura il cambiamento climatico indotto dall’uomo abbia alterato la probabilità e l’intensità del caldo estremo di luglio in Messico, Europa meridionale e Cina. E sono giunti alla conclusione che non si può parlare né di clima impazzito né di un fenomeno legato all’estate. “Senza il cambiamento climatico indotto dall’uomo, questi eventi termici sarebbero stati estremamente rari. In Cina si sarebbero verificati una volta ogni circa 250 anni [invece di uno ogni 5 anni, come si verifica ora] e sarebbero stati praticamente impossibili negli Stati Uniti e nel Messico [attualmente ne è previsto uno ogni 15 anni] e nell’Europa meridionale [ora uno ogni 10 anni]”. Se non smettiamo di bruciare combustibili fossili, conclude il rapporto, “questi eventi diventeranno ancora più comuni e il mondo sperimenterà ondate di calore con temperature ancora maggiori e di più lunga durata. Un’ondata di calore come quelle recenti si verificherebbe ogni 2-5 anni in un mondo di 2°C più caldo rispetto all’era pre-industriale”.

Ma, come osservava la scorsa settimana Antonio Scalari in un articolo su Valigia Blu, “è molto più facile ripetere le stesse, ripetitive, note, come quelle della canzone Fa caldo? È l’estate, che leggere e spiegare quello che hanno prodotto decenni di ricerca scientifica. Questa è l’asimmetria tra informazione corretta e disinformazione”.

In un post su Facebook, il geologo e divulgatore scientifico, Mario Tozzi, ha detto di non voler più partecipare ai talk show o convegni in cui “anche lontanamente, si profili l’ombra di un negazionista” per non dare “nessuna validità di controparte scientifica a chi nega l’evidenza scientifica dei fatti. Non vanno né contrastati né invitati, vogliono solo fare confusione e ritardare ogni regolamentazione del sistema economico”.

“Contestare il legame tra emissioni e riscaldamento globale è come il terrapiattismo. Tagliare le emissioni non è solo una questione di responsabilità morale rispetto ai nostri figli, è una questione pragmatica. Conosciamo i fatti, abbiamo la possibilità di gestire il rischio”, afferma in un’intervista a Domani, il direttore di Copernicus, il principale programma di monitoraggio del clima terrestre dell’Unione Europea, Carlo Buontempo, che aggiunge:

“Agire adesso sulle emissioni significa posizionarci meglio sulla gestione del rischio. Ripeto, è un pensiero razionale basato sui fatti. Non c’è bisogno di farne una questione ideologica. È come se conoscessimo in anticipo i tassi di interesse dei prossimi dieci anni: se avessimo questa informazione la useremmo a nostro vantaggio o no? In economia non ce l’abbiamo, sul clima sì”.

Il punto è che i partiti politici più inclini al negazionismo stanno oggi cercando di trasformare il cambiamento climatico in una battaglia culturale, nota Gordon Brown, inviato delle Nazioni Unite per l’educazione globale e primo ministro del Regno Unito dal 2007 al 2010. Anche quando non negano apertamente il cambiamento climatico, la loro tattica propagandistica punta ad associare le questioni che lo riguardano all’ideologia di sinistra. Questi partiti trattano la questione come fosse una fissazione di ambientalisti, estremisti e fanatici, che vogliono distruggere la nostra economia e prosperità. Nei loro discorsi le politiche per il clima e l’ambiente diventano un problema peggiore dello stesso cambiamento climatico. Lo abbiamo visto con l’intervento della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, durante la chiusura della campagna elettorale del partito di destra radicale spagnolo Vox: “È necessario fermare il “fanatismo ultra-ecologista” che sta portando la sinistra ad “attaccare il nostro modello economico e produttivo”, ha detto.

Come spiega ancora Scalari, 

“Grazie a questa propaganda, i fatti scompaiono e rimangono solo parole e toni polemici, slogan e nemici ideologici. Se i fatti scompaiono, è come se nessuno li avesse mai scoperti. È come se non li avessimo mai conosciuti, come se fossimo ancora del tutto ignoranti. Il negazionismo è anche questo: ignoranza indotta, interessata e malevola”.

E intanto l’economia, che quei partiti dicono di voler difendere, è minacciata dallo stesso cambiamento climatico. Limitatamente al Mediterraneo, il Gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (IPCC) ha individuato alcune minacce chiave che stanno colpendo le produzioni di grano e olive, gli ecosistemi terrestri e di acqua dolce, le aree costiere con i rischi di inondazioni, erosione e salinizzazione a causa dell’innalzamento dei mari, gli ecosistemi marini, con un declino della biodiversità e l’estinzione del 20% di pesci e invertebrati con una diminuzione delle entrate della pesca fino al 30% entro il 2050.

Secondo i dati del gruppo di assicurazioni Swiss Re, riporta il Financial Times, le perdite per gli assicuratori derivanti da eventi meteorologici estremi, come i cattivi raccolti a causa della siccità o i danni alle proprietà per gli incendi boschivi, sono aumentate di 15 miliardi di dollari nel periodo tra il 2017 e il 2022, rispetto ai 5 anni precedenti, passando da 29,4 a 46,4 miliardi di dollari. In California, una delle aree più colpite dagli incendi, alcuni grandi assicuratori statunitensi si sono tirati indietro.

Ripensare le città ai tempi delle ondate di calore

Gli eventi meteorologici estremi stanno mostrando, infine, tutta l’inadeguatezza delle nostre città e abitazioni, pianificate in un’epoca in cui gli effetti devastanti della crisi climatica erano qualcosa di inimmaginabile. Basti pensare alle abitazioni del Regno Unito, progettate per attirare luce e calore e che ora invece diventano delle scatolette incandescenti. Secondo uno studio dell’Università di Oxford, con un aumento delle temperature globali di 2°C rispetto all’era pre-industriale, gli abitanti di Svizzera, Regno Unito, Norvegia e Finlandia sperimenteranno l’aumento relativo più significativo dell’esposizione al calore. 

Un articolo dello scorso anno di El Paìs, purtroppo decisamente attuale, riporta alcune soluzioni che potrebbero adeguare i centri urbani alle temperature sempre alte. “La differenza tra un’area urbana e una zona residenziale con spazi verdi può raggiungere i 15 gradi”, si legge nell’articolo. È il fenomeno termico dell’isola di calore che favorisce la ritenzione di calore nelle città e innalza le temperature, soprattutto di notte. Per frenare questo fenomeno ci vogliono più alberi e meno asfalto. 

Di giorno facciate e marciapiedi senza ombre accumulano l’energia del sole e, di notte, la rilasciano trasformando le strade in piccole stufe. In alcuni quartieri ad alta densità di edifici, la rete delle strade impedisce la libera circolazione dell’aria, rendendo difficile il raffrescamento di queste aree. Inoltre, l’accumulo di gas inquinanti impedisce a parte di questa energia di dissiparsi, trattenendola all’interno della città.

Cosa fare? Demolire interi quartieri per favorire le correnti d’aria è una strada impraticabile. Ma ce ne sono altri di facile attuazione, come riconfigurare la fruizione dello spazio pubblico, utilizzare materiali che trattengono meno il calore e ridurre l’inquinamento.

I gas sprigionati da automobili, industrie e caldaie intrappolano il calore sprigionato dai motori dei condizionatori e dei veicoli. Questi gas impediscono all’energia di dissiparsi e la trattengono all’interno della città, aumentando le temperature. Nella misura in cui l’emissione di questi gas è ridotta, l’isola di calore può essere mitigata. La strada in questo caso è ridurre l’uso delle auto, trovando un equilibrio tra le esigenze di spostamento e di vivibilità delle nostre città.

“Il 70% della città è dedicato alle auto, dobbiamo ridurlo al 30 o 40% e guadagnare spazio per la vegetazione e le persone”, spiega José María Ezquiaga, architetto specializzato in progetti urbani. “L’albero è la nostra salvezza. Dove c’è foresta o vegetazione, l’isola di calore è sostanzialmente ridotta”. Gli alberi forniscono ombra, riducono l’inquinamento e rinfrescano l’ambiente, tre caratteristiche fondamentali per l’adattamento delle città.

Oltre alle strade, “dovremmo iniziare a lavorare anche sulle case e sugli edifici”, aggiunge l’architetta Belinda Tato. La maggior parte delle facciate e dei tetti degli edifici sono realizzati con materiali e colori che assorbono una grande quantità di energia, riscaldando le strade e le case. Per il ricercatore Julio Díaz, “la ristrutturazione delle case è essenziale se vogliamo che le città si adattino alle temperature estreme”.

Negli Stati Uniti, Xiulin Ruan, professore di ingegneria meccanica alla Purdue University, sta sperimentando l’utilizzo di  una vernice bianca che, una volta applicata, può ridurre la temperatura della superficie dei tetti e raffreddare gli edifici sottostanti, racconta la giornalista climatica del New York Times Cara Buckley. La vernice ideata dal prof. Ruan è in grado di riflettere il 98% dei raggi solari, rendendo le superfici più fresche di circa 13°C a mezzogiorno e fino a 28°C di notte, riducendo così le temperature all’interno degli edifici e diminuendo la richiesta di aria condizionata fino al 40%. Questo tipo di vernice potrebbe essere messa in commercio l’anno prossimo mentre sono in corsa sperimentazioni per aumentarne la durata e la resistenza allo sporco. 

Tuttavia non mancano le criticità. Innanzitutto, ci sono gli impatti ecologici della produzione della vernice, come l’impronta di carbonio derivante dall’estrazione del solfato di bario, elemento utilizzato dalla vernice ultrabianca di Purdue. E poi si tratta pur sempre di una misura di adattamento. “Questa non è sicuramente una soluzione a lungo termine al problema climatico”, spiega Jeremy Munday, professore di ingegneria elettrica e informatica all’Università della California, Davis, che si occupa di ricerca sulle tecnologie pulite. “È qualcosa che puoi fare a breve termine per mitigare i problemi peggiori mentre cerchi di tenere tutto sotto controllo”. 

Sempre negli Stati Uniti, infine, si sta sperimentando la costruzione di abitazioni in grado di resistere agli uragani, ai detriti volanti, alle interruzioni di corrente e agli incendi. In Massachusetts, un architetto in pensione, Dana Levy sta progettando una casa utilizzando un sistema costruttivo particolare: le pareti sono realizzate in cemento armato mediante casseri isolanti (anche denominati “pannelli ICF” o “climablock”), solitamente in polistirolo (EPS), che inglobano il getto di calcestruzzo con funzione di isolamento termico permanente. I muri sono così in grado di resistere ai venti forti e ai detriti volanti, e di mantenere temperature stabili in caso di interruzione della corrente, grazie ai pannelli solari, alle batterie di riserva e al generatore di emergenza. Il tetto, le finestre e le porte saranno resistenti agli uragani. In Colorado, l’architetta Renée del Gaudio ha progettato delle abitazioni che utilizzano strutture in acciaio e rivestimenti realizzati in ironwood, un legname resistente al fuoco. 

Inoltre nel round-up sulla crisi climatica di questa settimana:

Le grandi compagnie petrolifere ridimensionano gli impegni climatici in nome dei profitti, mentre il pianeta è devastato da eventi meteorologici estremi

Nonostante luglio sia in corsa per essere registrato come il mese più caldo della storia, le principali compagnie energetiche non si fermano e sono intenzionate a espandere la produzione di combustibili fossili, insistendo sul fatto che non ci sono alternative. È la prova che per queste aziende le priorità continuano a essere i profitti record e non la crisi climatica, dicono al Guardian Naomi Oreskes, professoressa di storia della scienza all’Università di Harvard e autrice del libro “Mercanti di dubbi”, pubblicato nel 2010, e Timmons Roberts, professore di ambiente e sociologia alla Brown University.

“L’industria dei combustibili fossili ha tratto enormi profitti dalla vendita di un prodotto pericoloso, come il petrolio, e ora persone e governi innocenti in tutto il mondo stanno pagando il prezzo della loro incoscienza”, commenta Oreskes.

Negli ultimi anni le major petrolifere si erano impegnate a ridurre la produzione di petrolio e gas e le loro emissioni. Ma più recentemente hanno rivisto i loro piani. Nel pieno di un febbraio con temperature record, BP ha ridimensionato il suo precedente obiettivo di ridurre le emissioni del 35% entro il 2030, puntando a una percentuale tra il 20% e il 30%. ExxonMobil ha ritirato i finanziamenti per un progetto che puntava a utilizzare le alghe per creare carburante a basse emissioni di carbonio. Shell ha annunciato che quest’anno non aumenterà i suoi investimenti nelle energie rinnovabili, nonostante le precedenti promesse di ridurre drasticamente le sue emissioni.

Le condizioni meteorologiche estreme alimentate dal clima sono persistite per tutta la primavera e l’estate ma le compagnie di combustibili fossili hanno intensificato i loro modelli di business basati su petrolio e gas. La Shell ha ovviato al taglio della produzione di petrolio del 20% entro il 2030 vendendo alcune operazioni a un’altra compagnia petrolifera e non riducendo così le emissioni nell’atmosfera. BP ha ampliato le estrazioni di gas. E, il mese scorso, il CEO di Exxon, Darren Woods, ha dichiarato nel corso di una conferenza di settore che la sua azienda prevede di raddoppiare la quantità di petrolio prodotto dalle sue partecipazioni di scisto negli Stati Uniti entro i prossimi cinque anni.

Cosa sta succedendo, dunque? In un contesto ostile, in cui la transizione ecologica era diventata una priorità delle istituzioni globali e i combustibili fossili stavano diventando meno redditizi, le società energetiche avevano iniziato a parlare di riduzione di gas e petrolio. Ora che i prezzi del gas sono aumentati, gli impegni annunciati possono essere messi da parte, commenta sempre al Guardian Timmons Roberts.

“È diventato lampante che sono motivati solo dai profitti”, spiega Roberts. E così ora che la transizione sembra meno redditizia nell’immediato, le compagnie petrolifere iniziano a introdurre il discorso che “il cambiamento è impossibile”. È sempre la stessa strategia “per bloccare l’azione per il clima e mantenerci dipendenti dai loro prodotti” che cambia pelle, aggiunge Oreskes.

Per promuovere una vera transizione energetica, conclude Roberts, i leader mondiali devono smettere di credere che le società energetiche cambieranno volontariamente i loro modelli di business.

“Ho pensato che le aziende produttrici di combustibili fossili potessero cambiare. Ma mi sono sbagliata”, ha commentato a tal proposito in un articolo su Al Jazeera Christiana Figueres, negoziatrice alle conferenze sul clima e cofondatrice di Global Optimism. “L’ho fatto perché ero convinta che l’economia globale non potesse essere decarbonizzata senza la loro partecipazione costruttiva ed ero quindi disposta a sostenere la trasformazione del loro modello di business”, spiega Figueres. “Ma ciò che l’industria sta facendo con i suoi profitti senza precedenti negli ultimi 12 mesi mi ha fatto cambiare idea”. 

Con le migliaia di miliardi di dollari che stanno guadagnano, le compagnie petrolifere potrebbero “allontanarsi da qualsiasi nuova esplorazione di petrolio e gas, investire nelle energie rinnovabili e accelerare le tecnologie di cattura e stoccaggio del carbonio per ripulire l’uso esistente di combustibili fossili”, prosegue Figueres. Inoltre, potrebbero tagliare le emissioni di metano dall’intera linea di produzione, abbattere le emissioni lungo la loro catena del valore e facilitare l’accesso all’energia rinnovabile per coloro che sono ancora senza elettricità che sono milioni. Invece, “ciò che vediamo sono le compagnie petrolifere internazionali che tagliano, rallentano o, nella migliore delle ipotesi, mantengono riluttanti i loro impegni di decarbonizzazione, pagano dividendi più alti agli azionisti, riacquistano più azioni e – in alcuni paesi – fanno pressioni sui governi per invertire le politiche di energia pulita, pur sostenendo a parole il cambiamento”.

Ma, spiega la giornalista esperta di economia e cambiamento climatico, Pilita Clark, in un articolo sul Financial Times, sbagliamo ad “aspettarci che l’industria dei combustibili fossili ci porti fuori da una crisi causata dai combustibili fossili. Solo i governi hanno il potere di ridurre la domanda di questi carburanti e il loro lavoro è appena iniziato”.

L’accordo del G20 sull’eliminazione graduale delle fonti fossili è fallito dopo l’opposizione dell’Arabia Saudita

Diversi paesi guidati dall’Arabia Saudita hanno bloccato l’accordo dei paesi G20 per ridurre l’uso di combustibili fossili, riporta il Financial Times. Dopo giorni di intense discussioni, ospitate dall’India a Goa, è stato pubblicato un documento in cui si dice che alcuni Stati membri sottolineano la necessità di ridurre l’uso di combustibili fossili senza il ricorso alla controversa tecnologia della cattura e stoccaggio delle emissioni (CSS) “in linea con i diversi contesti nazionali”. Ma altri hanno “opinioni diverse sulla questione”, a evidenziare il mancato accordo sulla riduzione graduale dei combustibili fossili e sull’utilizzo del CSS. A bloccare l’accordo pare sia stata l’Arabia Saudita, sostenuta da molti altri paesi. Nei negoziati degli anni scorsi a opporsi erano state Russia, Cina e Indonesia a opporsi 

È probabile che il mancato raggiungimento di un accordo aumenti le pressioni sugli Emirati Arabi Uniti affinché intensifichino le discussioni con i ministri dell’ambiente e dell’energia e i primi ministri.

Alla vigilia del vertice di Goa, il presidente designato della COP28, Sultan Al Jaber, aveva pubblicato una lettera di 15 pagine in cui presentava il suo piano in vista della Conferenza delle Nazioni Unite del prossimo dicembre a Dubai e chiedeva agli Stati di aggiornare i rispettivi obiettivi di riduzione delle emissioni entro settembre e individuare tutti i ritardi, gli errori e le lacune nella loro attuazione.

Il piano presentato da Al Jaber (nel ruolo inusuale di presidente di COP e contemporaneamente capo della compagnia petrolifera nazionale degli Emirati Arabi Uniti, Adnoc – prevede la definizione di una tempistica di “metà secolo” per “ridurre gradualmente” l’uso dei combustibili fossili. “L’abbandono graduale dei combustibili fossili è inevitabile ed è essenziale: accadrà”, ha detto in un’intervista al Guardian. “Quello che sto cercando di dire è che non si può staccare la spina al mondo dall’attuale sistema energetico prima di costruire il nuovo sistema energetico. È una transizione: le transizioni non avvengono da un giorno all’altro, la transizione richiede tempo”.

Il doppio ruolo di Al Jaber ha suscitato le critiche degli attivisti, anche se è stato sostenuto dai governi di Stati Uniti, Regno Unito e Unione Europea. È stato attaccato dopo aver tentato di spostare l’attenzione dei colloqui dall’eliminazione graduale dei combustibili fossili – una richiesta fondamentale di oltre 80 paesi – all’eliminazione graduale delle emissioni di combustibili fossili. In una lettera al Financial Times, un gruppo di ministri del clima, guidati da Germania, Vanuatu e Canada, ha invitato i partecipanti alla prossima COP a concentrarsi sulla “eliminazione graduale” di tutti i combustibili fossili.

Tra i punti all’ordine del giorno della prossima COP, Al Jaber ha indicato l’implementazione di un fondo per perdite e danni “pienamente effettivo”, la triplicazione della produzione di energia rinnovabile e il raddoppio della produzione di idrogeno entro il 2030, riferisce Bloomberg. Verrà inoltre posta una forte enfasi sull’“inclusività” della COP28 con una maggiore rappresentanza di gruppi giovanili, società civile, popolazioni indigene e donne. Al tempo stesso si fa strada un’ipotesi controversa, ovvero l’apertura dei colloqui nel corso della COP alle compagnie di combustibili fossili. Alcune aziende produttrici di combustibili fossili starebbero formando una “alleanza globale” che si impegnerebbe ad agire sul clima, tra cui il passaggio a emissioni nette di gas serra pari a zero. 

Il crollo della deforestazione in Brasile e Colombia

Il 6 luglio il governo brasiliano ha annunciato che nei primi sei mesi dell’anno sono stati distrutti 2.649 chilometri quadrati di foresta amazzonica, il 33,6% in meno rispetto allo stesso periodo del 2022. 

Questi dati sono la dimostrazione dell’impegno del governo per la tutela dell’Amazzonia, ha affermato la ministra dell’ambiente Marina Silva. Il presidente Lula, in carica dall’1 gennaio, si è impegnato a mettere fine alle deforestazione entro il 2030. All’inizio di quest’anno, Lula ha decretato sei nuove riserve indigene, vietando l’estrazione mineraria e limitando l’agricoltura commerciale. Una decisione accolta con favore dai leader indigeni che, allo stesso tempo, hanno sottolineato la necessità di proteggere altre aree.

Un calo importante delle percentuali di aree disboscate si sta registrando anche nell’Amazzonia colombiana. Secondo i dati ufficiali lo scorso anno la deforestazione è diminuita del 26%. “È davvero impressionante”, dice al Guardian l’ambientalista Rodrigo Botero. “È la più alta riduzione della deforestazione e degli incendi boschivi degli ultimi vent’anni”.

I 50.000 ettari di foresta salvati nel 2022 sono il primo risultato di quello che probabilmente è il primo processo di pace della storia a mettere l’ambiente al centro. “Questo è solo l’inizio”, ha dichiarato al Guardian la ministra dell’Ambiente colombiana (ed ex attivista ambientale), Susana Muhamad, in visita allo Stato meridionale di Guaviare. 

Quando il governo colombiano ha firmato un accordo di pace con le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (Farc) nel 2016, ha formalmente posto fine a sei decenni di conflitto interno che ha ucciso 450.000 persone. Ma quando 7.000 guerriglieri delle Farc hanno deposto le armi, si è creata anche una nuova e inaspettata vittima: le foreste del paese. Altri gruppi armati – comprese le fazioni ribelli dissidenti che hanno rifiutato l’accordo – hanno approfittato dell’assenza delle Farc per spianare centinaia di ettari alla volta in vasti accaparramenti di terra. “La conseguenza del processo di pace è stata un grande disastro ambientale”, aggiunge Muhamad

Il nuovo governo, guidato dal primo presidente di sinistra della Colombia, Gustavo Petro, sta ora provando un nuovo approccio per i processi di pace. Petro si è impegnato a portare “la pace totale” nel paese attraverso il dialogo con i numerosi gruppi armati sorti o riorganizzatisi dopo lo scioglimento delle Farc. Nell’ambito di questi colloqui, l’obiettivo è proteggere l’ambiente. Secondo gli esperti ambientali, la deforestazione è crollata su ordine di una fazione ribelle dissidente – e autorità de facto della regione – nota come Estado Mayor Central, o Comando Centrale (EMC). Il gruppo, composto da ex combattenti delle Farc, ha ordinato ai contadini locali di smettere di tagliare gli alberi come “gesto di pace”, nella speranza di raggiungere un accordo di pace con il governo di Petro. L’8 luglio, l’Alto commissario per la pace della Colombia ha annunciato che i colloqui informali stanno progredendo e che il governo presto avvierà negoziati di pace formali con i ribelli.

In ogni caso c’è poco da stare allegri: la quantità di foresta andata perduta nei primi sei mesi del 2023 è più grande del Lussemburgo e solo nel mese di giugno, che coincide con l’inizio della stagione secca in Brasile, ci sono stati 3.075 incendi, il numero più alto dal 2007. Molti degli incendi – che rilasciano grandi quantità di emissioni di carbonio – sono stati collegati alla deforestazione di aree precedentemente disboscate.

Ad aprile, una ricerca della rete di monitoraggio Global Forest Watch ha mostrato che nel 2022 in tutto il mondo è andata persa un’area di foresta tropicale grande quanto la Svizzera, a causa dell’aumento del disboscamento. Secondo lo studio, sono andate perse aree grandi come circa 11 campi da calcio al minuto.

Come la nave “Sir David Attenborough” aiuterà gli scienziati a studiare i cambiamenti climatici

A fine anno la nave “Sir David Attenborough”, una sorta di “stazione di ricerca galleggiante”, come è stata definita da ricercatori ed equipaggio, salperà verso l’Antartide, l’Artico e la Groenlandia per condurre ricerche e studiare processi ecosistemici poco conosciuti, fondamentali per comprendere meglio i cambiamenti climatici. L’obiettivo è analizzare già a bordo i campioni raccolti ai poli invece di dover aspettare mesi prima di tornare al loro abituale spazio di laboratorio.

La nave dispone di 14 laboratori, acquari sperimentali dedicati per la conservazione di organismi e campioni di acqua fredda, un laboratorio per l’elaborazione di nuclei di sedimenti organici, una camera oscura contenente un microscopio elettronico a scansione di prima classe e una “moon pool”, un portello di 4 metri per 4 al centro della nave che offre l’accesso diretto al mare sottostante.

La nave si recherà nel Mare di Weddell dove i ricercatori studieranno il comportamento dei copepodi, minuscoli crostacei della fauna del plancton, anello fondamentale della catena alimentare e responsabili del ciclo del carbonio, per tracciare i movimenti dei principali nutrienti e misurare la temperatura del mare e le correnti oceaniche.

Nel 2019, una ricerca pubblicata su Nature ha stimato che, a livello globale, i copepodi sono responsabili del trattamento di un miliardo di tonnellate di carbonio all’anno (più di quanto sequestrato da tutte le foreste degli Stati Uniti). Tuttavia, lo studio ha omesso il ruolo dei copepodi in Antartide a causa della mancanza di dati disponibili, spiega a Carbon Brief Nadine Johnston, ecologista marina che lavora al progetto presso la British Antarctic Survey (BAS).

La speranza è ricavare informazioni per poter migliorare i modelli climatici, strumenti che gli scienziati usano per cercare di capire come il cambiamento climatico potrebbe influenzare la Terra in futuro. Una recente valutazione dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), la principale autorità mondiale per la scienza del clima, ha osservato che i modelli del sistema Terra che i ricercatori utilizzano attualmente per fare proiezioni climatiche future “omettono o [comprendono] in modo incompleto” il ruolo dei “processi ecologici”, come il trasporto dei nutrienti oceanici o il ciclo del carbonio da parte dei copepodi.

Oltre ad aiutare a fare proiezioni sul cambiamento climatico, il progetto di ricerca indagherà anche su come l’attuale cambiamento climatico stia già influenzando i copepodi polari e, quindi, il ciclo del carbonio oceanico. Spiega infatti Johnston: “I poli stanno vivendo alcuni dei cambiamenti climatici più rapidi del pianeta. C’è una reale e chiara urgenza di comprendere tutte le implicazioni di questi cambiamenti per le regioni polari, ma anche per il più ampio sistema terrestre”.

La nave “Sir David Attenborough” sarà impegnata anche in altri progetti di ricerca, come lo studio degli impatti dei periodi di caldo sulla calotta glaciale della Groenlandia e una ricerca sull’innalzamento del livello del mare derivante dallo scioglimento del ghiacciaio Thwaites (definito anche il ghiacciaio del “giorno del giudizio” perché si stima che la disintegrazione della piattaforma potrebbe favorire il rilascio dell’enorme volume di ghiaccio a monte, finora bloccato dall’azione frenante della piattaforma stessa, come un tappo su una bottiglia di una bevanda frizzante), in Antartide, che si estende per 120 mila chilometri quadrati (quindi grande quasi come metà della penisola italiana) ed è già responsabile di circa il 4% dell’innalzamento annuale globale del livello del mare.

I dati sui livelli di anidride carbonica nell’atmosfera

Immagine in anteprima: frame video Arirang News via YouTube

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Fonte: Valigia Blu – https://www.valigiablu.it/crisi-climatica-incendi-mediterraneo-negazionismo/ – per l’indicazione esatta dell’autore fare riferimento a questo link che contiene il post originale.

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